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Kramer contro Kramer

Gustavo De Santis

Nel 1979, Robert Benton dirigeva "Kramer contro Kramer", film in cui (sposando soprattutto il punto di vista di lui, per il vero) si racconta la storia del divorzio tra Ted e Joanna Kramer (rispettivamente Dustin Hoffman e Meryl Streep), che litigano in particolare su chi debba avere la custodia del figlioletto, Billy.
Nel 1979, il problema dei divorzi, già molto diffuso e sentito in America, era ancora relativamente marginale in Italia, con poco più di 10 mila casi, e circa 4 matrimoni su 100 destinati a concludersi con un divorzio. Ma oggi?
 

Divorzi e separazioni in Italia
Oggi divorzi e separazioni sono molto più frequenti di allora, come ci informa l’Istat, grazie alla sua serie "Statistiche in breve": i divorzi sono arrivati a quasi 50 mila ogni anno, e le separazioni superano quota 80 mila (fig. 1).
In termini di trend, si può notare una lieve contraddizione tra le separazioni, che diminuiscono (da 83 mila nel 2004 a 80 mila nel 2006), e i divorzi, che aumentano (i 49.534 del 2006 sono il numero più alto nella storia del paese). Già, perché in Italia il divorzio non può essere ottenuto subito, e il periodo "di riflessione", che pure esiste spesso anche altrove, è particolarmente lungo: tre anni, contro al massimo un anno all’estero. Ecco perché, nei confronti internazionali, è spesso preferibile comparare le separazioni in Italia con i divorzi all’estero.
Inoltre, altra peculiarità italiana, le separazioni legali sanciscono una rottura definitiva del matrimonio. E’ vero che solo il 60% circa dei separati finisce poi per divorziare, ma questo si deve al fatto che le due condizioni – di separato/a o di divorziato/a – praticamente coincidono, salvo che per un particolare importante: ci si può risposare solo da divorziati. Separarsi non basta.
Contando dunque le separazioni, circa il 27% dei matrimoni finisce per sopravvenuta incompatibilità tra i coniugi: non siamo ai valori americani o nord-europei (35-50%) ma si tratta comunque di una quota non trascurabile, soprattutto per un paese cattolico, che ancora oggi celebra in chiesa circa 2 matrimoni su tre. Ma l’indissolubilità del sacramento non ha impedito, nel 2006, che 57 mila coppie sposatesi con rito religioso chiedessero la separazione (su 80 mila in totale), e altre 39 mila (su 49 mila) chiedessero il divorzio – anzi, nel loro caso, più precisamente, la "cessazione degli effetti civili del matrimonio".
 
Tu da che parte stai?
Se le coppie che si separano hanno figli, per questi si pone un problema: con chi vivranno dopo la separazione, con il papà o con la mamma?
Il problema si pone anche per i figli dei divorziati, ovviamente, ma in maniera meno grave, per due motivi. Il primo è che, in fase di divorzio, si conferma spesso la decisione presa al momento della separazione, almeno tre anni prima (o meglio: si confermava. Le cose stanno cambiando come vedremo tra un attimo). Il secondo motivo è che i figli sono più grandi, spesso addirittura maggiorenni – e allora non è più il giudice a decidere per loro, ma sono loro stessi a scegliere. La presenza di figli minori, infatti, si registra nel 53% dei casi di separazione, ma solo nel 37% dei casi di divorzio. Delle scelte locative dei figli maggiorenni, dopo la separazione o il divorzio dei genitori, non si sa nulla dalle carte del divorzio – e di questi casi non tratta quindi la nota dell’Istat.
Delle altre invece sì, perché, appunto, sono frutto di una decisione del tribunale, di cui rimane traccia. Ed è qui che le cose hanno cominciato a cambiare, e molto rapidamente, nel corso del 2006. Fino al 2005 – e, per il vero, anche fino al 1° trimestre del 2006 – i figli minori erano affidati prevalentemente alla madre, in oltre l’80% dei casi. Ma dal 16 marzo 2006, è entrata in vigore la Legge 54/2006, sull’affido condiviso. Anche prima esistevano soluzioni simili, ma non uguali (l’affido congiunto, o alternato), che il giudice poteva adottare, in certi casi. Con la nuova legge, invece, "l’affidamento dei figli ad entrambi i genitori non è più un’evenienza secondaria (come nella disciplina precedente), ma diviene la regola mentre l’affidamento esclusivo ad un genitore costituisce l’eccezione a cui ricorrere (con provvedimento motivato) soltanto ove la condivisione della potestà genitoriale sia ritenuta pregiudizievole per l’interesse del minore." (Istat, 2008, p. 4).

Così, i circa 63 mila minori affidati dai tribunali sono andati alla sola madre nel 58% dei casi, percentuale che si abbassa ancora, al 50%, se si guardano solo i 44 mila minori affidati a partire dal 2° trimestre del 2006, cioè da quando la legge è operativa, mentre gli affidi condivisi sono saliti al 47%. In senso storico, un grandissimo cambiamento. Per i promotori della legge, invece, una mezza delusione: l’affido condiviso non è ancora diventato "la" regola, e l’affido esclusivo (prevalentemente alla madre) è ancora molto frequente.
 
E’ possibile che i giudici italiani siano rimasti un po’ schiavi dell’antico pregiudizio che "i figli devono stare con la madre" – che, del resto, affliggeva anche i giudici americani di "Kramer contro Kramer". Ma è anche vero che le variabili in gioco sono tante: l’età dei figli, ad esempio, o la distanza fisica che, dopo la separazione, intercorre tra i genitori, e che, se troppo grande, ostacola seriamente la condivisione delle responsabilità genitoriali che è nello spirito della legge.
 
Questioni di soldi
E poi, pudicamente poco trattate dalla stampa, e relativamente poco coperte anche dai dati ufficiali, ci sono le questioni economiche. Dopo una separazione, come decidere chi deve dare, e quanto, all’ex coniuge, e quanto di questo a titolo di mantenimento del figlio? In questa scelta entrano, certamente, considerazioni sui redditi dei due genitori, sulla distribuzione dei tempi di presenza dei figli, e sull’assegnazione della casa coniugale, nella quale resta di solito un solo membro della (ex) coppia, tipicamente la moglie. Ma senza la conoscenza di questi elementi di contorno, sapere che l’assegno di mantenimento per i figli è previsto nel 90% dei casi (prevalentemente a carico del marito), e che questo assegno è mediamente di circa 500 euro/mese, lascia molti margini di incertezza su cosa avvenga veramente nei tribunali, e su quali siano i criteri che i giudici seguono nelle loro decisioni sugli aspetti economici.

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