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La coesione sociale in Europa

Gianmaria Bottoni

L’Italia e molti altri paesi europei stanno attraversando un periodo difficile: crisi economica e speculazione finanziaria stanno mettendo a dura prova la stabilità dei sistemi sociali. La situazione negativa del nostro Paese è confermata da una ricerca sugli Stati Membri dell’Ue volta a rilevare i livelli di coesione sociale in ciascun Paese europeo. Il concetto di coesione sociale ha un’origine nobile, che risale agli albori della sociologia e ai lavori di Durkheim (1858-1917)e che, tuttavia, soltanto da pochi anni è tornato al centro del dibattito internazionale, grazie all’interessamento di alcune importanti istituzioni, tra  cui l’Unione Europea, l’Ocse, il Consiglio d’Europa e la Banca Mondiale. Il significato del termine “coesione” non è univoco, ma tutti concordano sul fatto che la sua presenza sia una condizione imprescindibile in un mondo globalizzato dove il conflitto sociale rischia altrimenti di essere amplificato.
Un’indagine sui 27 Stati Membri
Ho cercato dunque di costruire un indice sintetico di coesione sociale che fosse di facile lettura anche per i non specialisti, e riproducibile. Innanzitutto, ho fornito una mia definizione operativa del concetto suddividendolo in sei dimensioni: condizioni strutturali; disuguaglianze; fiducia; esclusione; appartenenza e condivisione di valori; partecipazione e senso civico. Su tali dimensioni ho raccolto più di 120 indicatori dai siti Eurostat e Gesis per tutti i paesi membri della UE. Per individuare gli indicatori più validi ai miei fini mi sono servito dell’analisi fattoriale (a due stadi). Gli indicatori confluiti nell’indice riguardano la fiducia nelle istituzioni (istruzione, giustizia, sanità, polizia), il tasso di grave deprivazione materiale, la percezione di quanto ci si sente esclusi dalla società, la fiducia interpersonale, il tasso di disoccupazione di lungo termine, il rapporto fra il reddito percepito dal 20% della popolazione più ricca rispetto al reddito del 20% più povero, la percentuale di alunni che ottengono il punteggio più basso ai test di alfabetizzazione PISA, l’approvazione dell’uguaglianza di genere nelle opportunità lavorative, il rapporto fra donne ed uomini occupati in posti prestigiosi, e, infine, l’affluenza media (1990-2010) alle urne. I punteggi dei vari Stati sull’indice sono stati calcolati come media dei vari punteggi ottenuti sulle singole variabili (che erano state preventivamente normalizzate, in un range compreso fra 0 e 100).
I risultati dell’analisi
Come si può vedere dalla fig.1, in riferimento alla dotazione di coesione sociale i Paesi si dividono essenzialmente in tre gruppi. Abbiamo da un lato i Paesi dell’area scandinava che ottengono le migliori performance sull’indice, insieme a Olanda, Lussemburgo, Cipro, Austria, Malta e Belgio. Abbiamo poi un gruppo centrale composto da Slovenia, Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Estonia, Irlanda e Inghilterra che mostrano un livello “medio” di coesione sociale. Infine, abbiamo i Paesi entrati per ultimi nell’ Unione Europea (a parte Slovenia ed Estonia) insieme a Portogallo, Grecia ed Italia che mostrano i livelli più bassi di coesione sociale.
C’è da rilevare il netto distacco di Paesi come Lettonia, Romania, Lituania e, soprattutto, Bulgaria. L’Italia si trova al di sotto della media generale con un punteggio di 46,8 a fronte di una media europea di 55,3. In pratica, siamo l’ultimo Paese in quanto a dotazione di coesione sociale fra i Paesi occidentali, superati anche da Grecia e Portogallo.
Il nostro Paese è caratterizzato da scarsa fiducia interpersonale e nelle istituzioni, un elevato livello di disoccupazione di lungo termine (52% sul totale dei disoccupati), una disuguaglianza di reddito superiore alla media europea, una scarsa alfabetizzazione degli alunni (il 21% dei quali ottiene il livello più basso ai test PISA) e, infine, da un sentimento di esclusione abbastanza diffuso.
Oltre a ciò, ho cercato di indagare il rapporto fra la coesione sociale e il benessere oggettivo di uno Stato. A tale scopo ho costruito un indice di “benessere oggettivo” attraverso l’analisi fattoriale. Tra le variabili inserite nell’indice vi sono il tasso d’affollamento (delle persone nelle case), il reddito mediano netto, il tasso di mortalità, l’aspettativa di vita, il PIL pro-capite, il tasso d’occupazione e il tasso di mortalità infantile.
Fra la coesione sociale e il benessere oggettivo la relazione lineare appare stretta (fig. 2). Anche se in questo caso forse ancor più che in altri non sembra facile distinguere qui tra causa e effetto la conclusione è nel complesso preoccupante: i paesi economicamente più deboli sono anche quelli dove minore è la coesione sociale e dove, quindi, i contraccolpi effetti della crisi economica rischiano di essere più severi.
 

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