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La risorsa immigrazione

Massimo Livi Bacci
La questione migratoria è entrata con vigore nell’agenda del Governo. Ricordo i fatti nuovi: la revisione annunciata della legge sulla cittadinanza, con un passaggio dallo ius sanguinis allo jus soli e, si spera, una semplificazione delle procedure; il nuovo decreto sui flussi che annuncia la concessione di oltre 300.000 permessi di lavoro (oltre ai 170.000 già deliberati dal recente decreto); la cessazione della moratoria nei confronti dei paesi da poco entrati nell’Unione Europea; l’istituzione di una Commissione di valutazione dei CPT; l’annuncio della volontà di rivedere i meccanismi di ammissione degli immigrati nel nostro paese; infine, il gesto (ad un tempo simbolo e sostanza) di cancellare la beffa dell’esclusione degli stranieri dal beneficio del bonus bebé. Si tratta di un insieme di iniziative che se non esauriscono la materia migratoria, che è complessa e necessita di una revisione sistematica, vanno nella giusta direzione.
Ma conviene qui tornare su una questione fondamentale. I dati dimostrano che l’Italia – assieme alla Spagna – è oramai il paese sviluppato con la maggiore intensità di immigrazione. Il saldo migratorio annuo è dell’ordine di 300.000 unità, cifra proporzionalmente assai superiore a quello nordamericano. Formalmente, nel 2006, gli immigrati regolarmente ammessi per lavoro saranno addirittura più di mezzo milione (la maggior parte, però, immigrati in anni precedenti). Siamo dunque di fronte ad un fenomeno travolgente, per dimensione, per velocità e per durata come più volte ricordato, anche recentemente, su queste colonne. La pur modesta crescita prevista (realisticamente) dal DPEF nel prossimo quinquennio, sarà resa possibile dall’aumento della produttività del lavoro e dall’espansione dell’occupazione, indicata in una cifra vicina a 700.000 unità. Ma questo aumento sarebbe impossibile senza una consistente immigrazione, senza la quale la popolazione in età attiva (tra i 20 e i 65 anni) diminuirebbe di quasi un milione. E’ vero che i giovani, le donne e gli anziani fuori del mercato del lavoro costituiscono un serbatoio potenziale di risorse umane, ma i dati dimostrano che esso ha una limitata capienza, e l’esperienza insegna che ad esso si può attingere, ma con gradualità. Solo una consistente immigrazione – equivalente a quella di anni recenti – può permettere all’economia di mantenere il lento passo previsto. E qualora l’economia accelerasse il passo, anche la domanda di lavoro immigrato gli terrebbe dietro. I servizi alla persona, le costruzioni, il turismo, e tante altre attività ad alta intensità di lavoro sono i grandi clienti del lavoro immigrato; come si sa, molti settori prosperano nuotando nel sommerso, attraendo manodopera irregolare e (per sua natura) “flessibile” al massimo. E poi, una società con welfare poco generoso per le famiglie, come quello italiano, dove la cura dei bambini, dei non autosufficienti, dei molto anziani è in gran parte delegata alla famiglia, “domanda” quantità crescenti di lavoro per aiuto domestico, soprattutto se questo è a basso costo.
Ora sappiamo che i paesi meno ricchi e quelli poveri che gravitano nell’orbita europea hanno potenzialità quasi inesauribili di fornire lavoro (almeno per qualche decennio) per dare alimento alla nostra economia. Con lavori generalmente collocati nelle fasce più basse e con deboli prospettive di promozione sociale. E’ su questo tema che occorre riflettere per mettere a punto le giuste politiche. Che possono esplicare i loro effetti solo nel lungo periodo, e che potremmo collocare in varie direzioni. La prima è quella di una riforma incisiva del welfare: le strutture per l’infanzia, la scuola a tempo pieno, i servizi integrati per gli anziani possono moderare la domanda di lavoro domestico. In sintesi: meno badanti e più personale specializzato. La seconda: una politica vigorosa di prosciugamento del sommerso che tagli le gambe all’immigrazione irregolare, quasi sempre impiegata in mansioni di basso livello. Più forte e diffuso è il sommerso, più alta è la quota d’irregolari tra gli immigrati: una quota che è bassa nel nordeuropea e alta nei paesi euromediterranei. La terza: un sostegno ai processi di modernizzazione delle attività produttive, volto ad accrescere la produttività e che ha come effetto un rallentamento della domanda di lavoro poco qualificato. Infine le politiche migratorie dovranno porsi il problema di come incentivare l’immigrazione con alte qualifiche, oggi fortemente scoraggiata dalle regole vigenti.
Anche se queste politiche fossero messe in atto con vigore, l’Italia continuerà ad attrarre un numero molto elevato di immigrati. In Spagna, che ha una popolazione di un quarto più piccola di quella italiana, lo stock migratorio sfiora i 4 milioni (3,885 all’inizio del 2006, per la precisione) dei quali 3 milioni extracomunitari. Da noi, ai ritmi attuali di crescita, sarà di 7-8 milioni tra dieci anni. Occorre pensare a sostenere i processi di integrazione: giuridicamente, con carta di soggiorno, voto locale, cittadinanza. E sostanzialmente: mobilitando la scuola e le istituzioni formative per insegnare l’italiano ed i principi della cittadinanza, per migliorare le qualifiche di coloro che ne hanno e per fornirle a chi ne è sprovvisto. Abbiamo il rapporto insegnanti-studenti più alto d’Europa: utilizziamo questa risorsa, riqualifichiamo gli insegnanti, apriamo le scuole fuori degli orari, premiamo le iniziative innovative. Ricostituiamo, con adeguate risorse, la Commissione governativa per l’integrazione; finanziamo un fondo per l’integrazione, magari con la partecipazione dei datori di lavoro. La crescita dell’economia, la sua modernizzazione, la riforma del welfare e la natura dell’immigrazione sono fenomeni strettamente connessi. La politica deve cercare di governarli con obbiettivi condivisi.
(Revisione dell’editoriale apparso su “La Repubblica” del 5 Agosto 2006)

 

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