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La crisi italiana che ci sforziamo di non vedere

Gustavo De Santis

E’ uscito da poco il “Bilancio demografico Nazionale” dell’Istat che, dietro l’asetticità dei numeri, disegna, a ben vedere, un quadro potenzialmente preoccupante per il nostro paese, come segnalato da alcuni osservatori (tra cui Neodemos). Comprensibilmente, la stampa e l’opinione pubblica si interessano prevalentemente di altre cose, più urgenti e in più rapida evoluzione: dalla crisi economica al terrorismo del Califfato, dagli scandali di mafia capitale al possibile fallimento della Grecia e dell’Unione Europea. Eppure, le forze che agiscono lentamente, ma sempre nella stessa direzione, come quelle demografiche, possono alla lunga causare cambiamenti radicali, che pur avvenendo sotto i nostri occhi e pur essendo molto ben documentati – sembra quasi un trucco da prestigiatore – riescono per lunghi periodi a passare quasi inosservati.

Cose note, ma solitamente ignorate

Riprendo dal sito dell’INED  la parte sui giochi che si possono fare con le popolazioni (su dati della Population Division delle Nazioni Unite). Scelgo l’Italia e tre date: il 1960 (quando sono nato io), il 2015 (oggi) e il 2035, una data molto prossimo in termini demografici, per la quale i quali i margini di errore sono quasi trascurabili. In altri campi, previsioni a un anno (e talvolta persino a un mese) sono già un azzardo: non sappiamo chi sarà al governo in Italia, se la dracma avrà ripreso corso legale, o se l’inflazione sarà arrivata a quel fatidico 2% al quale punta la Banca Centrale. Ma in demografia i cambiamenti sono più lenti, e le scale temporali corrispondentemente dilatate.

Ebbene: in termini assoluti, la popolazione italiana, di 50 milioni scarsi nel 1960, è arrivata oggi a circa 61 milioni, e dovrebbe sostanzialmente fermarsi nei prossimi 20 anni (per poi calare). Il mondo, invece, nel frattempo è cresciuto a ben altro ritmo, e ancora crescerà: dai 3 miliardi del 1960, agli oltre 7 oggi, ai 9 scarsi prevedibili nel 2035.

Ma, almeno su scala italiana, non pare opportuno attribuire soverchia importanza ai numeri assoluti. Intanto perché un paese di 300 mila kmq, che ha già oggi un’alta densità (circa 200 abitanti per kmq, una delle più elevate in Europa, dove, per dare un’idea, la media è 32 ab/kmq) nonSchermata 2015-07-08 a 18.45.54 può pensare di competere su questo piano con i colossi della terra (USA, Russia, Cina, Brasile, …) e anche nell’Europa dei 28 c’è chi ha territori molto più estesi del nostro (Francia e Spagna, senza andare tanto lontani).

Conviene concentrarsi piuttosto sugli aspetti strutturali. La figura, ad esempio, ci parla del peso relativo delle persone di oltre 60 anni alle tre date: ebbene, tale peso è venuto costantemente crescendo: dal 14% del 1960 al 28% oggi, al probabile 37% del 2035.

Il peso delle persone in “età produttiva” (20-59 anni) è invece rimasto praticamente invariato fino a oggi (54% nel 1960 e anche nel 2015) ma da adesso in poi declinerà e molto rapidamente, fino a toccare un misero 45% nel 2035. Il rapporto tra le due grandezze (over 60 su adulti di 20-59 anni), un’approssimazione del peso relativo degli anziani, passa quindi dal 26% del 1960, al 52% oggi all’82% domani (2035): tre volte più alto.

Chi se ne frega della struttura?

Si potrebbe pensare che i problemi strutturali, di invecchiamento della popolazione, siano facilmente superabili con qualche aggiustamento. Per la parte relativa al mercato del lavoro, ad esempio, basta alzare opportunamente l’età pensionabile e ripristinare l’equilibrio tra chi lavora (e versa contributi) e chi percepisce una pensione. Ma è proprio vero? Questo innalzamento è già in corso, in Italia (come in molti altri paesi sviluppati), ma tra mille proteste, ricorsi, ripensamenti anche del governo, che teme di perdere consensi se si impunta su un aspetto tanto impopolare quanto necessario. Tanto più che questo innalzamento rischia di dover essere molto rilevante, considerato che già in tutti questi ultimi anni, e ancora oggi (in un fase ancora di “bonus demografico”, e cioè di relativa numerosità delle persone in età da lavoro – v. ancora la fig. 1, nel riquadro centrale, quello relativo al 2015) i conti previdenziali sono in rosso (più uscite che entrate), la spesa previdenziale molto alta (15% del PIL, 35% della spesa della Pubblica amministrazione) e che ogni tentativo di intervento per arginarla si scontra con la difesa aprioristica dei cosiddetti “diritti acquisiti” (che, in molti casi, sarebbero da chiamare col loro più proprio nome di truffa ai danni delle generazioni a venire, e trattare di conseguenza). Cifre allarmistiche? Vengono dal Rapporto sul “Bilancio del sistema previdenziale italiano”, presentato ufficialmente al Parlamento e al Paese il 15 aprile scorso.

La spesa sanitaria è anch’essa in crescita: non solo per gli sprechi (che pure ci sono), non solo per le innovazioni tecnologiche (che costano molto, e sono probabilmente la componente più importante), ma anche per l’invecchiamento demografico – perché, mediamente, le persone più sono anziane e più problemi di salute hanno, il che – tra visite, interventi, esami e medicine – si traduce in un aumento di spesa (circa l’11% del Pil), privata e, nel nostro paese, soprattutto pubblica (circa il 7% del Pil ).

Tale incremento è stato sin qui un po’ arginato dalla forza della rete familiare, che però sta scemando, perché i matrimoni sono divenuti più radi e meno solidi, perché con il declino della fecondità aumenteranno (sia pure non subito) gli anziani senza figli vicini su cui fare affidamento, e perché le donne italiane, sia pur lentamente, stanno abbandonando il loro ruolo di “angelo del focolare” – che poi, più prosaicamente, significa ampia fornitura di servizi personali a basso costo. In questo sono in parte sostituite dalle badanti, che non sono però esattamente la stessa cosa e che, per quanto sottopagate per ogni ora di lavoro, devono essere impiegate per molte ore – e alla fine del mese costano care (nel 2013, 667 euro/mese, in media).

Tracce di soluzione

Non ho qui lo spazio per sviluppare compiutamente un discorso su come ovviare ai mali che ci affliggono, e che si aggraveranno nel prossimo futuro, a causa della dinamica demografica. Certamente non ho – e nessuno ha – la bacchetta magica, tanto più che tale dinamica opera ormai da molti anni (la fecondità in Italia era scesa al di sotto della soglia di rimpiazzo già quarant’anni fa), e quasi altrettanti ne serviranno per ricreare un equilibrio nella piramide delle età.

Ovviamente, servirà (servirebbe) un mix di interventi: tra questi, proseguire nella politica di innalzamento dell’età pensionabile, tagliare drasticamente le pensioni già in essere per la parte in cui eccedono i versamenti contributivi effettuati durante la vita lavorativa, stimolare una maggior partecipazione femminile e dei giovani al mercato del lavoro, innalzare la loro produttività puntando di più sulla loro istruzione, cercare innalzare un poco la fecondità e … accogliere di buon grado, e integrare molto meglio, e molto più in fretta, gli immigrati. E sì: proprio quegli immigrati economici che molti di noi (e molti dei nostri leader) non vorrebbero perché “non vogliamo cambiare il nostro sistema di vita”. Ma è vero il contrario: il nostro sistema di vita lo abbiamo sin qui potuto più o meno mantenere proprio grazie alla loro presenza. Gli stranieri, che sono circa l’8 della popolazione totale, rappresentano oltre il 10% della forza lavoro, e, senza di loro contributo (di lavoro, di tasse, di versamenti previdenziali), il “sistema” (di vita, e dei conti) sarebbe crollato già da un pezzo.

Abbiamo una popolazione simile a quella della Francia, ma circa 300 mila nati in meno ogni anno (500 mila contro 800 mila). Un gap che negli anni scorsi abbiamo colmato grazie a afflussi migratori netti per circa 300 mila unità. Ma nel 2014, complice la crisi economica, le uscite sono aumentate, e le entrate diminuite, per cui gli afflussi netti dall’estero si sono ridotti a poco più di 100 mila unità. Questo saldo compensa quasi esattamente il saldo naturale, che è negativo (non da oggi), dato che nel 2014 abbiamo avuto (circa) 600 mila morti e 500 mila nati.

Un nato in meno e uno straniero in più si bilanciano tra di loro? Beh, quasi. Lo straniero ha qualche vantaggio rispetto a un neonato: è di solito già adulto e pronto per lavorare, e non è necessario “investire” per 20 anni per farlo crescere e per dargli un’istruzione – ci hanno pensato altri. Ma ha anche un grosso svantaggio: è straniero. Cioè non conosce la lingua, le leggi e i costumi, non ha sempre le qualifiche che ci servono in quel momento – e, quel che è peggio, noi diffidiamo di lui, e facciamo di tutto per rendergli la vita difficile. Senza questa barriera culturale e pregiudiziale potremmo investire su chi arriva, e puntare a farlo diventare parte integrante della società. E ben di più occorrerebbe (e converrebbe) investire sulle cosiddette seconde generazioni, e cioè sui figli degli stranieri: le difficoltà di apprendimento di questi ragazzi sono maggiori di quelle dei loro coetanei già nei primi anni della scuola, si aggravano col passare del tempo, e esplodono all’età di 18 anni, quando, per gli ostacoli che noi frapponiamo all’acquisizione della cittadinanza (persino per chi è nato, e ha sempre vissuto e studiato in Italia) la dicotomia tra cittadini di serie A (italiani) e serie B (italiani nei fatti, ma etichettati come stranieri) diventa palese.

Puntare sull’integrazione rapida degli immigrati e ancor più dei loro figli, significa anche puntare sulla pace sociale, e sul capitale umano dei migranti, oggi, a dire il vero un po’ scarsino (e, comunque, sottoutilizzato ).

Sotto questo profilo, “cambiare verso” si potrebbe, in teoria da domani, in pratica con un processo molto più lento e faticoso, ma che va intrapreso subito. L’afflusso migratorio, infatti, non durerà in eterno: gli ultimi dati e le previsioni demografiche internazionali ci dicono che questo rubinetto resterà aperto ancora per 20 o 30 anni. E poi? A noi scegliere come sfruttare al meglio l’opportunità che oggi esiste e come programmare un futuro (anche) demografico più equilibrato nel lungo periodo.

Articolo pubblicato su la rivista del Mulino

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