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La crisi e i più deboli tra i deboli: i giovani meridionali secondo il Rapporto SVIMEZ del 2010

La Redazione

Il “Rapporto” annuale della SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno[1], presentato lo scorso luglio, presta particolare attenzione ai drammatici effetti sociali della crisi tra le giovani generazioni. E’ una crisi che viene da lontano: nel primo decennio di questo secolo il Mezzogiorno ha avuto tassi di crescita dimezzati rispetto al Centro-Nord, e nel 2009 il PIL meridionale è tornato, in valore assoluto, ai livelli di dieci anni fa. E gravissima appare la  crisi occupazionale: quasi 200 mila posti di lavoro persi nel 2009; aumento degli “scoraggiati” fuori del mercato del lavoro; diminuzione del tasso di occupazione al 45%, venti punti in meno rispetto al resto del paese. Una persona in età lavorativa su due “è completamente estranea al mercato del lavoro regolare…un esercito di oltre sei milioni e mezzo di donne e di uomini che partecipa ad un mondo grigio, tra l’attività irregolare nell’economia sommersa e la ricerca estemporanea di lavoro saltuari, attraverso canali informali se non di carattere clientelare”. Neodemos richiama l’attenzione dei suoi lettori su alcuni brani significativi del Rapporto, qui di seguito riportati.

 

 I giovani, le vittime silenziose

La crisi occupazionale ha colpito prevalentemente soggetti giovani, con lavori temporanei e sostanzialmente privi di tutele o in fase di entrata nel mercato del lavoro. Tali criticità, rilevabili per l’intero Paese, mostrano un particolare rilievo nel Mezzogiorno, dove la concentrazione dei costi della crisi sulle categorie più deboli determina effetti sociali di particolare gravità.

         Più della metà delle persone che hanno perso il lavoro nel 2009  era impiegata nel Sud, dove invece si concentra un quarto dell’occupazione italiana. …Il crollo dell’occupazione più giovane è particolarmente forte al Sud, dove gli occupati dai 15 ai 34 anni sono diminuiti di ben 175.000 unità (-9%, a fronte del -4% nel Centro Nord).

         La crisi al Sud non ha fatto che aggravare una tendenza già in atto negli ultimi anni, caratterizzata da un numero sempre minore di ragazzi che riesce ad accedere al mercato del lavoro regolare: tra il 2004 e il 2009 gli occupati con meno di 35 anni si sono ridotti del 15%, a fronte di un incremento delle fasce di età più avanzate.

         Il dato più evidente, emerso nel corso dell’ultimo anno, rivela che i costi più elevati della crisi si scaricano soprattutto sulle generazioni che ancora devono trovare un lavoro. Una dinamica che ritarda ulteriormente il processo di crescita dei giovani italiani e meridionali in particolare, procrastinandone ulteriormente oltre all’accesso al lavoro, anche le decisioni individuali e sociali….Complessivamente si è passati, al Sud, da un flusso di neo-occupati di 15-34 anni nel 2008 – già anno di crisi- di 450.000 unità, ad un flusso nel 2009 di poco superiore alle 350.000 unità; altrettanto forte è stata la riduzione di coloro che hanno trovato lavoro nel 2009 rilevabile nel centro-Nord, a dimostrazione che anche nelle regioni più sviluppate il sistema economico e sociale è riuscito in parte ad arginare gli effetti della crisi sui già occupati, scaricando però tali effetti sulle possibilità di accesso dei giovani al mercato del lavoro.

         Questi andamenti hanno effetti economici e sociali particolarmente negativi in quanto aumentano la dipendenza dei giovani dalle famiglie, riducono la crescita demografica e la mobilità sociale, aumentano i fenomeni di marginalizzazione e povertà.

 

L’emarginazione dei giovani dai processi formativi

         Incremento degli abbandoni e declino dei tassi di passaggio all’Università sembrano sottendere un mutamento del rapporto tra l’istruzione, e in particolare quella universitaria, e il sistema economico. Mentre fino a un recente passato la convinzione della spendibilità di un titolo di studio terziario sul mercato del lavoro, e la legittima aspettativa di retribuzioni di gran lunga migliori per i laureati, avevano favorito l’espansione dei livelli di partecipazione, nella fase di difficoltà degli ultimi anni sembrano emergere segnali di un certo scoraggiamento

fra le corti più giovani a investire nell’istruzione avanzata…

         La progressiva emarginazione dei giovani dai processi formativi e produttivi emerge dalla crescente diffusione dei giovani (15-29 anni) “Neet” (not in education, employment or training) [2] che nel 2009 hanno superato i 2 milioni…Il fenomeno Neet è particolarmente diffuso nel Mezzogiorno. In quest’area, con poco più del 40% della popolazione di riferimento, si concentra circa il 60% dei Neet: nel 2009 sono 1,2 milioni, 368.000 in più dello scorso anno. Essi rappresentano il 30% della popolazione tra i 15 e i 30 anni a fronte del 15% nel Centro-Nord. Con una componente femminile più accentuata: una ragazza di 15-29 anni su tre che risiede nel Mezzogiorno non ha svolto nel 2009 né attività di studio, né di formazione, né di lavoro.

         Anche i giovani che hanno intrapreso la via delle “nuove” emigrazioni non sono indenni dagli effetti delle crisi. Ciò che non è riuscito a fare lo sviluppo – far tornare i giovani meridionali offrendo loro opportunità di lavoro- rischia di farlo a suo modo la crisi: è cominciato nel 2009 un piccolo e lento flusso di rientro di emigrati e pendolari di lungo raggio espulsi dal mercato del lavoro del Centro-Nord. Una forma di rientro, dunque, molto lontana da quella auspicata, connessa al vantaggio di usufruire di un sostegno delle famiglie di origine, nel momento in cui viene meno il reddito da lavoro rendendo insostenibile il costo della vita nelle città centro-settentrionali. E’ un rientro, tuttavia, che si esaurisce nell’attesa di una “ripartenza”, di nuove occasioni di impiego che, verosimilmente, saranno ancora soprattutto al Nord.

 

Il Mezzogiorno arretra ancora

         Il Rapporto SVIMEZ pone in piena luce il fatto che la crisi – ogni crisi, vorremmo dire – colpisce soprattutto i più deboli, e nel caso italiano, le regioni del Mezzogiorno e le fasce giovanili. Arretramento economico, deindustrializzazione, crisi dell’occupazione, maggiore povertà attestano la perdita di dinamicità del sistema meridionale, la maggiore vulnerabilità, l’indebolimento del capitale umano. Anche il sistema demografico risente della prolungata crisi: nel 2001 la popolazione residente nel Mezzogiorno costituiva il 36% della compagine nazionale, proporzione scesa al 34,6% a inizio 2010; nel 2002 le nascite erano il 38,7% del totale nazionale, nel 2009 il 34,6%, e la natalità è oramai più bassa che nel resto del paese.


[1] SVIMEZ, Rapporto SVIMEZ 2010 sull’economia del Mezzogiorno, Roma, 2010.

[2] Dei Neet, Neodemos si è occupato in precedenza. V. ad esempio “Perché proprio nel Nord aumentano i giovani che abbandonano presto gli studi?” di Mara Gasbarrone e “I Neet italiani al Censimento generale della popolazione del 2001“, di Simone De Angelis & Simona Mastroluca.

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