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La potenza delle nazioni

Steve S Morgan

Suona minaccioso parlare di “potenza delle nazioni”, una espressione ottocentesca, che evoca confronti tra i maggiori paesi per spartirsi le terre e le risorse, per ritagliarsi sfere d’influenza, dominare paesi più deboli. E suona datato – una sorta di positivismo applicato alle relazioni internazionali – il tentativo  di misurare la “potenza” con parametri oggettivi, per comparare quale paese è più potente e quale meno. Dal secondo dopoguerra in poi si è discusso, piuttosto, di misure del grado di sviluppo del benessere sociale o economico, dell’individuo o di una collettività. Eppure, da una sommaria navigazione nella rete si evince che l’interesse per la misura oggettiva della “potenza delle nazioni” è assai diffuso; esiste una “metrica della potenza” (“power-metric”) sviluppata; esistono seri organismi e “think tank” ben finanziati con fondi pubblici  (in Nord America, Europa, Cina e India) che adottano algoritmi anche complessi per stilare graduatorie internazionali  e fornire valutazioni d’interesse per disegnare strategie e scenari possibili. E poiché la popolazione è una delle componenti della “potenza” di uno Stato, abbiamo pensato che una breve rassegna degli indicatori in voga sia d’interesse per i lettori di Neodemos.

Popolazione e prodotto nazionale
Due indicatori che non mancano mai nella misura della “potenza” sono il numero degli abitanti e il reddito prodotto. Le ragioni sono talmente ovvie che illustrarle sarebbe poco meno di  un insulto ai nostri lettori. Cosicché Stati Uniti e Cina sono sempre in testa alle varie graduatorie. Nella Tabella 1, viene riportata la graduatoria dei primi 10 paesi (e dell’Italia) con riferimento a queste variabili.  Per il prodotto abbiamo riportato sia la graduatoria in base al PIL calcolato a prezzi di mercato e tradotto in dollari secondo i cambi correnti, sia il PIL calcolato in dollari PPP (cioè a parità di potere d’acquisto equivalenti), rispettivamente, colonne 2 e 3 della Tabella 1 . Si tratta di una misura convenzionale, che tiene conto del fatto che beni o servizi identici hanno prezzi diversi in paesi diversi, solitamente più alti nei paesi ricchi che nei paesi poveri. Un taglio di capelli o una scodella di minestra possono costare 1 dollaro in un paese povero e 20 in uno ricco, ma danno la stessa utilità al consumatore. Non tenerne conto sottostima il “benessere” dei paesi poveri e sovrastima quello dei paesi ricchi.

Le due graduatorie sono abbastanza diverse: in quella del PIL nominale, l’India è al decimo posto, in quella del PIL-PPP sale al terzo; la Francia invece scende dal quinto al nono; il Messico sale tra i primi dieci, e via discorrendo. La notizia (di fonte ICP, International Comparison Program) che nel 2014 sarebbe avvenuto (il condizionale è d’obbligo) il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti in termini di PIL PPP, ha creato grande scalpore giornalistico. Ciò vorrebbe dire che nel 2014 i 317 milioni di americani hanno un potere d’acquisto interno totale pari a quello di 1356 milioni di cinesi (quattro volte più numerosi). Ma la notizia non ha rilevanza, o quasi,  per quanto riguarda il peso internazionale dei due paesi; il PIL calcolato a prezzi di mercato della Cina è tuttora la metà di quello degli Stati Uniti.

La rilevanza internazionale della ricchezza
Nei rapporti internazionali non conta tanto il PIL-PPP, ma quello calcolato a tassi di cambio correnti (che come ben si sa soffre di molti altri inconvenienti, perché i tassi di cambio possono essere manipolati, o fluttuare fortemente). Sono i dollari (o gli euro, gli yen o le sterline) quelli che permettono di fare acquisti sul mercato internazionale di materie prime e derrate strategiche (petrolio, rame, riso, grano) o di manufatti (computer, aeroplani, macchinari, software) altrettanto vitali. “A parità di sviluppo, un grande paese può destinare molte più risorse alla cooperazione e all’aiuto allo sviluppo di un piccolo paese, trasferendo fondi per sviluppare l’istruzione e la ricerca, creare infrastrutture, acquistare cibo o farmaci. Atte, insomma a creare benessere, salute o conoscenza. Ma anche il contrario è vero, e le risorse donate possono avere effetti distruttivi, ed essere impiegate per armamenti, acquistando aerei da combattimento, missili o cannoni. Nel bene, o nel male, il paese demograficamente grande conta assai di più del paese piccolo sulla scena internazionale”1.
Da quanto detto segue che l’ammontare di risorse per l’aiuto allo sviluppo (ODA, Official Development Assistance) è un altro significativo indicatore dell’influenza esterna di un Paese. La graduatoria dei paesi secondo l’ODA erogato  (Tab. 1, col. 4), si riferisce però ai soli paesi appartenenti all’OCSE (esclusi quindi Cina e India, Arabia Saudita, Qatar, Venezuela e altri Stati che in forme diverse trasferiscono importanti risorse ad altri paesi). Piccoli paesi come la Norvegia, la Svezia e l’Olanda trasferiscono più fondi di paesi assi più grandi, come l’Australia, il Canada e l’Italia, acquisendo anche maggiore rilevanza nel campo delle relazioni internazionali.

Indicatori di “potenza”
Abbiamo accennato ai molti indicatori compositi della “potenza degli Stati”, elaborati da vari think-tanks sparsi nel mondo. La Tabella 1 (colonne 5-9) presenta le graduatorie relative ai 10 Paesi più influenti, secondo cinque indicatori sintetici, il Composite Index of National Capability (CINC), il National Power Index (NPI), il GFP (Global Firepower Index), il NSI (National Security Index) e il Comprehensive National Power (CNP) . Nel GFP pesano assai i mezzi militari convenzionali e le spese militari, e l’indice è volto soprattutto a soppesare le forze  (non nucleari) di due stati in conflitto, mentre l’indice NSI (elaborato da un think-tank indiano) riguarda essenzialmente la sicurezza di fronte ad eventuali aggressioni e dà particolare importanza alla sicurezza energetica (si veda l’alto posto in graduatoria della piccola Norvegia). CINC, NPI e CNP (elaborato in Cina, e di riferimento temporale incerto) misurano, oltre alla capacità militare, il grado generale d’influenza, economica, sociale, politica di un paese, con mix vari di indicatori.
Sarebbe inopportuno comparare le varie graduatorie, che impiegano metodologie diverse, perseguono finalità diverse, e si riferiscono ad anni diversi. Non è certo sorprendente che Stati Uniti e Cina siano in testa e l’India in buona posizione: il numero della popolazione e le dimensioni dell’economia dominano alla fin fine sulle altre variabili. Ma questi strumenti possono certo essere affinati: sul grado d’influenza internazionale pesano in misura crescente la qualità del capitale umano, l’innovazione tecnologica, l’irradiamento della cultura e della lingua. Insomma il “softpower”, essenziale per dare peso allo “hardpower” fatto di acciaio e potenza di fuoco.

Note

1 – Massimo Livi Bacci, Fine della demografia?, “Neodemos” 7/05/2014

Fonti: col. 1, United Nations; coll. 2 e 3, International Monetary FunD; col. 4, OECD; col. 5, www.correlatesofwar.org
col. 6, nationranking.wordpress.com; col 7,  www.globalfirepower.com
col. 8, Karl Kwang, Measuring Geopolitical Power in India: A review of the National Security Index (NSI), CIGA WP 136/2010.
col. 9, wikipedia/ComprehensiveNationalPower
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