La “desertificazione umana” del Mezzogiorno. Un allarme da prendere sul serio.

Il 30 Luglio scorso sono state presentate, alla Camera dei Deputati, le sostanziose anticipazioni del Rapporto Svimez 2014 sull’economia del Mezzogiorno1. In un Paese distratto, dove il dibattito meridionalista è quasi scivolato nell’irrilevanza, la durezza dei fatti e delle cifre del Rapporto non ha avuto l’urgente rilievo che merita. Nel quinquennio 2008-13 gli investimenti sono crollati di oltre la metà, i consumi delle famiglie si sono ristretti di un ottavo e nel 2013 il numero degli occupati è sceso al livello più basso in quasi quarant’anni. Il cospicuo divario  dal resto del Paese è ulteriormente aumentato, e secondo la Svimez, il Mezzogiorno è oramai “una terra a rischio desertificazione industriale e umana, dove si continua a emigrare, non fare figli e impoverirsi”. “Desertificazione umana” può sembrare paradossale per definire un’area che ha punte di densità umana elevatissime, e dove la popolazione è rimasta stazionaria tra il 2001 e il 2011 (anzi ha guadagnato oltre 100.000 unità grazie all’immigrazione straniera che ha più che compensato il calo dei residenti italiani) secondo le risultanze dei Censimenti. Ma Neodemos fa propria questa definizione perché sintetizza bene alcuni fenomeni sociali e demografici che stanno erodendo la capacità del Mezzogiorno di essere soggetto autonomo di sviluppo. Commentiamo brevemente tre di questi.

Emigrazione, …
Il primo fenomeno è quello migratorio. Non è certo una novità per il Mezzogiorno, che da un secolo e mezzo è terra di emigrazione e che in passato ha visto flussi assai più consistenti di quelli attuali dirigersi verso destinazioni transatlantiche, europee o verso le regioni del Centro-Nord del Paese. Tra il 2001 e il 2013 la Svimez calcola che il saldo migratorio tra Mezzogiorno e il Centro Nord sia stato negativo per circa 700.000 unità, un po’ meno di 60.000 unità all’anno2. Una perdita netta assai inferiore a quella – compresa tra le 100 e le 200.000 unità all’anno – che aveva caratterizzato il periodo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70, senza contare la cospicua emorragia verso l’estero. Ma in passato, l’emigrazione proveniva da esuberanti generazioni di giovani (che ancora negli anni ’50 crescevano annualmente a ritmi compresi tra l’1 e l’1.5% all’anno), alimentate da una sostenuta natalità, e riequilibrava una crescita demografica eccessiva per le potenzialità di sviluppo meridionale. Assai diversa la situazione attuale, perché i flussi migratori provengono da generazioni di consistenza via via più modesta in conseguenza del declino della natalità degli ultimi decenni.

…, bassa fecondità …
Il secondo fenomeno in questione è la diminuzione delle nascite e della fecondità. Dal 2006, il numero medio di figli per donna del Mezzogiorno è  sceso sotto quello del Centro-Nord; nel 2013, con 1,31 la performance meridionale è nettamente inferiore a quella del resto del paese, pari a 1,43. Nel Centro-Nord, la ripresa che si andava consolidando nel primo decennio del secolo, è stata bloccata dalla crisi, ma il Mezzogiorno prosegue nella traiettoria discendente, né ci sono le premesse per un’inversione di tendenza. Questa potrebbe essere favorita da una ripresa economica, e soprattutto dalla costruzione di un sistema di welfare per le famiglie con figli particolarmente carente nel Mezzogiorno (asili, scuole, servizi, spazi pubblici). Ma nulla potrà ottenersi se perdurerà l’assenza delle donne dal mondo del lavoro – i tassi di occupazione femminili sono qui i più bassi d’Europa, come c’informa lo stesso Rapporto – condizione oramai indispensabile per assicurare la sostenibilità economica dei costi legati alla nascita, l’allevamento, la crescita dei figli. Passato per sempre è il tempo nel quale lo status di “casalinga” era funzionale alla produzione di figli. Per queste ed altre ragioni, una riemersione della fecondità dagli attuali bassi (e insostenibili) livelli appare – per ora – improbabile.

… e erosione del capitale umano
Il terzo fenomeno che alimenta la “desertificazione” umana del Mezzogiorno è l’erosione del capitale umano. Lasciamolo dire alla Svimez: “si è sviluppata la dinamica forse più allarmante: una spirale di depauperamento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga persistenza in uno stato di inoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione più avanzata. La debolezza della domanda di lavoro qualificato, accentuatasi durante la crisi, oltre alle specifiche difficoltà nella transizione tra scuola e lavoro, alle crescenti difficoltà economiche delle famiglie a sostenere i costi dell’istruzione e ai limiti interni del sistema formativo, contribuisce a ridurre gli incentivi a investire in formazione e conoscenza. L’impatto negativo di questa evoluzione è duplice: da un lato, induce il depauperamento del capitale umano già formato, bloccato tra inattività e precarietà; dall’altro, ritarda (se non blocca) i processi di convergenza dell’Italia verso più elevati livelli di istruzione europei e gli obiettivi di Europa 2020 e, al nostro interno, delle regioni meridionali verso quelle del Centro-Nord”.

Neodemos condivide l’allarme della Svimez: la desertificazione umana – più ancora degli inceppati meccanismi economici – rischia di rendere il Mezzogiorno incapace di autonomo sviluppo; una grande regione sempre più dipendente dalle dinamiche del resto d’Italia e dell’Europa.

1 – Il volume contenente il Rapporto SVIMEZ 2014 sull’economia del Mezzogiorno, sarà pubblicato prossimamente dalla Editrice “Il Mulino”.
2 – Sull’emigrazione da Sud a Nord, si veda l’articolato intervento di Corrado Bonifazi, La realtà recente dell’emigrazione meridionale verso il Centro-Nord , Neodemos,  12/03/2014

3 –  Fin dal 2008 l’argomento è all’attenzione di Neodemos: si veda Alessandro Rosina, Il tramonto demografico del Mezzogiorno , Neodemos, 15/10/2008