Italietta?

Gustavo De Santis

L’ebook “Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?” può da oggi essere scaricato dai nostri lettori. Contiene le relazioni di Telmo Pievani, Silvana Salvini, Emanuele Felice e Ilvo Diamanti 

presentate al Convegno col quale – lo scorso 24 Novembre – abbiamo festeggiato il decennale di vita di Neodemos. L’ebook contiene anche la trascrizione della vivace tavola rotonda, coordinata da Gad Lerner, alla quale hanno preso parte Gianpiero Dalla Zuanna, Massimo Livi Bacci, Romano Prodi e Chiara Saraceno. Gustavo De Santis ci introduce alla sua lettura.

Presentiamo oggi, ai nostri lettori, un nuovo volumetto elettronico della nostra serie, un e-book che raccoglie gli interventi dei relatori all’ultimo convegno “Neodemos” (novembre 2017), e che ne ha conservato il titolo: “Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?”.

La chiave di volta sta nel punto interrogativo. Per certi aspetti, lo si potrebbe togliere: ci sono pochi dubbi che, verso il 2050, gli italiani saranno meno numerosi di quanto non siano oggi. E, per certi aspetti, questo è un bene. Come tutti i paesi sviluppati, anche l’Italia ha un “deficit ambientale” elevato, pari a 329% secondo la stima del Global Fooprint network, il che significa che se la biocapacità del nostro paese è 100, noi consumiamo 429, e quindi stiamo intaccando le riserve mondiali (di ossigeno, energie non rinnovabili, ecc.): quelle nostre o, tramite importazioni, quelle altrui. Gli Italiani potrebbero, certo, cambiare stile di vita e ridurre il loro impatto negativo sulla capacità di sostentamento del pianeta, ma questo è molto difficile da realizzare in pratica e, nella migliore delle ipotesi, molto lento. E siamo comunque un paese sovrappopolato, con circa 200 abitanti per kmq, in un mondo sovrappopolato, di 7,5 miliardi di persone che, secondo le più accreditate previsioni, dovrebbero diventare circa 11 miliardi verso la fine secolo. Che male c’è quindi, se gli italiani diminuiscono un po’?

Il male è che la riduzione non avviene proporzionalmente. Ad esempio, se la popolazione si riduce, ma il debito pubblico rimane costante, il debito pro-capite aumenta – ed ecco emergere un primo effetto negativo. Ce ne sono altri, legati al semplice fattore numerico: ad esempio le prospettive del mercato interno (certamente non favorevoli, se il pubblico dei potenziali compratori si contrae), o il peso politico dell’Italia nel mondo o quantomeno in Europa, che è legato anche al suo peso demografico.

Meno banali, me non meno preoccupanti, sono poi gli effetti strutturali. La riduzione della popolazione si accompagna sempre, necessariamente, a un suo invecchiamento, perché a determinarla non è un nuovo Erode, che selettivamente elimini tutte le persone al di sopra di una certa età, come in certi film di fantascienza. È, invece, la riduzione delle nascite che, a cascata, comporta una minor presenza prima di bambini e poi di adulti, mentre gli anziani e i grandi anziani, nati da generazioni numerose, continuano a restare numerosi fino alla loro estinzione, circa 100 anni dopo. Questo processo in Italia è già cominciato da un pezzo, diciamo nell’ultimo quarto del secolo scorso, e la domanda è: possiamo permetterci un altro mezzo secolo circa di ulteriore invecchiamento, con le tensioni già gravi che abbiamo sul sistema previdenziale, su quello sanitario/assistenziale, e sulle famiglie, spesso chiamate a tappare le falle di un sistema di welfare non sempre all’altezza delle necessità?

Certo, le immigrazioni potrebbero, in teoria, compensare le mancate nascite, e fino alla metà del secolo i candidati a entrare in Italia non dovrebbero mancare. Ma, a parte il fatto che molti di loro vedono l’Italia solo come la porta d’ingresso verso i più attrattivi paesi del nord Europa (Germania, Inghilterra, Svezia, …), a parte il fatto che, proprio per la possibilità di spostarsi (quasi) liberamente dentro i confini europei, gli stessi partner europei non ci permetterebbero una politica di frontiere aperte neppure se la volessimo attuare, sono gli stessi Italiani a non volere un numero eccessivo di ingressi dai paesi poveri, vicini o lontani che siano. Cosa si debba intendere per “eccessivo”, a dire il vero, non lo sa nessuno (e men che meno coloro che ne parlano con sicumera, e osteggiano questi flussi), ma insomma, è chiaro che si tratta di un rubinetto che può essere aperto solo con cautela. E che comunque, anche lui, non è gratuito: pur se tutti gli studi seri sul fenomeno mostrano che la presenza straniera nel nostro paese è stata sin qui benefica, sotto tutti i punto di vista, l’integrazione degli stranieri non è banale, e forse meno ancora lo è quella delle seconde generazioni – quelle che oggi frequentano le nostre scuole, che trovano più difficoltà nello studio e nel mondo del lavoro, e dalle quali, sulla base dell’esperienza dei paesi con più lunga esperienza immigratoria, possono maturare i germi di un comprensibile risentimento per il contrasto tra l’uguaglianza di opportunità formalmente offerta a tutti e l’iniquità delle regole del gioco nella pratica quotidiana. La percezione di insicurezza che molti Italiani provano, secondo i sondaggi, e che è legata all’equazione immigrazione=terrorismo, è totalmente infondata per oggi, ma potrebbe diventare vera in prospettiva.

Ecco allora la chiusura e il rimpicciolimento, mentale prima ancora che fisico: un paese che non si riproduce, che invecchia, non investe, si chiude sempre più in se stesso e, lentamente, ma inesorabilmente, muore, come tanti nostri paesi (ora nel senso di località) dell’interno, da dove i giovani sono scappati, e dove i pochi anziani rimasti, tra una partita a carte e l’altra, con un televisore acceso che nessuno guarda, rimpiangono un felice passato che non è mai esistito, e diffidano di ogni novità che potrebbe dare una scossa e riportare un po’ di vita a loro stessi e all’ambiente circostante.

Il futuro, però, non è ancor scritto: sta nelle scelte che sapremo compiere. La strada è in salita, ma, sia pure con fatica, è percorribile, e le relazioni del Convegno, ora raccolte in questo e-book insieme agli interventi della tavola rotonda finale, mentre segnalano le difficoltà, mostrano anche le possibilità che l’avvenire ancora ci offre. Coglierle, se ci riusciamo, tocca a noi.

 

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