La nuova geografia della demografia italiana

Alessandro Rosina

Nell’Italia del XXI secolo si nasce poco, si invecchia molto, e si muore senza fretta. Ma non è stato sempre così. Marcate sono anche, da sempre, le differenze territoriali.

Sorpassi epocali

Per tutto il XX secolo si nasceva (molto) di più al Sud e si moriva (relativamente) di più al Nord. A metà anni Settanta la durata media di vita maschile risultava di circa due anni più bassa nell’Italia settentrionale rispetto al Mezzogiorno. Da allora però il divario si è progressivamente ridotto, tanto che negli ultimi anni si è prodotto lo storico sorpasso (Fig. 1). Ma non è il solo.
A metà anni Sessanta, in piena epoca del “baby boom”, nascevano in Italia circa un milione di bambini l’anno. Nel Nord il TFT, o numero medio di figli per donna, arrivava a malapena a due, mentre superava i tre nel Mezzogiorno. Nel 1995, come esito di un trentennio di continua diminuzione, si tocca in Italia il minimo storico delle nascite, 526 mila, di cui il 39% prodotte al Nord, il 17% al Centro, e il 44% nel meridione (contro quote di popolazione pari, rispettivamente, al 45, 19 e 36%). Le regioni del Mezzogiorno continuavano quindi a mantenere il loro tradizionale primato riproduttivo. Fino al 1994-95 il declino della fecondità è avvenuto seguendo un percorso pressoché parallelo tra le varie ripartizioni geografiche. Il che significa che fino a quel momento la geografia della produzione delle nascite è rimasta sostanzialmente inalterata. Nell’ultimo decennio però, per la prima volta, gli indicatori congiunturali della fecondità del Nord e del Sud hanno preso due diverse direzioni. Nell’Italia settentrionale la tendenza si è invertita ed è iniziato un processo di risalita, mentre nel meridione l’andamento è rimasto negativo. La conseguenza è che, anche qui come per la mortalità, si è assistito ad un sorpasso epocale (Fig. 2). Ora nascono, in termini assoluti, più bambini al Nord, e ciò rimane vero anche se si scorpora il contributo degli immigrati (cui si deve, secondo le stime Istat, circa la metà della ripresa recente).
Anche il quadro dell’invecchiamento della popolazione è destinato a peggiorare maggiormente nel meridione, rispetto al resto d’Italia, come conseguenza sia delle dinamiche sulle nascite, sia per il minor impatto dell’immigrazione dall’estero, oltre che per gli spostamenti verso nord dei giovani in cerca di migliori opportunità occupazionali. Un indice approssimativo di carico previdenziale, il rapporto tra le persone di 65+ anni e gli occupati di 15-64 anni, vede già oggi in svantaggio le regioni del Sud. Ma il divario è destinato ad aggravarsi ulteriormente, sia per i fattori demografici appena accennati, sia per le difficoltà di aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Un ultimo recente sorpasso storico è stato quello relativo ai tempi di uscita dalla casa dei genitori, del quale daremo conto in un successivo intervento.

Una nuova fase nella relazione tra sviluppo economico e demografico

Quella di inizio XXI secolo è quindi, nel complesso, una geografia inedita della demografia italiana. Uno dei motivi principali è il cambiamento di segno della relazione tra sviluppo economico e componenti della dinamica della popolazione. In una lunga fase della crescita industriale le aree più produttive del paese (in termini di PIL) hanno sofferto di livelli di salute complessivamente più bassi. Inoltre, le zone dove maggiore era l’occupazione femminile presentavano tassi di fecondità tendenzialmente inferiori. Nel corso dell’ultima parte del XX secolo lo scenario è però iniziato lentamente a cambiare. Lasciati alle spalle alcuni aspetti negativi dell’industrializzazione, ora nelle regioni più sviluppate, oltre a godere di maggior benessere, ci si ammala anche di meno e si vive più a lungo (potendo anche usufruire di un miglior sistema di salute pubblica). E’ divenuta inoltre sempre più importante la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, ma anche la necessità per le giovani coppie di disporre di un doppio stipendio (come difesa dai rischi dell’instabilità) per formare una propria famiglia ed aver figli. Cosicché negli ultimi anni le nascite sono cresciute maggiormente proprio nelle aree nelle quali più elevata è l’occupazione femminile e maggiormente presenti sono i servizi per l’infanzia (e gli strumenti, in generale, di conciliazione tra lavoro e impegni familiari). Lo stessa relazione positiva si trova, come vari studi hanno evidenziato, anche su scala europea.

In questo nuovo quadro, le peggiori condizioni di sviluppo economico e infrastrutturale del meridione stanno diventando sempre più penalizzanti anche sul sistema demografico. Appare quindi necessario e urgente investire, e creare condizioni favorevoli a una maggiore occupazione giovanile e femminile.
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