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Invecchiamento e migrazioni, una relazione complessa

Gian Carlo Blangiardo, Stefania Rimoldi

A differenza di quanto è accaduto per le componenti della dinamica naturale (fecondità e mortalità), gli effetti della dinamica migratoria sull’invecchiamento demografico hanno sinora ricevuto un’attenzione abbastanza marginale sotto il profilo della ricerca. L’intensità dell’ “invecchiamento importato/esportato” nei prossimi decenni può misurarsi come differenza, in un dato ambito territoriale e in un dato periodo, tra il numero effettivo e il numero teoricamente atteso di persone raggiungono la soglia di vecchiaia. Il numero teoricamente atteso è quello che si può ricavare dalla numero dei nati di quelle generazioni (diciamo, 65-69 anni prima, con le classi quinquennali di età usate dalle Nazioni Unite), in assenza di migratorietà, ma tenendo adeguatamente conto dei livelli di sopravvivenza. Le elaborazioni riguardano i 28 paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti e i così detti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), nel periodo 2020-2050. I dati sono quelli Nazioni Unite (2013).

Il bilancio nell’Unione Europea

Per quanto riguarda l’insieme dei paesi UE-28, a fronte di 29,7 milioni di 65-69enni stimati al 31 dicembre 2020 quelli “attesi”, sulla base della sopravvivenza dei corrispondenti nati in loco nel quinquennio 1951-55, dovrebbero essere solo 28,4 milioni. Si identifica quindi un surplus di oltre un milione di nuovi anziani nati fuori dal paese in cui si apprestano ad invecchiare (figura 1). Tale surplus raggiungerà i 2,6 milioni (8,4% in più rispetto alle attese) nel 2030 e si accrescerà ulteriormente fino a toccare il picco massimo nel 2050, quando l’incidenza dell’invecchiamento importato sarà pari al 18,7% (ben 32 milioni di nuovi anziani previsti, contro i 27 che si sarebbero registrati in assenza di migrazioni).
Nell’insieme dei paesi europei, Germania, Francia, Spagna e Italia (figura 2) sono quelli che maggiormente verranno interessati dal fenomeno dell’invecchiamento importato, seppur con tempi diversi (Germania e Francia prima, Spagna e Italia dopo): in particolare, la Spagna raggiungerà progressivamente livelli da “primato” nel panorama UE.
Sul fronte opposto, Polonia, Romania, Bulgaria, Irlanda e Portogallo spiccano tra quelli che verosimilmente saranno maggiormente caratterizzati dall’esportazione di invecchiamento. Un destino che li accomuna fino al 2030-2035, allorché Irlanda e Portogallo invertiranno la loro condizione e, passando da esportatori a importatori, sperimenteranno l’invecchiamento dovuto alla componente migratoria pregressa con intensità prossime alle 90mila unità nel corso del quinquennio 2046-2050.

Europa, Stati Uniti e Paesi BRICS a confronto

E’ interessante mettere a confronto (figura 3) la dinamica dell’invecchiamento importato relativo al complesso dell’UE con quella degli USA e del gruppo di paesi emergenti che, nel loro insieme, compongono i BRICS.
In termini percentuali notiamo come nel complesso dei paesi BRICS l’incidenza dell’invecchiamento importato sia sostanzialmente nulla: il contributo moderatamente positivo di Russia e Sud Africa viene largamente compensato dai valori negativi di Brasile e Cina.
Per gli USA, invece, si prevedono incidenze superiori al 15% già a partire dal quinquennio 2016-2020, che sfioreranno la quota record del 35% tra il 2040 e il 2045. L’Unione Europea sembra dunque collocarsi in una situazione intermedia.

Sfide, sfidanti e falsi antidoti

L’invecchiamento delle popolazioni pone le società di fronte a importanti sfide sul piano economico, sociale, politico e culturale. Gli andamenti demografici prospettati per i paesi dell’UE nei prossimi decenni incideranno significativamente sulla loro crescita potenziale e comporteranno complessivamente un aumento della pressione sulla spesa pubblica, non solo per la parte direttamente collegata alle pensioni e alla sanità, ma anche per quella destinata alle infrastrutture e ai molteplici interventi di adeguamento riconducibili all’area del welfare.
Il principio secondo cui l’immigrazione potrebbe costituire un “antidoto” all’invecchiamento della popolazione europea non sembra sostenibile se ci si spinge con le analisi oltre l’orizzonte del breve periodo.
Infatti, valutato a distanza di alcuni decenni, il tanto enfatizzato sostegno al “ringiovanimento” da parte dei flussi migratori ne esce fortemente ridimensionato: i dati mostrano come sino al 2050 l’UE nel suo complesso, quand’anche con significative differenze tra i membri che importano e quelli che esportano popolazione per effetto della mobilità territoriale, sarà caratterizzata da un crescente saldo positivo a favore dell’invecchiamento.
Tale fattore, aggiungendosi alla perdurante bassa natalità e al continuo allungamento della sopravvivenza, contribuirà ad appesantire una struttura per età già fortemente compromessa.
E se il confronto con gli USA ci pone in una condizione più favorevole, non altrettanto può dirsi rispetto a quello con le economie emergenti, paesi che possono diventare, se già non lo sono, i temibili competitor con cui sarà inevitabile (e sempre più impegnativo) “fare i conti”.

Per saperne di più:

Blangiardo G.C. (2003), L’antidoto migratorio all’invecchiamento demografico nelle società europee, Rivista Italiana di Scienze Sociali, CXI, Aprile-Giugno 2003, pp.135-145.

Blangiardo G.C. (2012), Gli aspetti statistici, in: Fondazione Ismu (Ed.), Diciottesimo Rapporto sulle Migrazioni 2012, Franco Angeli, Milano, pp.37-54.

Blangiardo G.C., Loi F. (2013), L’invecchiamento importato (o esportato) nel panorama Europeo, Statistica e Società, Anno 2, n.3, pp.14-17.

Blangiardo G.C., Rimoldi S. (2013), L’invecchiamento importato nelle regioni italiane, Rivista Italiana di Economia Demografia e Statistica, (in corso di stampa).

United Nations, Department of Economic and Social Affairs (2013) World Population Prospects: The 2012 Revision.

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