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Immigrazione straniera e fecondità: un rapporto in evoluzione

Gian Carlo Blangiardo

L’immigrazione regolare continua a crescere e a diventare sempre più stabile

Il quattordicesimo Rapporto sulle migrazioni, recentemente diffuso dalla Fondazione ISMU, ha fornito il consueto aggiornamento delle stime sugli stranieri presenti in Italia, valutandone la consistenza numerica al 1° gennaio 2008 in 4328 mila unità, di cui 3677mila soggiornanti in condizione di regolarità e nel 93% dei casi relative a soggetti iscritti in anagrafe (Blangiardo, 2009). Il forte aumento di queste ultimi (+16,8%), che ha rappresentato la grande novità del 2007, sembra in gran parte riconducibile al contributo della componente neocomunitaria -cui è dovuto circa ⅔ del surplus totale di residenti- che ha mostrato un saldo netto di 320mila unità. Ben 283mila hanno riguardato cittadini romeni, verosimilmente per la conquistata libertà di soggiorno associata all’obbligo di iscrizione in anagrafe nel caso di permanenza superiore a tre mesi. La massiccia crescita dei residenti rilevata nel 2007 non sembra tuttavia aver rappresentato un evento eccezionale e circoscritto nel tempo. Le prime stime Istat sulle registrazioni anagrafiche dei movimenti con l’estero nel corso del 2008 segnalano infatti un saldo positivo di 473mila unità in corrispondenza dei cittadini stranieri, affiancato, per altro, da un saldo negativo di 12mila unità per la componente italiana (Istat, 2009).

Se dunque è innegabile che la velocità di crescita della presenza straniera si configura come il vero “osservato speciale” in questa nuova edizione del Rapporto ISMU, va detto che esso non manca di considerare anche altri importanti segnali, di cambiamento e di “maturazione”, che il fenomeno migratorio ha messo in evidenza nel corso di questi ultimi anni. Ci si riferisce, sia al progressivo passaggio dell’universo immigrato da forza lavoro a “popolazione” in senso demografico, sia a quel processo di radicamento e di disseminazione della presenza straniera sul territorio italiano che tuttora contribuisce a consolidare e a vivacizzare il capitale umano di molte realtà provinciali. Depone a favore di ciò il continuo incremento dei residenti minorenni, che al 1° gennaio 2008 hanno raggiunto 767mila unità –e sono stimati in 854 mila al 1° gennaio del 2009 (Istat, 2009)- là dove quattro anni prima erano solo 412mila. La loro incidenza rispetto al totale della popolazione straniera residente è del 22% con punte superiori al 25% in molte province della Lombardia e del Veneto e in alcune altre di Piemonte, Emilia e Toscana. Tra i minori stranieri circa il 60% risultano essere nati in Italia, a conferma di un contributo alla natalità da parte delle famiglie immigrate che in questi ultimi anni è stato mediamente di 50mila unità e che in termini assoluti risulta in continua crescita (almeno 70mila secondo le stime del 2008).

 

La fecondità degli immigrati: una realtà più complessa degli stereotipi

Ed è per l’appunto sul tema della fecondità della popolazione immigrata, e sul ruolo che essa viene chiamata a svolgere per rilanciare l’apporto di capitale umano al “sistema Paese”, che il Rapporto della Fondazione ISMU offre alcune ulteriori riflessioni che sembra utile richiamare. In particolare, se è vero che a livello nazionale l’immagine di un modello riproduttivo dove “si mettono al mondo più figli” ed “in età più giovane” accompagna la donna straniera e la contrappone a quella italiana (Istat, 2007), è altrettanto vero che la persistenza e l’intensità di tale supremazia presentano forti legami con il contesto di vita e il livello di inserimento degli immigrati nelle singole realtà locali. A ben vedere, il numero medio di figli per donna non è affatto detto che sia ovunque oltre la soglia delle due unità che garantiscono il ricambio generazionale (e quindi la tanto enfatizzata azione di contrasto al calo demografico della popolazione italiana). Ci sono province per le quali l’indicatore segnala una fecondità tra le straniere che risulta inferiore persino al valore medio che caratterizza il complesso delle donne italiane. È vero che ciò vale solo per 10 province, tutte localizzate nel mezzogiorno (in Campania, Molise, Basilicata e Sardegna), ma ce ne sono altre 50 – per la gran parte ancora nel mezzogiorno e nel centro – in cui le donne straniere, pur superando la media nazionale delle autoctone, restano comunque al di sotto della soglia dei due figli pro capite. Sul fronte opposto non mancano naturalmente realtà provinciali in cui il livello di fecondità manifestato dalla popolazione straniera risulta particolarmente elevato. In tal senso guidano la graduatoria le province di Mantova e di Prato, entrambe con poco più di tre figli per donna, ma altrettanto significativo è il livello di fecondità delle straniere nelle province di Bergamo, Brescia, Ragusa, Reggio Emilia, Cremona, Rovigo, Lecco, Caltanisetta, Treviso, Asti, Modena, Novara, Forlì-Cesena e Vicenza.

 

Province italiane con il più alto e il più basso numero medio di figli per donna evidenziato dalla popolazione straniera nel 2007

16 Province con il valore più alto

16 Province con il valore più basso

Mantova

3,05

Lecco

2,71

Carbonia Ig.

1,42

Avellino

1,22

Prato

3,05

Caltanisetta

2,69

Cosenza

1,40

Cagliari

1,18

Bergamo

2,91

Treviso

2,67

Catanzaro

1,37

Salerno

1,15

Brescia

2,91

Asti

2,65

Caserta

1,35

Sassari

1,09

Ragusa

2,85

Modena

2,61

Trieste

1,29

Oristano

1,05

Reggio E.

2,84

Novara

2,54

Napoli

1,27

Potenza

1,05

Cremona

2,78

Forlì C.

2,53

Benevento

1,25

Isernia

0,55

Rovigo

2,76

Vicenza

2,53

Campobasso

1,22

Ogliastra

0,53

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat

 

Nel Rapporto viene altresì segnalato come la fecondità delle donne straniere nelle aree metropolitane sia generalmente a livelli modesti e raramente oltre la soglia del ricambio generazionale. Tra le dieci città più importanti, la criticità del risiedere in una metropoli si manifesta infatti con particolare evidenza a Milano, Roma, Bologna, Firenze e Bari, realtà in cui la stima del numero medio di figli per donna risulta inferiore a due unità ed è assai più bassa che nella corrispondente provincia. Pur prendendo atto delle eccezioni che si osservano per Catania, Palermo e Torino -in ognuna delle quali la fecondità degli immigrati raggiunge la soglia delle due unità e risulta superiore al relativo dato provinciale- va ancora sottolineato che là dove l’effetto città non sembra svolgere un’azione significativamente differenziale tra capoluogo e provincia, come accade per Genova e per Napoli, è proprio allorché la fecondità delle straniere raggiunge valori che sono relativamente tra i più bassi e forse incomprimibili.

In conclusione, l’adattamento della popolazione immigrata ai condizionamenti del contesto locale che determinano le scelte di contenimento della fecondità sembra avere nel complesso un certo riscontro. Alle “isole felici” di alcune realtà provinciali si contrappone un ampio ventaglio di situazioni in cui la tanto enfatizzata “soluzione migratoria” al problema delle culle vuote, sembra decisamente destinata a ridimensionarsi. La scoperta delle difficoltà “del metter su famiglia” e “del farla crescere” avvicina dunque gli immigrati al modello italiano. Ma questo “fare di necessità virtù” va letto come segnale di integrazione?

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Blangiardo G.C., Gli aspetti quantitativi della presenza straniera in Italia: aggiornamenti e prospettive, in Fondazione Ismu, Quattordicesimo rapporto sulle migrazioni 2008, FrancoAngeli, Milano, 2009.

Istat, Indicatori demografici. Anno 2008, www.istat.it, 2009

Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente: caratteristiche e tendenze recenti, www.istat.it, 2007

 

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