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La Germania e l’Islam. Proteste e contro-proteste

Pasquale Episcopo

Tanta gente in piazza e per le strade non si vedeva dalla vittoria dei mondiali di calcio. Solo che stavolta non si è trattato di manifestazioni di giubilo, ma di protesta. A dare il via è stato, nell’autunno scorso, un nuovo movimento politico di nome Pegida che a poco a poco ha guadagnato molti consensi tra gli abitanti della città in cui è nato, ma che contemporaneamente ha suscitato vivissime reazioni nel resto della Germania.

Pegida

Pegida sta per “Patriotische Europäer Gegen die Islamisierung Des Abendlandes” (Patriottici Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente) ed è sorto a Dresda, capitale del Land della Sassonia, nella (ex) Germania Orientale. Come si evince dal nome, le sue finalità sono dichiaratamente anti-Islam.

A partire da lunedì 20 ottobre 2014 Pegida ha dato luogo a manifestazioni di protesta con frequenza settimanale. All’inizio a scendere in piazza ogni lunedì erano poche centinaia di persone, poi il numero dei dimostranti è via via cresciuto fino a raggiungere la cifra di 25.000 il 12 gennaio 2015

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Ma quali sono i motivi alla base della nascita e della repentina crescita del movimento? L’università tecnica di Dresda ha effettuato un sondaggio tra i partecipanti delle manifestazioni del 22 dicembre e del 5 e 12 gennaio. Scopo del sondaggio è stato quello di comprendere chi sono le persone che partecipano alle manifestazioni e per quali motivi protestano.

Le persone che hanno risposto sono state 400 su 1200 interpellati scelti a caso. Tra esse il 54% ha affermato che il motivo principale della loro insoddisfazione è la politica in generale; il 20% ha criticato i media e gli organi di stampa per le informazioni diffuse in merito al movimento; il 15% ha espresso riserve a riguardo dei richiedenti asilo e dei migranti; il 5% ha protestato contro la violenza di matrice ideologica e/o religiosa; il rimanente 6% ha indicato altri motivi. Tra i motivi secondari della protesta vi è la preoccupazione per l’aumento della criminalità e per gli svantaggi socio-economici.

In sintesi il sondaggio ha evidenziato che il “tipico” manifestante Pegida è: nato a Dresda o in Sassonia (74%); ha 48 anni; è maschio (75%); è ateo (73%); proviene dalla classe media; ha un buon livello di istruzione; lavora come impiegato (47%), ha un reddito leggermente superiore al reddito medio della Sassonia; non appartiene ad alcun partito (62%).

Proteste e contro-proteste

Anche se Pegida ha raccolto il consenso in ampi strati della popolazione di Dresda, è emerso che molti suoi proseliti provengono da frange estremistiche della destra (ma anche della sinistra) e che persino numerosi elementi neonazisti si sono infiltrati nel movimento. Ciò ha contribuito a scatenate la contro-protesta nel resto della Germania: numerose manifestazioni sono state organizzate in diverse città tedesche contemporaneamente a quelle di Dresda. Così nei tre mesi passati si è assistito ad un vivace botta e risposta fatto di sigle, urla, slogan tra i più svariati e contrapposti. A titolo di esempio vorrei citare alcune sigle dei gruppi, vere e proprie propaggini – qualcuno le ha definite metastasi – di Pegida: Legida, Muegida, Hagida, Dügida, Bärgida, rispettivamente per Lipsia, Monaco, Hannover, Düsseldorf e Berlino. In queste città la protesta anti-Islam è stata però molto più contenuta di quella di Dresda.

Ciò che è strano, almeno ad un primo esame del fenomeno, è che Pegida sia nato a Dresda, una città che ha una percentuale di stranieri e di migranti bassa, intorno al 2,5% e dove gli islamici sono sotto l’1%. Dati recenti non sono disponibili, ma nel 2010 il ministero degli interni della Sassonia aveva reso noto che in tutto il Land la percentuale di islamici era inferiore allo 0,1%. Tali numeri sono molto più bassi di quelli di altri Länder e di altre città, in particolare della (ex) Germania Occidentale, come ad esempio Monaco. La città ha poco meno di un milione e mezzo di abitanti: il 25% è rappresentato da stranieri e, di questi, 121.000 sono i musulmani, soprattutto turchi e profughi della ex-Iugoslavia, e cioè oltre l’8% della popolazione. Nonostante ciò, a Monaco la convivenza tra etnie e confessioni religiose è abbastanza civile. Con lo slogan “München ist bunt” (Monaco è colorata) il 22 dicembre scorso erano circa 12.000 i monacensi che hanno vivacemente protestato contro Pegida (e contro Muegida, sua propaggine locale). Monaco è un’isola relativamente felice quanto a politiche di accoglienza di profughi e migranti, tuttavia non è la sola grande città tedesca ad avere preso una netta posizione contro Pegida. Forti proteste e contro-manifestazioni hanno avuto luogo anche ad Amburgo, Berlino, Hannover, Lipsia e nelle altre maggiori città tedesche. Nelle ultime settimane, perfino a Dresda, luogo di nascita del movimento.

La Germania ospita 7,6 milioni di stranieri, circa il 9,5% della popolazione. Di essi oltre la metà è rappresentata da musulmani¹. Grazie al buono stato di salute dell’economia finora le tensioni sono state relativamente modeste; tuttavia non sono mancati episodi di razzismo, xenofobia e, come dimostra Pegida, anche di islamofobia. Di fronte alle manifestazioni in corso la società civile è scossa e si interroga su come interpretarle. E’ ancora presto per pronunciare una diagnosi, tuttavia le risposte al sondaggio dell’università di Dresda mettono in luce l’esistenza di pregiudizi, più che di elementi oggettivi suffragati da uno stato di malessere sociale causato dalla presenza di migranti e musulmani. Quasi tutti i musulmani tedeschi vivono nella Germania occidentale. Nel sondaggio il 77% degli interpellati non ha nominato le parole Islam, islamismo e islamizzazione tra i motivi della loro partecipazione alle proteste; il restante 23% le ha invece nominate, ma solo tra i motivi secondari.

Come hanno dichiarato i suoi stessi autori, il sondaggio ha avuto solo un valore indicativo. I due terzi degli interpellati si sono rifiutati di rispondere e molte restano le incertezze riguardo all’identikit e alle motivazioni dei dimostranti. Tuttavia, almeno riguardo alle presunte infiltrazioni di neonazisti, nelle ultime ore un colpo di scena ha fatto emergere dettagli inquietanti che permettono di sciogliere riserve e dubbi. Si è infatti scoperto che il fondatore di Pegida, certo Lutz Bachmann, qualche settimana fa ha postato su Facebook una foto che lo ritrae in posa come Hitler. A seguito di ciò la procura di Dresda ha avviato indagini per istigazione all’odio e Bachman ha dovuto dimettersi dalla direzione del movimento.

Va detto che in passato Bachman si è reso responsabile di diversi reati, tra cui furti, lesioni e detenzione di cocaina. Nel 1998 era stato condannato a 3 anni e mezzo di reclusione, ma si era sottratto alla giustizia fuggendo in Sudafrica sotto falso nome. Identificato era stato espulso e rispedito in Germania dove ha scontato due anni di prigione prima di essere rilasciato per buona condotta. Che un individuo del genere sia riuscito, tanto in rete quanto nella piazza, a mobilitare gli animi di migliaia di persone in una parte del mondo che solo fino a 25 anni fa è stata sottoposta alla dittatura è cosa che lascia perplessi, se non sgomenti, e necessiterà di un esame serio e approfondito da parte della società tedesca.

Cosa succederà in Germania (e in Europa) dopo gli attentati di Parigi?

Ci vorranno mesi, forse anni, per vedere se e come gli attentati di Parigi (7 gennaio 2015, contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo) cambieranno la vita degli europei. Vedremo se il loro effetto sarà quello di amplificare le lacerazioni, se prevarranno le strumentalizzazioni di chi vorrà monetizzare il terrorismo, cavalcando il sentimento della paura della gente. Vedremo se prevarranno i reazionari, coloro che vogliono meno Europa, che pensano all’origine di tutti i mali ci siano i flussi migratori e che dietro ogni musulmano si nasconda un potenziale assassino. Vedremo se crescerà il razzismo oppure se nascerà un dibattito, auspicabilmente costruttivo, nella società come nella politica, sul confronto tra culture e religioni e sulla necessità di rafforzare il rispetto reciproco, la convivenza civile, la tolleranza e l’integrazione.

Ma intanto possiamo tentare di interpretare quello che sta già accadendo. A Parigi domenica 11 gennaio milioni di francesi hanno partecipato alla marcia contro il terrorismo sfidandolo con lo slogan “not afraid – non abbiamo paura”.

Per testimoniare solidarietà alle vittime, martedì 13 gennaio a Berlino i movimenti islamici hanno organizzato una marcia dalla porta di Brandeburgo fino all’ambasciata francese. Alla manifestazione hanno partecipato rappresentanti di vari movimenti religiosi, sindacati e partiti politici. C’erano anche le istituzioni. Il presidente della repubblica Joachim Gauck ha affermato che “il terrorismo è internazionale, ma ancor più globale è l’alleanza delle persone libere e pacifiche”. Il giorno prima Angela Merkel aveva detto che l’Islam appartiene alla Germania.

¹ Sulla diffusione dell’Islam in Europa, v. Massimo Livi Bacci, Il futuro delle popolazioni islamiche in Europa, Neodemos, 12 gennaio 2015.

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