MENUMENU

Immigrazione: tra falsi miti e scomode verità

Roberto Lancellotti, Stefano Proverbio

Nei prossimi decenni, il ripiegamento demografico del nostro Paese ostacolerà fortemente la crescita economica. Roberto Lancillotti e Stefano Proverbio analizzano la scarsa fondatezza nei fatti del dilagante timore nei confronti dell’immigrazione e indicano alcune priorità per le politiche migratorie.

A causa del calo demografico, senza immigrazione sarà quasi impossibile avere crescita economica

Dal 1995 al 2015 i nativi italiani in età lavorativa sono diminuiti di circa 3 milioni e diminuiranno di ulteriori 2,5 milioni al 2030 e 8 milioni al 2050, ovvero il 20% per cento dell’attuale forza lavoro. L’invecchiamento e la riduzione della popolazione rappresentano un freno importante per la crescita futura dell’economia. Senza un contributo rilevante dall’immigrazione, il welfare (sanità e pensioni) potrà mantenersi in equilibrio solo con manovre aggressive di riduzione delle prestazioni e/o un drastico innalzamento dell’età per la pensione (come ad esempio in Giappone). Inoltre, il calo del PIL conseguente a quello della popolazione renderebbe ancora più problematica di oggi la tenuta del nostro debito pubblico. 

Molte delle preoccupazioni dei cittadini non sono basate sui fatti

L’immigrazione suscita molte preoccupazioni, enfatizzate dai media ma in larga parte non basate sui fatti:

  1. Non è vero che i rifugiati pretendono un livello di assistenza inaccettabile, destabilizzano intere comunità e nascondono terroristi
    l’Italia è uno dei paesi che ne ospita meno in Europa e la crescita degli arrivi degli ultimi anni si è riflessa solo in misura ridotta nella crescita di chi rimane (meno di 200 mila persone), segno che l’Italia è in buona parte un paese di transito. La gestione del fenomeno “barconi” costa, ma in gran parte sono soldi che rientrano nel circolo economico e contribuiscono al PIL. Non ci sono a oggi prove che da questi flussi transitino terroristi, che semmai si radicalizzano in un secondo tempo e quindi sono figli di problemi d’integrazione.
  2. Non è vero che gli immigrati sono già troppi
    In Italia sono presenti in misura minore rispetto agli altri grandi paesi europei, circa 5 milioni, ovvero meno del 10% della popolazione. Certamente sono una presenza importante in alcune aree, in particolare nelle grandi città; ma solo Milano ha tassi di presenza intorno al 20%, in linea con le principali città europee.
  3. Non è vero che tolgono lavoro agli italiani
    È la natura del lavoro che cambia, con le occupazioni intermedie si stanno contraendo in tutti i paesi (-10% tra il 1993 e il 2010 in Italia) a favore di profili a maggiori competenze e di occupazioni poco qualificate e poco remunerate. La competizione tra immigrati e italiani riguarda solo il 15% di lavori poco attrattivi. Inoltre, per molti lavori, anche socialmente molto utili, colmano lacune dove non esiste un’offerta adeguata d’italiani (es. assistenza agli anziani, su cui si stima un fabbisogno in crescita del 25% nei prossimi quindici anni).
  4. Non è vero che non contribuiscono alla crescita economica e utilizzano servizi pubblici e di assistenza che sono già carenti per gli italiani
    Gli immigrati lavorano più degli italiani (anche se hanno subito l’impatto della crisi in misura maggiore), gestiscono imprese (oltre 500 mila imprese non individuali) e hanno un impatto positivo di più di 3 miliardi all’anno sui conti pubblici. Sono una popolazione giovane che richiede meno servizi rispetto a quella italiana, in media più anziana, e già oggi contribuisce a pagare le pensioni agli italiani.
  5. E’ vero che arrivano persone poco istruite ma non che mettono in pericolo la nostra cultura
    In Italia solo il 10% sono laureati contro il 33% in Europa. E alcune proiezioni di lungo termine proiettano presenze di immigrati superiori al 35%, con una quota rilevante di musulmani. Indubbiamente integrare comunità poco “permeabili” non è facile all’inizio, ma con una corretta integrazione anche culture diverse si assimilano in una o due generazioni, come è successo ad esempio per gli italiani in America.
  6. E’ vero che delinquono ma il fenomeno è fortemente concentrato sugli irregolari
    Gli immigrati hanno tassi di delittuosità 3 volte superiori agli Italiani in molti reati “visibili” (es. furti, rapine, droga). Tuttavia, il numero dei delitti di ogni tipo è in continuo calo dal 2013. E va affrontato il problema degli irregolari, vista l’elevatissima concentrazione dei reati commessi da loro: sono circa 400 mila (meno del 10% degli immigrati) ma, a seconda del tipo di reato, commettono tra il 60% e il 90% dei reati commessi dagli stranieri.

Occorre accettare la sfida e cambiare radicalmente approccio

E’ sacrosanto interrompere il traffico di esseri umani dalla Libia e pretendere l’aiuto dell’Europa, ma molte proposte di soluzione che vanno per la maggiore non sono risolutive. Due direttrici di intervento prioritarie:

Gestire l’integrazione dei flussi di rifugiati per ridurre gli irregolari. Bisogna uscire dall’approccio emergenziale, come ha fatto la Germania dal 2015 quando ha dovuto affrontare in un solo anno un flusso di 8 volte superiore ai nostri:

  • Valutazione delle richieste di asilo con decisioni prese in tempi rapidi
  • Eliminare il reato d’immigrazione clandestina
  • Accettazione dei nostri valori come condizione per ottenere residenza e supporto all’integrazione
  • Percorsi di formazione linguistica, culturale e professionale
  • Consentire ai richiedenti di lavorare anche durante il processo di valutazione delle domande
  • Investire sull’integrazione dei figli degli immigrati, contrastando l’abbandono scolastico e l’esclusione sociale
  • Meccanismi più cogenti di espulsione o detenzione “seria” di chi commette reati.

Diventare un paese attrattivo per un’immigrazione regolare “di qualità”. I decreti flussi italiani prevedono numeri di visti regolari molto piccoli e fortemente sbilanciati su profili bassi. Gli esempi come USA, Canada e Singapore ci mostrano sistemi incentivanti per “cervelli in arrivo”:

  • Flussi d’immigrati regolari più consistenti, dando priorità a paesi con minori tassi di delinquenza e maggiore compatibilità culturale, puntando su una media di circa 200 mila ingressi all’anno, modulata in funzione del ciclo economico
  • Incentivi premianti per profili di formazione elevata e/o esperienza in aree dove abbiamo/avremo mancanze importanti, con l’obiettivo di avere almeno il 30% di laureati in ingresso
  • Percorso veloce di riconoscimento formale delle professionalità degli immigrati soprattutto dove questo è necessario per esercitare (es. medici e infermieri)
  • Sviluppare un’offerta formativa universitaria in lingua inglese su indirizzi scientifici per favorire l’afflusso di giovani talenti.
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