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La decisione di avere un (altro) figlio: cosa accade quando la coppia è in disaccordo

Maria Rita Testa

L’indagine multiscopo “Famiglie e Soggetti Sociali” condotta dall’Istat su un campione di individui intervistati nel 2003 e nel 2007 consente di fare luce su chi nella coppia abbia maggiore influenza decisionale sulle scelte riproduttive. Nel primo round gli intervistati sono chiamati a indicare le loro intenzioni di fecondità (ovvero se intendono avere un figlio nei prossimi tre anni), nel secondo round gli stessi individui riferiscono su eventuali nascite avvenute nel periodo tra le due interviste, 2003-2007. Le coppie selezionate, sposate o conviventi e in età riproduttiva, sono 2.098, delle quali 291 senza figli, 677 con un figlio e 1.130 con due figli al 2003. I dati campionari hanno messo in luce che i partner in disaccordo sulla decisione di avere un (altro) figlio si astengono dal procreare specialmente se hanno già due figli, il valore normativo diffuso in Italia e nella maggior parte dei paesi europei. Il disaccordo in tema riproduzione riguarda il 27 per cento delle coppie senza figli o un solo figlio e il 22 per cento delle coppie con due figli al 2003. L’influenza della rottura dell’unione nell’intervallo di tempo considerato, cioè dal 2003 al 2007, è praticamente nulla, visto che nel periodo si separato solamente l’1 per cento del campione iniziale.

L’accordo tra partner sulle intenzioni fecondità predice le nascite future 

MRTesta_NeodemosL’accordo tra partner sulle intenzioni di fecondità è un requisito importante per il passaggio a una nascita. Come si evince dalla Figura 1, solamente nelle coppie in cui entrambi i partner dichiarano di volere certamente un (altro) figlio la probabilità di averne effettivamente uno è superiore al 50% e queste probabilità cresce al crescere del numero dei figli già presenti: dal 63% nelle coppie senza figli, al 75% nelle coppie con un figlio fino al 93% in quelle con due figli.

Specularmente, se entrambi i partner si dichiarano sicuri di non volere un figlio al momento della prima intervista (2003), le nascite sono rare: non più del 3 per cento tra le due indagini. Si tratta di frequenze relative semplici, che non considerano alcuni importanti fattori socio-demografici di entrambi i partner (come, ad esempio, età dei partner, regione di residenza, lavoro di lui e di lei) ma che non cambiano sostanzialmente se l’analisi si complica per tenere sotto controllo anche queste variabili (per approfondimenti si veda Testa et al 2014).

Chi comanda in famiglia

In circostanze specifiche sia gli uomini sia le donne possono prevalere nel processo decisionale. In particolare, i dati Istat rivelano una leggera prevalenza degli uomini nella transizione al primo figlio e una maggiore influenza delle donne quando si tratta invece di passare al secondo. Come mostrano le frequenze riportate in Figura 1, tra le coppie in disaccordo e senza figli al momento della prima intervista (2003) il 38 per cento mette al mondo un figlio nei tre anni successivi se a volerlo maggiormente era l’uomo, mentre solamente il 34 per cento ne fa uno se a volerlo maggiormente era la donna. Tra le coppie in disaccordo e con un figlio al momento della prima intervista la situazione si ribalta: se a volerlo di più era l’uomo, il secondogenito nasce nel 21 per cento dei casi, mentre se a desiderarlo maggiormente era la donna, la percentuale sale al 30.

Nelle coppie con due figli al momento della prima intervista il disaccordo sulle scelte procreative produce risultati completamente diversi. Per queste coppie non conta più quale dei due partner voleva avere un altro figlio perché il disaccordo blocca quasi sempre l’attività procreativa (in oltre il 93% dei casi).  In pratica,  il partner contrario alla nascita di un terzo figlio esercita una sorta di  “potere di veto” sulle decisioni riproduttive. Il motivo per cui tale potere ostativo prende piede solamente dopo il secondo figlio risiederebbe nella persistenza e prevalenza di una “norma” che vede nella famiglia con due figli un ideale a cui mirare.

Per superare il valore normativo di due figli sarebbe imperativo il consenso di entrambi i partner; oltre tale soglia, infatti, le scelte di fecondità sarebbero scelte puramente discrezionali, per dirla con le parole del famoso demografo americano Norman Ryder, mentre agli ordini inferiori sarebbero scelte in tutto o in parte normative.

Uguaglianza di genere e potere relativo nella coppia

Una dimensione importante nel disaccordo tra partner nelle decisioni di fecondità è l’eguaglianza di genere all’interno della coppia. Ma sia rispetto alla sfera lavorativa (chi dei due partner lavora) sia rispetto a quella dell’istruzione (chi ha un più alto titolo di studio) i risultati non sono quelli attesi. Nelle coppie senza figli e in cui la donna è più istruita dell’uomo la probabilità di avere un figlio è minore nel caso in cui sia proprio la donna a volerlo di più. Tale risultato sembrerebbe suggerire che le donne con elevato titolo di studio tengono in maggiore considerazione il consenso del partner nelle decisioni riproduttive rispetto alle donne meno istruite. In maniera analoga, nelle coppie senza figli in cui solamente l’uomo è occupato nel mercato del lavoro, la donna sembra avere un maggior influsso sulle scelte riproduttive a conferma del fatto che la specializzazione dei ruoli – piuttosto che l’eguaglianza di genere – è spesso coniugata con la preponderanza femminile nelle decisioni inerenti alla sfera riproduttiva.

In generale, in base ai dati dell’indagine Istat nessuno dei partner prevale nel processo decisionale riproduttivo in caso di disaccordo sulle intenzioni di fecondità. Questo risultato emerge chiaramente quando la relazione tra disaccordo e fecondità è esaminata controllando per alcuni fattori socio-demografici rilevanti (come, per esempio, età, istruzione, religione, ripartizione territoriale di residenza di entrambi i partner e tipo di unione). Crescere figli è un impegno duraturo e probabilmente nessuno dei partner si sente pronto ad avere figli senza il consenso dell’altro partner. Questa considerazione è valida ancor più in un paese come l’Italia in cui il supporto (in termini, ad esempio, di soldi e di servi) fornito dallo stato alle famiglie con figli è molto esiguo o pressoché inesistente.

Per saperne di più

Maria Rita Testa, Laura Cavalli, e Alessandro Rosina  2014. The effect of Couple Disagreement about Child-Timing-Intentions: A Parity-Specific-Approach. Population and Development Review 40(2014)1: 31-53. 

Testa, Maria Rita. 2014. Reproductive decision-making and human capital 

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