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La popolazione in Cina: da spinta a freno dello sviluppo

Massimo Livi Bacci

2025: L’India sopravanza la Cina
Prima della fine del 2025, la Cina avrà passato lo scettro di paese più popoloso del mondo all’India: un exploit notevole se si pensa che oggi gli indiani sono circa 200 milioni in meno dei cinesi (1,1 miliardi contro 1,3). Ma non basta, perché qualche anno dopo, verso il 2030, la popolazione cinese comincerà a declinare, seppure lentamente. Si saranno così realizzati, anche se con ritardo, gli obbiettivi che i governanti si erano proposti quando, nel 1980, fu inaugurata la politica del figlio unico, e la Cina sarà il primo paese “povero” al mondo a passare dalla crescita tumultuosa della seconda metà del ‘900 al declino. C’è sicuramente da rallegrarsi: un buon quinto dell’umanità ha disinnescato la componente demografica della pressione sull’ambiente e sulle risorse non rinnovabili. Resta però la pressione dovuta alla crescita dell’economia (10% all’anno), quasi venti volte più veloce di quella della popolazione. Inoltre, la brusca frenata della natalità (scesa da 5 figli per donna all’inizio degli anni ’70 a meno di 2 verso il 1990) ha coadiuvato la crescita economica: famiglie più snelle, più donne al lavoro, più risparmio e più consumo, meno studenti e migliore istruzione, giovani che entrano nel mercato del lavoro in minor numero ma assai più preparati e produttivi.


Chi si prenderà cura degli anziani?

Il successo demografico non è, però, senza vigorosi contraccolpi che preoccupano assai per i loro effetti economici e sociali. Perché la frenata della natalità significa un altrettanto rapido processo d’invecchiamento: la popolazione con più di 65 anni, oggi di circa 100 milioni, passerà a 330 milioni nel 2050, quasi un quarto della popolazione totale. E’ vero che verso quella data la quota degli anziani in Europa sarà intorno al 30 per cento, ma quel che da noi si sarà compiuto gradualmente, nel corso di oltre un secolo, in Cina sarà compresso in pochi decenni: poco tempo per metabolizzare un cambiamento di tal fatta. In Cina, nelle aree rurali (che ancora comprendono il 70 per cento della popolazione) il sistema sanitario cooperativo basato su una rete di presidi gratuiti si è disintegrato con le riforme economiche degli anni ’80, e i costi delle cure mediche sono diventati insostenibili per gran parte della popolazione anziana. E questo è solo un aspetto del più complesso problema della sicurezza sociale nelle campagne. Non esiste un sistema pensionistico e gli anziani si sostengono col lavoro, o con i risparmi accumulati, o grazie ai familiari. Da un’indagine del 2004, risulta che dei 155 milioni di persone con più di 60 anni, 34 milioni avevano come risorsa principale il lavoro, 41 milioni (soprattutto nelle aree urbane) una pensione, e i residui 80 milioni un trasferimento privato, quasi sempre da familiari. Tradizionalmente, il sostegno degli anziani ricadeva sui figli maschi, ma coloro che supereranno i 60 anni a partire dal 2020 di figli maschi ne avranno avuto uno (nella maggior parte dei casi) oppure nessuno. Ma l’emigrazione verso le città – che hanno guadagnato circa 100 milioni di persone negli anni ’90 – ha sottratto giovani uomini alle aree rurali, allontanandoli anche di migliaia di chilometri dal villaggio di origine, indebolendo la solidarietà familiare. Nelle aree urbane esiste un sistema pubblico universale, con benefici modesti, equivalenti a circa il 20 per cento del salario medio.
La rapida espansione della popolazione anziana, in assenza di un sistema generalizzato di protezione sociale, costituisce forse il maggior problema politico-sociale del paese. Un ministro ha amaramente commentato che la Cina è “l’unico paese ad avere la sfortuna di subire un processo di invecchiamento prima di essere diventato ricco”.


Tre ragioni per cambiare la politica del figlio unico

La revisione della politica del “figlio unico” è un altro ricorrente motivo di discussione e preoccupazione, nonostante il governo non dia segni di volere intervenire. La politica, in atto dal 1980, mirava a dare una brusca frenata alla crescita demografica, imponendo penalità alle coppie che disattendevano la prescrizione di avere un solo figlio e concedendo incentivi a chi la rispettava. Dopo forti proteste nelle campagne, la rigidità delle norme fu attenuata: nelle 4 grandi aree metropolitane e in altre 2 delle 31 unità provinciali vale la prescrizione del figlio unico; in 19 province le coppie residenti nelle campagne possono avere un secondo figlio se il primo è femmina, mentre nelle residue 6 unità provinciali con forti minoranze etniche il limite è di due figli. Eccezioni ci sono per i figli di martiri della rivoluzione; quando muoia il primogenito; per i cinesi che rimpatriano; per le coppie a un secondo matrimonio; per le coppie in cui ambo i coniugi sono figli unici. Nella realtà, poi, le politiche vengono implementate e variate a livello locale, addirittura in ciascuna delle 400 e più prefetture, ma queste sono le linee generali. In caso di rispetto integrale di queste norme, le coppie cinesi avrebbero circa 1,5 figli in media; nella realtà il numero medio è di 1,7-1,8.
Le ragioni per attenuare vincoli sono varie, a cominciare dalla contraddizione che si è venuta a creare tra la liberalizzazione dei comportamenti economici e sociali e le rigide prescrizioni riproduttive. Inoltre, un limite più "dolce" – per esempio a due figli per coppia – determinerebbe una ripresa della natalità e un rallentamento del processo d’invecchiamento, senza per questo riaccendere la "bomba demografica" (tab. 2). Infine, l’attuale politica fa sì che circa una coppia rurale su cinque, se il primogenito è femmina, ricorra alla determinazione precoce del sesso e all’aborto selettivo nel caso l’embrione sia femmina, nell’intento di avere un secondogenito maschio. Questo meccanismo è alla base dell’abnorme rapporto dei sessi alla nascita: secondo il censimento del 2000, il rapporto era pari a 112 neonati ogni 100 neonate nelle regioni nella quale vigeva la regola del figlio unico; a 125 nelle aree rurali e di 109 nelle aree in cui il limite era pari a 2. Nell’insieme, il rapporto dei sessi era 119 (anziché 105-107 per 100 neonate – il valore normale) che si traduce in un deficit annuo di bambine “non nate” di circa mezzo milione. Una gran brutta macchia per un paese che ha una pessima pagella in tema di diritti umani.

Tab. 1 – Qualche indicatore demografico della Cina, 1995-2025

Indicatori

2007

1995

2005

2015

2025

Popolazione

         
Al 30 giugno di ogni anno (milioni)

1.322

1.216

1.306

1.393

1.453

Tasso d’incremento (%)

0,6

1

0,6

0,6

0,2

Fecondità

         
Numero medio di figli per donna

1,8

1,8

1,7

1,9

1,8

Natalità (per 1.000 abitanti)

13

17

13

14

11

Nascite (migliaia)

17.779

20.644

17.165

19.271

15.432

Mortalità

         
Speranza di vita alla nascita (anni)

73

70

72

75

77

Mortalità infantile (per 1.000 nascite)

22

36

24

16

11

Mortalità (per 1.000 abitanti)

7

7

7

7

8

Decessi (migliaia)

9.253

8.194

9.066

10.172

12.090

Migrazione

         
Saldo migratorio (migliaia)

-516

-413

-523

-516

-421

Fonte: U.S. Census Bureau, International Data Base.

Tab.2 – Popolazione della Cina, 2010-2050, con diverse ipotesi di fecondità (milioni)

Anno

Ipotesi 1

Ipotesi 2

Ipotesi 3

Ipotesi 4

Ipotesi 5

2010

1344

1357

1271

1362

1366

2020

1397

1444

1356

1460

1477

2030

1399

1485

1440

1508

1535

2040

1351

1490

1477

1526

1559

2050

1264

1467

1481

1514

1558

Anno massima popolazione

2025

2037

2038

2042

2045

Massima popolazione

1405

1490

1481

1526

1563

Ipotesi 1 = Attuale politica invariata

Ipotesi 2 = Due figli per le coppie i cui coniugi sono figli unici

Ipotesi 3 = Due figli per tutte le coppie, ma età elevata al parto

Ipotesi 4 = Come ipotesi 3, ma età al parto invariata

Ipotesi 5 = Come ipotesi 3, ma età al parto in discesa di un anno
Fonte: Zeng Yi, Options for fertility policy transition in China,

“Population and Development Review”, vol. 33, n. 2, Giugno 2007, p. 222


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