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La mobilità Sud-Nord in un paese poco mobile

Roberto Impicciatore, Salvatore Strozza
mobilità italiana dal nord al sud

Incollati al campanile.
Nel nostro paese i livelli di mobilità interna sono piuttosto bassi. I confronti internazionali sulla mobilità entro i confini nazionali sono problematici, principalmente a causa della diversa ampiezza delle unità territoriali di riferimento. Tuttavia, i vari tentativi realizzati (si vedano, ad esempio, le ricerche di Bell e colleghi nell’ambito del progetto IMAGE – Internal Migration Around the Globe e Bonifazi e Heins su Neodemos) mostrano che la mobilità interna in Italia risulta mediamente più bassa rispetto non solo agli Stati Uniti, noti per la ridotta radicalizzazione sul territorio delle persone, ma anche alla maggior parte dei paesi europei. La minore propensione italiana a cambiare “campanile” ha varie cause, tra cui la rigidità del mercato immobiliare (con alte percentuali di proprietari di case, rari incentivi all’affitto e sporadiche agevolazioni), il proverbiale ritardo nell’uscita dei figli (a volte ormai non più giovani) dalla casa dei genitori e il peso contenuto dell’istruzione terziaria. Il progressivo invecchiamento della popolazione e la conseguente riduzione del contingente dei giovani adulti – che, in generale, sono i più coinvolti negli spostamenti – potrebbe ulteriormente ridurre la propensione alla mobilità interna italiana nei prossimi decenni. Anche il contributo dei migranti internazionali, più mobili sul territorio grazie soprattutto al minor attrito esercitato da reti familiari e sociali rispetto a quanto accade per gli italiani, potrebbe non bastare a controbilanciare questa tendenza, tanto più che anche la loro mobilità sta diminuendo. Infine, va rilevato che in Italia la maggior parte degli spostamenti è di tipo intra-provinciale o al più intra-regionale: le migrazioni di lungo raggio, e in particolare quelle dalle regioni meridionali e insulari verso quelle del Centro-Nord, hanno costituito negli anni più recenti appena il 10% della mobilità interna complessiva (intesa come cambiamento di residenza da un Comune all’altro). L’attenzione sulle partenze dal Mezzogiorno resta alta sia nel discorso mediatico sia in quello accademico, come dimostra la recente pubblicazione di vari saggi sull’argomento (Colucci e Gallo 2014 e 2015, Panichella 2014).

Allora perché si continua a parlare delle migrazioni dal Mezzogiorno?

La persistenza dello stereotipo delle migrazioni dal Mezzogiorno dipende sostanzialmente da tre motivi. Il primo è di natura storica. Le migrazioni Sud-Nord sono state un fenomeno di massa che ha contribuito in maniera determinante ai cambiamenti sociali e alla modernizzazione del paese, soprattutto nel secondo dopoguerra. Più di nove milioni di italiani furono coinvolti nelle migrazioni interne tra la metà degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Settanta, con una perdita netta di popolazione per l’Italia meridionale e insulare a vantaggio del resto del territorio nazionale stimata in più di due milioni di persone.

Schermata 2016-09-06 alle 09.48.33Il secondo motivo è legato alla connotazione prevalentemente unidirezionale degli spostamenti residenziali che, sebbene con momenti di piena e altri di secca, ha mostrato una forte persistenza nel tempo anche negli ultimi decenni (fig. 1). Nel periodo 1995-2013 le persone che hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord sono state 2,3 milioni, più di 120 mila all’anno in media, e con saldi negativi di oltre 50 mila unità. Si è trattato principalmente di persone di cittadinanza italiana. Infatti, a differenza di quanto accade nella mobilità all’interno delle singole ripartizioni il contributo della componente straniera negli spostamenti Sud-Nord è limitato (inferiore al 10% degli spostamenti totali), e non si è incrementato in maniera significativa nel corso del tempo. La (quasi) unidirezionalità dei flussi migratori Sud-Nord che si osserva dal secondo dopoguerra fa assumere al numero di meridionali presenti al Nord dimensioni impressionanti. Concentrandoci sui soli emigrati, cioè la cosiddetta prima generazione, e quindi escludendo tutti i discendenti, il censimento del 2011 registra quasi 3,9 milioni di individui nati nel Mezzogiorno e residenti nelle regioni centrali e settentrionali della penisola, pari al 10% della popolazione che viveva stabilmente nel Centro-Nord (tab. 1).Schermata 2016-09-06 alle 09.49.18

Il terzo motivo è legato alla rilevanza dei differenziali di sviluppo nelle diverse aree del paese. Le migrazioni Sud-Nord costituiscono una scomoda evidenza dello squilibrio economico e sociale tra le varie realtà del paese e del ruolo di subalternità delle regioni meridionali. Se negli anni del boom economico si era registrata

una riduzione del gap tra Sud e Nord, negli anni successivi le opportunità occupazionali e i livelli salariali sono rimasti nettamente diversi con un inasprimento delle differenze negli anni della recente crisi economica. Le famiglie residenti nelle regioni del Sud e nelle Isole presentano un peggioramento più marcato delle loro condizioni rispetto a quelle del Nord e del Centro, per la decisa caduta dell’occupazione e della ricchezza pro-capite, la perdita di posti di lavoro e il consolidarsi del calo dei consumi. Il quadro non muta anche alla luce dei buoni risultati dell’economia meridionale registrati nel 2015. Infatti, come segnala l’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, (Svimez), nelle anticipazioni sul prossimo Rapporto annuale sull’Economia del Mezzogiorno rilasciate lo scorso 28 luglio, si tratta di andamenti che hanno tratti di eccezionalità, legati all’annata agraria particolarmente favorevole e agli effetti positivi sul turismo delle crisi che stanno travagliando la sponda Sud del Mediterraneo. In sostanza, la strutturale carenza di occasioni di lavoro qualificato e il persistente divario di aspettative e condizioni generali di benessere ha rappresentato negli anni Duemila la determinante principale della ripresa dei flussi di emigrazioni dal Sud verso il Nord, specie nella componente più giovane e qualificata della popolazione.

Gap territoriali e mobilità sociale

Le migrazioni interne non sono solo l’effetto del perdurare o addirittura dell’ampliarsi del gap tra le diverse aree del nostro paese, ma potrebbero a loro volta contribuire ad alimentarlo. Negli ultimi anni le migrazioni riguardano sempre più persone scolarizzate in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore o di una laurea. Sono aumentate, inoltre, le partenze dei cosiddetti studenti “eccellenti”: studi della Svimez mostrano che nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti, mentre tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%. Queste tendenze sono state interpretate come un progressivo “impoverimento di capitale umano” del Mezzogiorno, tale da perpetuare se non addirittura accentuare le differenze con il resto del paese.

Le migrazioni Sud-Nord possono contribuire ad aggravare la distanza tra Sud e Nord anche per un altro motivo, questa volta di carattere squisitamente demografico. Se nel secondo dopoguerra lo squilibrio demografico, con il Sud più prolifico e con una proporzione di giovani più elevata, era considerabile come una delle cause delle migrazioni verso il Nord, ora non è più così. Oggi sono le regioni del Sud, e in particolare Sardegna, Basilicata, Calabria, Molise e Campania, ad avere la natalità più bassa in Italia. Come ieri, a migrare sono principalmente i giovani, ma le dinamiche demografiche unite ai flussi migratori ora portano verso un depauperamento dei giovani nelle regioni meridionali e insulari. Se a questo si aggiunge una limitata azione di replacement fornita dai giovani immigrati (i quali, come già sottolineato, scelgono come destinazione principalmente le regioni del Centro-Nord), quel che ne deriva è un processo di invecchiamento della popolazione ancora più intenso e preoccupante di quanto emerga per le altre aree dell’Italia.

c: ciò che resta immutata è l’aspettativa che la migrazione verso Nord consenta quella realizzazione professionale, quella ascesa sociale che attualmente non pare possibile all’interno del mercato del lavoro locale.

Per saperne di più:

Impicciatore R. e Strozza S. Lasciare il Mezzogiorno. Il Mulino 1/16.

Colucci M. e Gallo S. (2014) L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, Donzelli Editore.

Colucci M. e Gallo S. (2015) Tempo di cambiare. Rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia, Donzelli Editore.

Panichella N. (2014) Meridionali al Nord, il Mulino.

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