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La regolarizzazione delle unioni: i Dico e i fatti

Massimo Livi Bacci

Il disegno di legge
Il Consiglio dei ministri dello scorso 8 Febbraio ha approvato il Ddl proposto dai Ministri Pollastrini e Bindi sui diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi, subito battezzato “Dico”. Tuttavia, dopo il rinvio del Governo Prodi alle Camere per il voto di fiducia a seguito dell’infortunio sulla politica estera, la regolarizzazione delle coppie di fatto è uscita alla priorità dell’esecutivo ed è affidata all’iniziativa parlamentare. Le dure polemiche delle gerarchie cattoliche, alcune formulazioni ambigue del disegno di legge frutto di compromessi, fanno pensare ad un laborioso iter parlamentare il cui risultato finale non è facile prevedere. Nella versione Dico, la nuova forma di convivenza riguarda persone maggiorenni “legate da vincolo affettivo”, anche dello stesso sesso, non sposate e non parenti od affini entro il secondo grado (non ammesso il Dico tra nonni e nipoti, ammesso tra zii e nipoti o tra cugini).La convivenza deve essere dichiarata “contestualmente” all’ufficio di anagrafe, e solo così diventa fonte dei diritti e doveri della legge: questi riguardano l’assistenza per malattia, le decisioni in materia di salute e di morte, la successione nella locazione (dopo almeno tre anni di convivenza); la successione legittima testamentaria (dopo nove anni di convivenza); l’obbligo di sostegno “alimentare” dopo la rottura della convivenza (durata almeno tre anni); alcune tutele nell’ambito del lavoro e previdenziali (queste ultime rinviate nei contenuti al prossimo riordino della materia pensionistica). Nulla è previsto in materia di adozioni.

La recessione dei matrimoni in Europa e in Italia

Le necessità di una regolazione delle convivenze di fatto in sistemi legislativi nati e cresciuti in epoca nelle quali la “forma della famiglia” era universalmente basata sul matrimonio è stata gradualmente riconosciuta quasi ovunque in Europa, dove il matrimonio è in regresso (tabella 1). Una qualche forma di regolazione manca, oltre che in Italia, solo in Austria, Grecia, Irlanda, Polonia e Romania. Altrove esistono forme regolate di “partnership civile” o “registrata” o “legale”, o analoghe denominazioni.
Nell’Europa settentrionale e occidentale, si stima che tra il 30 ed il 40 per cento delle donne nate intorno al 1970 arriverà alla conclusione del periodo riproduttivo senza essersi sposata (questa proporzione era inferiore al 10 per cento nella generazione delle loro madri). In Spagna e in Italia questa proporzione sarà più bassa, inferiore al 25 per cento. Il fenomeno appare in crescita nelle generazioni più giovani. La disaffezione al matrimonio ha quattro aspetti: un’età media alla prima unione (legale o di fatto) ovunque in aumento; tra le nuove unioni la forma “coabitazione” è in forte crescita, e in molti paesi è oramai la modalità più frequente; una proporzione sempre minore delle coabitazioni si trasforma in matrimonio; tra i matrimoni cresce la frequenza dei divorzi (con scioglimenti vicini al 50 per cento dei matrimoni nel nord Europa, in Germania, Francia, Inghilterra). La debolezza del matrimonio è un fenomeno che non ha alcuna relazione con la bassa natalità; anzi, questa è più alta dove il matrimonio è più debole e dove fino alla metà delle nascite è da genitori non sposati.
In Italia le unioni iniziano in gran maggioranza col matrimonio, in un un terzo dei casi con rito civile, ma ci si sposa poco e tardi: quasi a 30 anni le donne nel 2004. Poiché anche le unioni di fatto non sono diffuse, a 25-35 anni sono in pochi a coabitare, legalmente o de facto, e a essere quindi in grado di fare scelte riproduttive. Tuttavia anche da noi le coppie di fatto sono in aumento: dalle 192 mila del 1983 alle 555 mila del 2003, quasi il 6 per cento delle coppie nel centro-nord, meno del 2 per cento nel sud. L’aumento è forte nelle generazioni più giovani, tra le persone con grado d’istruzione maggiore, nelle grandi città e nel centro-nord: indicatori classici di un fenomeno in diffusione. Circa tre coppie su dieci dichiarano di volersi sposare, ma erano quattro su dieci cinque anni prima. Sei donne su dieci in convivenza hanno meno di 40 anni; circa la metà delle unioni è senza figli.

Tab. 1: Indicatori del matrimonio in alcuni paesi europei

Paese

% che si sposa tra le nate nel:

Età media al primo matrimonio

% di matrimoni che finisce in divorzio

% di nascite fuori del matrimonio

1950

1970

1975

2004(a)

1975

2004(b)

1975

2004(c)

Francia

92

67

22,5

28,5

16

42

8

46

Germania

92

65

22,3

28,4

23

46

8

28

Italia

92

77

23,7

28,0

3

13

2

15

Olanda

93

69

22,6

28,7

19

35

2

32

Polonia

95

85

22,8

24,9

15

23

5

17

Regno Unito

95

68

22,5

28,1

30

47

9

42

Spagna

88

79

23,9

28,6

7

10

2

23

Svezia

83

60

24,8

30,7

50

52

33

55

Fonte: Recent Demographic Developments in Europe, Council of Europe, 2006
Note:
(a):Italia e Regno Unito, 2002; Germania e Spagna, 2003;
(b): Italia, 2002; Francia e Regno Unito, 2003; (c): Spagna, 2003.

Pacs in Francia e Dico in Italia

Ogni buon legislatore dovrebbe studiare l’impatto sociale dei provvedimenti che approva. Quante coppie potrebbero essere interessate ad entrare in un patto di convivenza? Quale la frequenza della rescissione del patto? Purtroppo le esperienze degli altri paesi sono difficili da interpretare, non solo per i diversi contesti sociali, ma anche perché i contenuti delle regolarizzazioni sono diverse da paese a paese. Tuttavia sicuramente c’è un fattore di natura demografica: candidati a contrarre un Dico sono tutti coloro che, in ogni anno, decidono di formare un’unione o che vivono già in coabitazione non regolata. Il caso della Francia può costituire un buon esempio per il (possibile) caso italiano. I Pacs (patti di coabitazione e solidarietà) francesi concedono alle coppie assai più dei Dico in termini di diritti e di prerogative sociali, assistenziali e pensionistiche, ma le loro vicende possono essere illustrative della situazione italiana. La tabella 2 riporta la corta ma significativa serie storica che mostra una rapida crescita da 22 mila nel 2000 (primo anno completo di vigenza dei Pacs) a 57 mila nei primi nove mesi del 2006 (tabella 2), con un’impennata recente dovuta alla recente equiparazione fiscale delle coppie pattizie alle coppie sposate. Nel 2000 ci fu un Pacs ogni 14 matrimoni, nel 2005 uno ogni 4. Nel complesso, dei circa 263 mila patti conclusi dal Novembre del 1999, 33.600 si sono poi disciolti (13,8 %).
Quanti potrebbero essere i Dico in Italia? Sicuramente molti meno che in Francia, dove le convivenze (dati del 1999) erano 2,4 milioni, più del quadruplo che in Italia. Applicando stretti criteri di proporzionalità dovremmo pensare ad un numero non superiore alle 20.000 unità all’anno.


Tab. 2 – Pacs (patto civile di solidarietà) in Francia

Anno

Pacs

Registrati

Disciolti

Disciolti per 100 registrati

Matrimoni

Pacs per 100 matrimoni

1999

6.140

7

0,1

286.191

2,1

2000

22.136

624

2,8

297.922

7,4

2001

19.302

1.872

9,7

288.255

6,7

2002

25.056

3.185

12,7

279.087

9,0

2003

31.334

5.292

16,9

275.963

11,4

2004

39.864

7.043

17,7

258.600

15,4

2005

60.223

8.690

14,4

258.000

23,3

2006

57.500

6.800

11,8

194.000

29,6

Fonte: INSEE e Infostat Justice
Note. 1999: dal 15 Novembre al 31 Dicembre; 2006: Gennaio-Settembre

Le unioni legali omosessuali

La particolarità della proposta italiana è che i Dico possono essere contratti anche tra parenti dal terzo grado in su: la convivenza di due persone dello stesso sesso non sarebbe perciò necessariamente un’unione omosessuale. Patrick Festy ha radunato i dispersi (e quasi clandestini) dati sulla frequenza delle unioni omosessuali nei vari paesi europei che ne ammettono la legalizzazione (inclusi i matrimoni "gay" ammessi in Belgio, Olanda e Spagna) (tabella 3). L’incidenza delle unioni omosessuali legali è molto variabile, anche per effetto delle diverse cornici istituzionali: in Belgio è sette volte più alta che in Svezia, in Francia tripla rispetto alla Finlandia. Se questi tassi si applicassero all’Italia, i Dico omosessuali potrebbero variare tra un minimo di circa 2000 (Scandinavia) di 12000 (Belgio).

Tab. 3 – Unioni legalizzate (inclusi i matrimoni) omosessuali, 2004

Paese

Unioni per 100.000 abitanti dello stesso sesso

Uomo/Uomo

Donna/Donna

Danimarca

10

15

Finlandia

3

4

Islanda

6

6

Norvegia

5

4

Svezia

3

3

Olanda

7

7

Germania

7

3

Belgio

25

18

Francia

13

13

Dati desunti da P. Festy, Légaliser les unions homosexuelles en
Europe: innovations et paradoxes, "Population et Sociétés", Giugno 2006
Versione francese:http://www.ined.fr/fr/resources_documentation/publications/pop_soc/bdd/publication/1175/
Versione inglese: http://www.ined.fr/en/resources_documentation/publications/pop_soc/bdd/publication/1175/

I Dico spiazzeranno il matrimonio?

E’ questo il timore degli oppositori dei Dico (e di altre forme di legalizzazione delle convivenze) e della Conferenza Episcopale in particolare modo. Come abbiamo appena visto, il matrimonio tradizionale è in crisi, e per cause profonde: dall’estendersi del ciclo di vita, alla crescente mobilità, al mutamento di funzioni della famiglia, alla generale secolarizzazione e a mille altri complessi fattori. E ciò nonostante la maggiore facilità del suo scioglimento. Anche sulla base dell’esperienza francese, l’effetto aggiuntivo dei Dico potrebbe rivelarsi assai modesto, e forse inavvertibile. I sostenitori dei Dico ritengono che, pur con qualche ambiguità, essi possano portare ordine e regole nei rapporti interpersonali garantendo prerogative oggi ingiustamente negate ai conviventi. Ritengono anche che l’ordine civile e laico debba convivere senza traumi con quello religioso anche in tema di unioni e convivenze.

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