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Immigrazione in Italia, tra norme e realtà

Angela Falcone
Di fronte a politiche sull’immigrazione sempre più dure, all’uso dei “respingimenti” come strumento di lotta all’immigrazione clandestina, all’approvazione di un “pacchetto sicurezza” che punta ancora il dito contro gli extracomunitari, quale sarà il ruolo futuro dell’immigrazione in Italia? Quali sono le reali possibilità di inserimento nel nostro Paese per gli stranieri? Quali garanzie previdenziali sono previste per gli immigrati? La crisi economica mondiale colpirà anche loro?

L’attuale quadro normativo per l’ingresso

L’Italia multietnica è ormai, senza dubbio, una realtà: il rapporto Ismu 2009 sull’immigrazione in Italia rivela che, al 1° gennaio 2008, erano più di quattro milioni gli immigrati presenti sul suolo italiano, pari al 6,5% della popolazione totale. L’incremento rispetto all’anno precedente è di 346 mila unità, dovuto principalmente agli irregolari (+302 mila), che sarebbero quindi ormai oltre le 650 mila unità in Italia.


Tab. 1 – Stranieri presenti in Italia. Anni 2006-2008
1.1.2006

1.1.2007

(migliaia)

1.1.2008

Variazione

2007-2008

Totale regolari

di cui:
3.012

3.633

3677

+44

residenti

2.671

2.939

3433

+494

non residenti

341

694 (a)

244 (b)

-450

Totale irregolari (migliaia)

650

349

651

+302

Totale presenti  (migliaia)

3.662

3.982

4.328

+346

(a) Comprensivi di circa 400mila soggetti beneficiari dei decreti flussi del 2006 (e che hanno poi ottenuto nel 2007 il permesso di soggiorno e l’iscrizione anagrafica).(b) Stima sulla base dell’incidenza accertata nei dati dell’Osservatorio Regionale lombardo, rilevazione del 2008.

 Fonte: Istat e stime Fondazione Ismu
Su 650 mila clandestini presenti in Italia nel 2008, quelli arrivati via mare rappresentano solo poco più del 5%; il 30% circa è arrivato via terra, mentre gli altri (65% circa) sono arrivati con regolare visto di vario tipo[1], alla scadenza del quale sono però rimasti in Italia, con lo status di “rimpatriabile”. Il panorama della clandestinità, quindi, e a maggior ragione quello ancora più generale dell’irregolarità, appare ben più complicato del solo mondo dei “barconi”.

E di cosa vivono questi irregolari? Beh, il 37% dei lavoratori immigrati in Italia lavora “in nero”, prevalentemente nei settori dei servizi domestici e di assistenza alla persona (27% del totale), dell’edilizia (24%), e dell’agricoltura (23%).[2] Una delle cause dell’alta incidenza del lavoro “sommerso” sembra essere l’inadeguatezza del decreto flussi[3], ma non è certo l’unica. Senza dubbio contribuisce in maniera rilevante alle difficoltà d’inserimento nel mondo del lavoro l’attuale legislazione italiana relativa alle modalità d’ingresso e alle procedure burocratiche necessarie alla regolarizzazione. La legge 189/2002, la cosiddetta legge Bossi-Fini, regola in maniera farraginosa l’ingresso sul suolo italiano, e, in teoria, impone requisiti spesso al di fuori delle effettive possibilità dei migranti[4].

Le prime quattro regolarizzazioni effettuate in Italia (1986, 1990, 1995, 1998) hanno complessivamente portato all’emersione di circa 790 mila cittadini stranieri, ma l’intervento più incisivo è stato senza dubbio quello disposto dalla legge 189/2002, che, con più di 700 mila domande presentate, ha evidenziato l’enorme portata del “sommerso” nel mercato del lavoro italiano.

Difficile, pensare alle regolarizzazioni come possibile strumento di risoluzione del problema, piuttosto, è necessario far entrare un maggior numero di lavoratori in posizione regolare, per non essere poi costretti a regolarizzarne tanti a posteriori. “La programmazione dei flussi garantisce dignità e favorisce l’integrazione, la regolarizzazione è un intervento emergenziale: con la prima si realizza una vera politica migratoria, con la seconda si riparano solo dei danni.” [5]

Naturalmente, è fondamentale l’adozione di criteri adeguati per il calcolo delle quote dei flussi, accompagnata da un eventuale ripensamento in merito ai meccanismi di collocamento attivi in Italia, e la possibilità di uno slittamento verso il modello gestionale di stampo britannico-francese, basato sui “flussi di lavoro”, e non solo su semplici “quote”. A questo proposito sembra molto valida la proposta, sostenuta dal parlamento Europeo, di concedere un permesso di soggiorno per ricerca lavoro della durata di sei mesi, come era previsto nella normativa italiana fino al 2001 – dalla legge Turco-Napolitano, legge n.40/1998 – attraverso la figura dello sponsor.
Le fragilità occupazionale degli immigrati

A fine 2007, la presenza di lavoratori stranieri sul mercato del lavoro italiano si è attestata attorno al 6,5% del totale sia delle forze lavoro che degli occupati[6]. Il tasso di disoccupazione fra gli immigrati è più alto rispetto a quello degli italiani (8,3% contro 5,9%), il cui tasso di occupazione però (58,1%) è più basso di quello degli stranieri (67,1%). Ad ogni modo, lo status di lavoratore immigrato originario di un paese extracomunitario sembra determinare una condizione retributiva svantaggiata e si traduce in una riduzione del 27% della retribuzione media percepita mensilmente rispetto a un dipendente italiano standard. Le cause di tale fattore riguardano sia la canalizzazione dei lavoratori immigrati verso quei settori produttivi caratterizzati da livelli retributivi bassi sia la presenza di percorsi di inserimento socio-economico orientati alla marginalità. Si aggiunga che i lavoratori stranieri sono occupati in prevalenza in settori produttivi ad alto rischio, che risultano più fragili nell’attuale contesto economico mondiale: imprese di dimensioni ridotte, con livelli di efficienza e di tecnologia più bassa, in settori tipici del Made in Italy (tessile, calzature, arredamento, etc.).
Tab. 2. Lavoratori in Italia per sesso, nazionalità e settore di attività economica (2006)

Valori assoluti (in migliaia)
Distribuzione percentuale
Agr.
Manif.
Costr.
Servizi
Totale
Agr.
Manif.
Costr.
Servizi
Totale
Maschi
Maschi
Stranieri
41,0
244,2
230,0
321,2
836,3
4,9
29,2
27,5
38,4
100
Italiani
642,0
3.367,4
1.572,3
7.534,0
13.115,8
4,9
25,7
12,0
57,4
100
Femmine
Femmine
Stranieri
11,3
75,8
2,1
426,6
515,8
2,2
14,7
0,4
82,7
100
Italiani
290,1
1.339,7
93,9
6.801,0
8.524,7
3,4
15,7
1,1
79,8
100
Maschi e Femmine
Maschi e Femmine
Stranieri
52,3
320,0
232,1
747,7
1.352,1
3,9
23,7
17,2
55,3
100
Italiani
932,2
4.707,1
1.666,2
14.335,0
21.640,4
4,3
21,8
7,7
66,2
100
Incidenza % immigrati
5,3%
6,4%
12,2%
5,0%
5,9%

Fonte: Istat, Gli stranieri nel mercato del lavoro, anno 2006 (http://www.istat.it/dati/catalogo/20090109_00/) e Forze di lavoro, media 2006 (http://www.istat.it/dati/catalogo/20070824_01/)

 

Il rischio che gli immigrati siano i primi a subire le conseguenze negative del processo di de-industrializzazione in Italia (come effetto della crisi globale) è davvero molto alto.


[1] Es. per turismo, per studio, ecc. Fonte: Ismu di Milano e Ministero dell’interno.

[2]  Fonte: “Un nuovo ciclo del sommerso”, indagine Censis, luglio 2005.

[3]  Vedi, ad esempio, Decreto flussi 2008, pubblicato G.U. n. 288 del 10.12.2008.

[4] Per un’attenta analisi della normativa attualmente in vigore in Italia, vediEMN European Migration Network, “Immigrazione irregolare in Italia” (Contributo italiano al secondo studio pilota europeo), a cura di IDOS, dicembre 2005, pag.5-9.
[5]  VediEMN European Migration Network, “Immigrazione irregolare in Italia” (Contributo italiano al secondo studio pilota europeo), a cura di IDOS, dicembre 2005, pag. 15.

[6] Fonte: Indagini Forze Lavoro Istat (anni 2005-2007).

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