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In Europa separarsi costa (soprattutto alle donne)

Letizia Mencarini
Lo scioglimento di un legame di coppia ha, oltre a costi in termini psicologici, importanti implicazioni di carattere economico. In primo luogo la stessa procedura giuridica di separazione presenta costi elevati, nel caso di un’unione coniugale. In secondo luogo, l’evento modifica lo status socio-economico dei partner e dei figli nel periodo immediatamente successivo alla dissoluzione dell’unione, con la perdita delle economie di scala di cui beneficiavano precedentemente.

Le donne sono più povere dopo una separazione

Recenti e diversi studi comparativi a livello europeo concordano nel rilevare che una separazione comporta una maggiore vulnerabilità economica (il reddito disponibile diminuisce – v. figura 1) e un maggiore rischio di povertà per le donne, e soprattutto per quelle cui sono affidati i figli.

Molto interessanti sono però le differenze tra i paesi europei, qui raggruppati in quattro classi, secondo l’area geografica e le caratteristiche del sistema di welfare:
1) i paesi anglossassoni, con regime “liberale”, in cui lo stato interviene comparativamente poco (Gran Bretagna e Irlanda);
2) i paesi scandinavi, con un regime social-democratico a forte tutela dell’individuo (Finlandia e Danimarca);
3) i paesi del centro Europa con un welfare conservatore, con un grado di protezione intermedio e legato principalmente alla categoria socio-professionale di appartenenza (Belgio, Paesi Bassi, Francia e Austria); e
4) i paesi mediterranei, con un welfare leggero di tipo familista (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia).
Tra i paesi considerati, le differenze di genere sono più forti, e le conseguenze negative sono maggiori, in quelli anglosassoni, seguiti da quelli mediterranei.
Le donne scandinave, a seguito di una separazione, vedono diminuire comparativamente meno il loro reddito, e solo raramente cadono nell’area della povertà. Inoltre, sempre le nordiche, sono le uniche donne europee che vedono ridursi gli effetti negativi in presenza di figli. Del resto i sistemi di welfare scandinavi non sono solo generosi in termini monetari con il separato più debole economicamente (di solito la donna) o con quello che affronta i costi diretti e indiretti di una famiglia monoparentale (di solito la madre), ma offrono anche diffusamente servizi di childcare, che consentono alle madri separate di mantenere una piena partecipazione nel mercato del lavoro. E’ quel che non succede in altri paesi europei, e in particolare in Gran Bretagna e nei paesi del sud Europa, dove, non a caso, le condizioni economiche delle separate – nel breve periodo – sono più critiche.
Il benessere economico: non solo una questione di reddito

Esistono, però, discordanze tra i vari studi comparativi sull’ampiezza degli effetti economici negativi di una separazione, e sulla distribuzione per genere di tali effetti. Tali discordanze dipendono anche dal fatto che la valutazione del benessere economico è un’operazione estremamente complessa, in cui diventa necessario adottare scelte in parte arbitrarie.

Una di queste è la cosiddetta “soglia di povertà”: qual è il reddito al di sotto del quale si è considerati poveri? La scelta più frequente cade sul valore che corrisponde al 50 o al 60% del reddito mediano della collettività.
Una seconda difficoltà è legata alla scelta della scala di equivalenza, ossia al modo di rendere comparabili i redditi di famiglie diverse, per ampiezza ma, nei casi più raffinati, anche per altre caratteristiche (es. età dei componenti, luogo di residenza, ecc.). Ad esempio, se la soglia di povertà relativa è di circa 1000 euro il mese per una famiglia di due componenti, quanto deve essere questa soglia per le famiglie di 1, 3, 4 e più componenti? La decisione ha notevoli effetti sui risultati, ma, purtroppo, non c’è (ancora) un accordo su quale sia la miglior scala di equivalenza.
In più, il benessere economico degli ex partner è ovviamente qualcosa di più complesso della semplice disponibilità di reddito. Anche il patrimonio, i risparmi accumulati, il possesso di beni durevoli o di lusso, le caratteristiche dell’abitazione, sono indicatori di benessere (o malessere) economico. Inoltre possiamo considerare anche le dichiarazioni soggettive degli intervistati, che, ad esempio, possono “sentirsi” poveri, oppure riferire di avere difficoltà “ad arrivare alla fine del mese” con il reddito a disposizione” e/o essere costretti a rinunciare a spese necessarie (ad esempio mediche, o alimentari).


Anche per gli uomini divorziati il benessere diminuisce

Il problema con gli indicatori multipli è che poi bisogna operare una sintesi tra di essi, e anche questa è un’operazione in parte arbitraria. In ogni modo, se, da questo insieme di informazioni, si costruisce un indice sintetico di deprivazione, si nota che, dopo una separazione, il benessere economico diminuisce non solo per le donne, ma anche per gli uomini. In buona parte, ciò avviene perché sono di solito gli ex-mariti a dover abbandonare il tetto coniugale, dove restano i figli con la madre. I padri separati perdono quindi l’abitazione con la maggior parte dei suoi beni e servizi, e finiscono spesso, per lo meno nel breve periodo, in un alloggio peggiore del precedente.

Non a caso, per gli uomini (con l’eccezione di quelli mediterranei – ma cfr. Vignoli ), gli effetti negativi di una separazione sono più forti in presenza di figli. Invece, per le donne scandinave, ma anche per le donne inglesi, la separazione impoverisce di meno in presenza di figli, perché questi consentono più spesso di mantenere l’abitazione familiare, e anche di ricevere maggiori aiuti dallo stato e dagli enti locali.
Per approfondimenti e dettagli sulla costruzione degli indicatori di povertà utilizzati nelle figure:

Aassve A., Betti G., Mazzuco S., Mencarini L. (2007), Marital Disruption and Economic Well-being; A Comparative Analysis, Journal of the Royal Statistical Society, Series A, 170(3), pp. 781-799.

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