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La bassa fecondità italiana

Antonio Santini
Insieme a Spagna e Germania, l’Italia è il paese sviluppato con il più basso numero medio di figli per donna, poco più di 1,3. Insieme ai paesi dell’Europa dell’Est (con storie e vicende del tutto specifiche e singolari), sono tutte le nazioni mediterranee, insieme alla Germania, a soffrire di questa straordinaria e, a medio-lungo termine, problematica denatalità.

La fecondità al Centro-Nord …

«Où sont les “bambini”?», titolava un suo intervento su Le nouvel observateur Marcelle Padovani (2007). Questo titolo, che intende esprimere sinteticamente la realtà italiana, contiene però implicitamente qualche stereotipo che è opportuno cancellare. Intanto, il quadro nazionale nasconde realtà tra loro ben poco omogenee. Probabilmente è più giusto dire che esistono due (o tre) differenti Italie: quella che comprende le regioni del Centro–Nord e quella relativa al Mezzogiorno.

Nonostante l’evidente eterogeneità dei due raggruppamenti – specie il primo – va detto che, nelle regioni centrosettentrionali complessivamente considerate, il numero medio di figli per donna, o TFT, è stato inferiore alla soglia di 2 già a partire dalle generazioni nate nel 1921. Anche per contemporanei, dal secondo dopoguerra in poi, la fecondità è stata bassa, e solo negli anni del baby boom, tra il 1961 e il 1974, il TFT ha superato, e di poco, il valore di 2. All’interno di quest’area, poi, troviamo anche regioni con livelli di fecondità eccezionalmente e persistentemente bassi, come ad esempio la Liguria e l’Emilia Romagna, dove le generazioni più recenti, nate nel 1963, si stima che metteranno al mondo appena poco più di 1,2 figli a testa. Contemporaneamente, però, l’area del Centro-Nord si è sinora caratterizzata, nel contesto europeo, per una bassa quota di donne rimaste senza figli. Insomma, quasi tutte le italiane del Centro-Nord fanno figli, ma tutte ne fanno pochi, spesso solo uno.


Tavola 1 – TFT nelle generazioni e negli anni di calendario indicati.

Italia e territori indicati

Regioni

Generazioni

Anno di osservazione

 
1924

1936

1966

1952

1964

1994

2004

Italia

2 335

2 266

1 432

2 337

2 702

1 215

1 331

               
Nord

1 892

1 935

1 240

1 846

2 373

1 040

1 325

Centro

1 982

2 022

1 333

1 944

2 382

1 094

1 283

Sud

3 090

2 824

1 711

3 162

3 306

1 538

1 348

               
Liguria

1 484

1 684

1 114

1 386

2 072

928

1 185

Veneto

2 320

2 233

1 253

2 366

2 719

1 064

1 357

Toscana

1 734

1 840

1 276

1 644

2 128

982

1 270

Campania

3 133

2 979

1 805

3 178

3 572

1 601

1 471

Sardegna

3 557

2 937

1 286

3 805

3 417

1 089

1 030

Fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

… e la fecondità nel Mezzogiorno

Veniamo al Mezzogiorno d’Italia. È grazie al comportamento riproduttivo delle donne meridionali che la popolazione italiana nel dopoguerra è cresciuta e ha potuto ritardare i segni del rapido invecchiamento che osserviamo invece ai giorni nostri. La fecondità totale è rimasta a lungo su livelli relativamente elevati, e comunque superiori a 2, nelle generazioni nate fino al 1948 e, per contemporanei, fino al 1983-1984. Ci si è mossi, in generale, intorno ai 3 figli per donna, o addirittura a 4 nella generazione 1920 della Sardegna. Sia per la generazione del 1963 (l’ultima di cui si è potuto stimare il TFT), sia, per contemporanei, nell’ultimo anno di calendario, i valori di discendenza finale, pur se inferiori a 2, risultano comunque sensibilmente superiori a quelli delle donne centro-settentrionali.

Ma, nelle regioni del Mezzogiorno, si è manifestato un fenomeno assai significativo nel connotare il differente substrato culturale rispetto al Centro-Nord: la percentuale di donne che è rimasta senza figli è qui più elevata e – fatto ancora più rilevante – la probabilità delle primipare di avere anche il secondogenito è più alta di quella di avere il primogenito per chi è ancora senza prole. Sembrano, insomma, esistere due gruppi di donne: quelle con fecondità medio-alta (non meno di due figli) e quelle del tutto infeconde.
Alla ricerca delle cause: il caso francese
Non è facile capire il perché di queste differenze, e le spiegazioni di volta in volta proposte privilegiano talvolta aspetti culturali (tra cui, ad esempio, la perdurante asimmetria nei ruoli marito-moglie all’interno della famiglia), talaltra aspetti invece che si potrebbero definire ‘strutturali’: mercato del lavoro, lavoro femminile, mercato degli alloggi, e via dicendo. Alcune variabili sono poi difficili da classificare: lo stesso lavoro femminile, ad esempio, che è meno frequente al Sud, lo è per problemi strutturali (il lavoro che manca) o culturali (non si ritiene opportuno che una donna vada a lavorare)? Nei confronti dell’alternativa cultura-struttura, pur ribadendo che la seconda componente, sembra ormai essere dominante (M. Breschi e M. Livi Bacci, 2003), le differenziazioni storico-territoriali presenti nel nostro paese devono far riflettere sull’importanza di differenti culture familiari nella determinazione del comportamento fecondo e sulle strategie politico-demografiche che ne sono, ovviamente, condizionate (per una visione più ampia di tali problematiche, si veda: A. Santini, 2006).

Ed è interessante ricordare ancora una volta la Francia, la cui elevata fecondità deriva soprattutto dal suo eccezionale sistema di welfare e, in particolare, dalla diversa ‘condizione della donna’. Anche la Francia, negli anni tra le due guerre mondiali, soffrì di un problema di denatalità e tentò alcune timide politiche popolazioniste. Queste fallirono, è vero, ma, almeno, non inculcarono nell’immaginario collettivo l’idea che una politica pronatalista emanasse necessariamente da un regime totalitario. Non è forse un caso che tutti i paesi dell’Europa che hanno sofferto l’autoritarismo di quei regimi abbiano oggi la fecondità più bassa. Anche in Italia, ad esempio, fino a non moltissimi anni fa, l’espressione politica demografica era considerata sinonimo di fascismo.

In Francia, invece, la politica demografico-sociale iniziata nel dopoguerra ha sempre insistito sul fatto che la nascita di un figlio è una scelta individuale: lo Stato può, in vari modi, rendere questa scelta più agevole, ma non si sogna neppure di imporla, e non la associa a idee quali patria, nazione, razza, e simili.

Probabilmente ha ragione Emmanuel Todd (2007) quando afferma che la nascita di un figlio è il segno più chiaro di vitalità della famiglia. Vi è un consenso diffuso sul fatto che una politica di welfare come quella francese non potrebbe funzionare se, alla base, non vi fosse una famiglia che ha saputo trasformarsi, e rivitalizzarsi: da luogo dell’autorità e della gerarchia, a quello della tenerezza, della confidenza e della solidarietà. Dove, se non in Francia, si può accedere su Internet a siti in cui le madri propongono dei forum di discussione in tema di maternità e di vita familiare quali ‘nouslesmamans.forumactif.com’, ‘magicmaman.com’, ‘tresordemaman.com’, ‘neufmois.fr’?

Riferimenti bibliografici

Breschi M. e M. Livi Bacci (a cura di) (2003) La bassa fecondità italiana tra costrizioni economiche e cambio di valori,

Santini A. (2006) Nuzialità e fecondità in Italia e nelle sue regioni durante il secolo XX, relazione al Convegno “Le grandi transizioni tra ‘800 e ‘900. Popolazione, società, economia”, S.I.DE.S, Pavia, 28-30 settembre.

Emmanuel Todd (2007) Intervista a Le Nouvel Observateur, n. 3, marzo (http://hebdo.nouvelobs.com/hebdo/parution/p2208/dossier/a334380-_un_dementi_a_la_sinistrose_%C2%BB.html).

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