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La realtà recente dell’emigrazione meridionale verso il Centro-Nord

Corrado Bonifazi

L’attenzione della pubblica opinione verso la mobilità interna si riaccende con cadenza quasi regolare quando, in occasione della presentazione di qualche rapporto di ricerca in primis di quello della Svimez, gli organi di informazione scoprono con grande stupore che il deflusso migratorio dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord continua e si mantiene tuttora su livelli apprezzabili. D’altra parte sarebbe ben strano che ciò non accadesse, visto che il prodotto interno lordo pro capite delle regioni meridionali è addirittura sceso con il nuovo millennio, anche per effetto della crisi economica, al di sotto del 60% di quello del resto del paese. In un paese caratterizzato da tali differenze, movimenti di popolazione dalle aree meno sviluppate a quelle più produttive appaiono inevitabili e anche, per molti versi, auspicabili.

Troppi o pochi?

Eppure è quasi esclusivamente su quest’aspetto della mobilità che si concentra in genere l’attenzione del dibattito pubblico, quasi che ci fosse bisogno di qualche nuova conferma per scoprire che una delle principali anomalie italiane resta la coesistenza di due ampie realtà geografiche che, dopo un secolo e mezzo di vita in comune, continuano a restare profondamente divise sotto il profilo economico e sociale. Di qui lunghe e accese discussioni sul se e sul quanto i livelli di mobilità tra il Sud e il Centro-Nord rispecchiano i differenziali di reddito e in che misura sono, invece, tenuti artificialmente bassi da una serie di altre anomalie italiane che impediscono alle forze del mercato di esplicare completamente i propri effetti. E, anche in questo caso, siamo di fronte a situazioni ben note: un paese in cui circa l’80% delle famiglie vive in case di proprietà non può non aver sviluppato ampi e radicati fattori di resistenza agli spostamenti territoriali.    

Degli 1,56 milioni di cambiamenti di residenza del 2012, 132 mila hanno riguardato persone che sono andate dal Mezzogiorno al Centro-Nord e quasi 71 mila individui che si sono mossi nella direzione opposta: si tratta complessivamente di circa 202 mila trasferimenti pari al 13% del totale. Una quota importante e sicuramente significativa del fenomeno ma anche decisamente limitata, specie se si considera che, nei momenti di più intenso interscambio degli anni sessanta e settanta, questi due flussi erano congiuntamente arrivati a superare il 20% del totale e che, ancora nel 2001, ne costituivano circa il 17% (Fig. 1). In effetti, lo scorso decennio ha visto una quasi continua diminuzione del peso relativo di questa componente del fenomeno, non tanto per un suo calo dimensionale quanto, piuttosto, per il generale aumento delle migrazioni interne per effetto del crescente contributo dato ai movimenti interni dalla popolazione straniera.

A questi dati anagrafici andrebbe comunque aggiunta anche la parte del flusso che non si traduce in un cambio di residenza. Secondo l’indagine sulle forze di lavoro, ad esempio, nel 2012 142 mila persone erano residenti nel Mezzogiorno ma lavoravano in una regione del Centro-Nord. In ogni caso il deflusso dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord resta l’elemento di maggior portata della mobilità interna di lunga distanza e, soprattutto, quello che esprime direttamente i profondi squilibri di natura economica e sociale che tuttora caratterizzano il paese. Tra il 1975 e il 1995 le uscite dal Sud sono state tendenzialmente in calo, anche se con alcuni momenti di ripresa. Appare, invece, netta la crescita del flusso nell’ultimo quinquennio del Novecento, alla cui conclusione si raggiunge il massimo dell’ultimo quarto del secolo, sia per quanto riguarda le uscite (147 mila), sia per quanto concerne la perdita migratoria (-82 mila e 600). Gli anni successivi hanno visto un’inversione di tendenza, con un calo delle cancellazioni verso le altre ripartizioni e del relativo saldo migratorio. La ripresa del 2012, invece, va soprattutto attribuita ai tempi più rapidi previsti dalla nuova normativa per la registrazione dei trasferimenti che ha quindi anticipato la contabilizzazione di un buon numero di spostamenti.

Il ruolo crescente degli stranieri

Il Mezzogiorno continua comunque a presentare un bilancio migratorio negativo con tutte le altre ripartizioni, mantenendo così quel ruolo di subalternità nella mobilità interna che da oltre un secolo rappresenta una costante delle migrazioni italiane. In definitiva, l’esame delle informazioni statistiche disponibili sulla mobilità interna delinea la persistenza di alcuni caratteri tradizionali del fenomeno, ma anche l’affiorare e il rafforzarsi di importanti novità. Per oltre un secolo il Mezzogiorno ha rappresentato un serbatoio di lavoro per il resto del paese, una popolazione sistematicamente eccedente rispetto alle capacità dell’economia locale ha infatti alimentato per decenni i flussi migratori interni e continua ancora a farlo. Già oggi però, le migrazioni meridionali interripartizionali hanno cessato di essere l’elemento veramente trainante della mobilità interna per lavoro, soppiantate anche sotto il profilo numerico dagli spostamenti degli stranieri. Basti pensare che tra 2000 e 2012 il numero di stranieri che hanno spostato la propria residenza è aumentato di 190 mila unità arrivando a 279 mila, mentre complessivamente i due flussi tra Sud e Centro-Nord (comprensivi anche degli stranieri) sono quasi della stessa intensità, ma ciò avviene solo per effetto di un aumento di 50 mila spostamenti molti dei quali conseguenza della nuova normativa (Fig. 2).

Andamenti opposti, indicativi di una progressiva perdita d’importanza del lavoro meridionale come elemento principale di flessibilità territoriale del mercato del lavoro nazionale. Da questo punto di vista, è chiaro che la popolazione straniera si presenta più concorrenziale, avendo meno margini di scelta, maggiore disponibilità ad accettare le condizioni di lavoro proposte e il vantaggio (non da poco) di essere spesso più vicina ai luoghi dove si presentano le opportunità lavorative. È però altrettanto evidente che i sensibili e crescenti differenziali di reddito tra le due aree del paese, i bassi di attività del Mezzogiorno e i suoi elevati tassi di disoccupazione continueranno a produrre (e forse anche a far nuovamente crescere) la corrente migratoria dal Sud al Centro-Nord. Nel lungo periodo, invece, sarà la demografia a contribuire a una riduzione di questo flusso, visto che nei prossimi anni si avrà una progressiva diminuzione delle dimensioni della classe di età 20-39 anni residente nel Mezzogiorno, destinata a scendere dai 5,66 milioni di unità del 2011 ai 3,56 previsti nel 2050, a fronte di un aumento nello stesso periodo di 1,38 milioni degli stranieri in questa fascia d’età, che è quella dove più elevata è la propensione a migrare (Fig. 3). 

 
Per saperne di più

Corrado Bonifazi, “Mobili per forza. Spostamenti di popolazione nell’Italia della crisi”, in il Mulino, n. 5. 2013.
Corrado Bonifazi, L’Italia delle migrazioni, Bologna, il Mulino, 2013.

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