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Immigrati poveri… o poveri immigrati?. (Prima puntata)

Gian Carlo Blangiardo
Il tema della povertà tra gli immigrati è di grande interesse, ma è anche difficile da affrontare, soprattutto per la mancanza di dati ufficiali sulle due dimensioni del fenomeno: quella oggettiva (gli standard di vita degli immigrati) e quella soggettiva (la loro possibile sensazione di disagio e di esclusione sociale). Tra le iniziative che cercano di colmare questa lacuna, un posto di rilievo va riconosciuto alle attività dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità, attivato in Lombardia nel 2001 dalla Fondazione ISMU (http://www.ismu.org). Dal 2004, su incarico della Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale, l’ISMU si è posta l’obiettivo di misurare la povertà tra la popolazione immigrata, e lo fa con un’indagine, basata sulla spesa familiare per consumi, simile a quella usualmente impiegata dall’Istat con riferimento al complesso della popolazione residente[1].
La povertà degli immigrati in Lombardia
Nel corso del triennio 2004-2006 l’ISMU ha svolto tre indagini su questo tema. Ne è emersa una situazione estremamente critica e per certi versi preoccupante: il fenomeno della povertà, se misurato con gli standard adottati dall’Istat per il complesso dei residenti, riguarderebbe le famiglie degli stranieri immigrati in Lombardia in misura notevolmente superiore alle famiglie italiane (circa 4 volte tanto) e lombarde (addirittura 10 volte tanto). Nel complesso della regione, la percentuale di famiglie con almeno un componente straniero che, al momento dell’indagine 2006, si trovava al di sotto della linea di povertà risulta pari quasi al 40%. Vi è una riduzione rispetto allo stesso dato del 2004 (44%), ma, a causa del continuo aumento del numero degli stranieri presenti in Lombardia, in due anni le famiglie al di sotto della linea di povertà si sono accresciute di ben 57 mila unità e gli individui che vivono in famiglie povere di ben 87 mila (Grafico 1).
Anzianità fa grado?
Uno dei risultati più interessanti dell’indagine è la mancata conferma di un’aspettativa generalizzata: col protrarsi della permanenza in Italia non vi è una chiara tendenza a migliorare il proprio tenore di vita. Anzi, da tutte le rilevazioni del triennio si ha la conferma che le famiglie presenti in Italia da oltre 10 anni hanno un’incidenza della povertà al di sopra della media (nel 2006 di circa 6 punti percentuali). Ciò trova spiegazione nel fatto che gli stranieri da più tempo in Italia sono anche coloro che spesso hanno optato per fondare (o rifondare) una famiglia, e hanno quindi aumentato il numero della “bocche da sfamare”, il che rappresenta un serio fattore di rischio di povertà. Viceversa, coloro che sono arrivati in Italia solo da qualche anno si trovano nella situazione relativamente più favorevole, poiché spesso hanno avuto modo di stabilizzarsi, ma non di metter su famiglia. Risulta invece un chiaro fattore di rischio il fatto di esser in Italia da un periodo molto breve: oltre la metà degli stranieri arrivati nel 2006 ha dichiarato consumi al di sotto della linea di povertà, con un’intensità del 31,8% inferiore alla soglia di riferimento.
Famiglie, donne e bambini
Tutti i dati del triennio confermano la rilevanza delle differenze di genere (Tab.1): le donne vivono più spesso in povertà: nel 2006, 46% contro il 36% degli uomini. Le donne vivono in genere in famiglie più numerose, il che aumenta il rischio di povertà, ma sono più povere anche a parità di dimensioni familiari.

Tab.1: Differenze di genere nell’incidenza della povertà relativa nella popolazione straniera immigrata in Lombardia. Anni 2004-2006

2004

 

2005

 

2006

 

Maschi

39,8

 

37,4

 

35,8

 

Femmine

 

47,4

 

46,9

 

45,5

 

C’è poi correlazione tra povertà e numero di figli conviventi (Grafico 2). Tra le famiglie di stranieri senza figli, solo una su quattro è in condizioni di povertà. Basta tuttavia un solo figlio a far raddoppiare tale rischio (che arriva a coinvolgere oltre la metà degli stranieri), mentre tre o più lo fanno almeno triplicare (con il 75% e oltre di famiglie povere). La relazione negativa si fa meno intensa se si considera in luogo del numero di figli conviventi la dimensione familiare, ma non cambia di segno: ogni componente in più tende ad abbassare il tenore di vita e innalza il rischio di povertà. Certo, si potrebbe obiettare che la scala di equivalenza abitualmente utilizzata in Italia per il confronto tra famiglie di dimensioni diverse (come nei rapporti Istat sulla povertà) non sia adatta anche al caso delle famiglie straniere. Ma si tratta comunque di percentuali che fanno riflettere.
Degna di interesse è anche la relazione tra povertà e tipologie familiari. La situazione più favorevole è quella degli stranieri che vivono soli: unicamente 1 su 10 spende per i propri consumi una cifra al di sotto di quella che identifica la linea di povertà. Viceversa, la tipologia familiare che si trova in maggiori difficoltà è costituita dalle coppie con parenti e figli al seguito (oltre il 72% risulta in condizione di povertà). Nonostante gli stranieri siano caratterizzati tutti da una struttura per età molto giovane, la presenza di parenti (che pure sono normalmente in un’età compatibile con lo svolgimento di una professione) sembra dunque continuare a rappresentare un fattore di rischio povertà.

[1]Da cui l’Istat trae i dati per i suoi rapporti annuali su “La povertà relativa in Italia”. L’ultimo, del 2007 e relativo all’anno 2006 si trova sul sito http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20071004_01/
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