MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

La donna è mobile (e l’uomo anche)

Gustavo De Santis

La mobilità della popolazione sul territorio italiano è in forte ripresa in questi ultimi anni, e si situa oggi su livelli paragonabili a quelli degli anni ’60 – e forse persino superiori.

Le migrazioni interne
L’Italia è uno dei non molti paesi al mondo con un registro anagrafico. Questa fonte dei dati consente, tra le altre cose, di rilevare in modo continuo le migrazioni interne per via amministrativa, contando semplicemente le iscrizioni per trasferimento di residenza in una delle circa 8.500 anagrafi italiane, con corrispondente cancellazione da un’altra anagrafe italiana. Si noti che questo esclude dall’osservazione i cambiamenti di residenza che avvengono all’interno di uno stesso comune, ma mischia le migrazioni a breve raggio (tra comuni vicini, o addirittura contigui) con quelle di lungo raggio (tra comuni lontani tra di loro).
La figura 1 mostra la serie delle iscrizioni anagrafiche dall’interno degli ultimi 40 anni circa. Come si può notare, dopo l’elevata mobilità degli anni ’60[1] e dei primi anni ’70, e dopo il forte declino del ventennio successivo, la mobilità interna appare di nuovo in crescita: nel 2006, con oltre 1,4 milioni di cambiamenti anagrafici di residenza, si è raggiunto un valore che non si registrava da oltre trent’anni.

Il totale delle iscrizioni anagrafiche in Italia
Nella figura 1 però è mostrata anche evoluzione del totale delle iscrizioni nelle anagrafi italiane, contando cioè anche gli arrivi dall’estero. Come si vede, questa componente, trascurabile 40 anni fa, durante gli anni sessanta, è oggi invece importante, e pari circa al 12% del totale delle iscrizioni interne.
Perché conviene considerarla, nel valutare lo “stato della mobilità” nel nostro paese? Per due motivi. In primo luogo, perché nella mobilità interna vi è anche, ormai, una quota non trascurabile di mobilità di stranieri. Gli stranieri, infatti, in questo momento (1/1/2007), pesano per circa il 5% sul totale della popolazione residente, ma per circa il doppio sulla mobilità interna[2]. E, forse, la differenza tra uno straniero che si cancella dall’anagrafe di Palermo per iscriversi a quella di Brescia, e uno straniero che, provenendo dall’estero, si iscrive direttamente all’anagrafe di Brescia non è poi così rilevante.
Il secondo motivo per cui mi pare opportuno considerare congiuntamente questi due tipi di spostamenti è che entrambi sembrano rispondere sostanzialmente alle stesso logiche: le persone vanno, in prevalenza, nelle zone del paese dove il tenore di vita è più elevato e le opportunità di lavoro sono maggiori.
Consideriamo, ad esempio, la figura 2, in cui si mostra la relazione tra il tasso di disoccupazione provinciale al 2004 e il tasso del saldo migratorio interno al 2005, cioè la differenza tra iscritti e cancellati, relativizzata al totale della popolazione. La relazione è positiva e relativamente stretta e l’interpretazione che se ne può dare è che le persone sono, di norma, maggiormente attratte verso quei luoghi (quelle province in questo caso), dove le opportunità di lavoro sono migliori, perché la disoccupazione è più bassa. E queste province, guarda un po’?, sono quelle del centro-nord d’Italia.
Una relazione molto simile, qui non mostrata, si ha tra il livello di disoccupazione provinciale e il tasso del saldo migratorio con l’estero, il che suggerisce che entrambi le tipologie di migrazione (peraltro positivamente correlate tra di loro[3]) rispondano alle stesse logiche: accettare i disagi di uno spostamento in cambio di un miglioramento del proprio tenore di vita.
Mobilità e mercato del lavoro
La mobilità interna della popolazione è stata spesso invocata tra le cause delle difficoltà dell’economia italiana. Negli anni ’60, perché troppo traumatica e turbolenta, con i grandi travasi di persone dal Mezzogiorno verso il Nord del triangolo industriale e verso Roma; negli anni successivi, invece, perché apparsa troppo contenuta, e quindi apparentemente incapace di soddisfare la domanda di lavoro, alta al centro-nord, ma bassa nel Mezzogiorno.
Ma oggi, forse, non è più così: i livelli di migrazione interna attuali sono comparabili con quelli degli anni ’60, e sono forse addirittura maggiori di quelli, se si contano anche le immigrazioni dall’estero, assenti quaranta anni fa, ma importanti oggi. E in termini di direzioni prevalenti, oggi come in passato, si può notare che gli spostamenti migratori sono sistematicamente orientati, verso le aree più ricche e produttive del paese. Livi Bacci (Vedi Ma c’e’ davvero una ripresa delle migrazioni sud-nord?) nota che non si può parlare di una ripresa delle migrazioni dal Sud al Nord: si può però parlare di un sostanziale mantenimento del disequilibrio (il Sud perde circa 50 mila migranti netti all’anno), rafforzato, come si è visto sopra, dalla componente straniera, che va verso il centro-nord, ma non verso il Sud.
Certo, ci si potrebbe ancora domandare se gli spostamenti migratori di questi anni, benché forti per la tradizione italiana, in crescita, e orientati nel senso atteso (cioè verso le aree più ricche e con minor disoccupazione), siano sufficienti rispetto a ciò di cui il paese ha bisogno, e se non sarebbe preferibile avere magari tassi di spostamento ancora più elevati di questi.
Una risposta a questa domanda non è possibile, perché non esistono valori ideali con cui confrontare i dati empirici. Si può però osservare che questi spostamenti migratori avvengono oggi in un periodo in cui la struttura per età italiana è ormai fortemente invecchiata, e in cui cominciano a scarseggiare le fasce di età che mostrano i maggiori tassi di mobilità, quelle tra i 20 e i 30 anni. Tenuto conto di queste modificazioni strutturali, la mobilità osservata negli ultimi anni appare ancor più ragguardevole. Essa non è probabilmente sufficiente a compensare del tutto i vuoti che si sono già creati, e forse ancor più di creeranno in futuro, sul mercato del lavoro proprio per l’invecchiamento demografico e per la conseguente progressiva rarefazione dei giovani. Ma dire questo è come riconoscere che il problema del paese è non la mobilità, ma l’invecchiamento della popolazione. Per quanto è possibile comprendere dai dati, la mobilità in Italia in questi ultimi anni non pare responsabile di eventuali malfunzionamenti del mercato del lavoro.


[1] Nei primi anni sessanta si è arrivati anche oltre quota 2 milioni di iscrizioni anagrafiche dall’interno. Ma si è trattato in gran parte di regolarizzazioni di migrazioni avvenute in precedenza, che non potevano essere registrate alle anagrafi per un vincolo legislativo, eredità delle leggi fasciste contro l’inurbamento.
[2] Nel triennio 2001-2003 (ultimo anno disponibile), il peso degli stranieri sul totale dei movimenti migratori interni è cresciuto dall’8,2% al 9,4% (http://demo.istat.it/altridati/trasferimenti/index.html ).
[3] Cioè, dove è alta l’una è alta anche l’altra, e viceversa.

 

image_pdfimage_print