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Immigrati: costi e benefici tra centro e periferia

Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini, Chiara Tronchin

In un recente articolo abbiamo cercato di evidenziare come l’impatto fiscale dell’immigrazione risulti positivo anche nel nostro paese, escludendo naturalmente dall’analisi la componente irregolare
(che pur produce reddito): il saldo tra entrate pubbliche (gettito fiscale e contributivo) e spesa per l’immigrazione è attivo per quasi 4 miliardi di euro. Eppure, la percezione dell’opinione pubblica sui costi indotti nel welfare dalla presenza straniera è negativa, come è quasi sempre stata nella storia delle migrazioni, e non solo in Italia. Perché?
Gli immigrati, apparenti privilegiati del welfare
Da un lato questa percezione trova giustificazione nella presenza di abusi nell’accesso al sistema del welfare, considerati più gravi quando commessi da cittadini stranieri. Non a caso l’Unione Europea ha recentemente approvato un provvedimento che prende di mira il cosiddetto “turismo del welfare”, limitando le prestazioni sociali ai primi tre mesi di permanenza in uno Stato dell’Unione, ovvero la durata del visto turistico: questo infatti è il principale canale d’accesso degli “overstayers”, cioè di coloro che si trattengono nel paese ospite oltre il limite consentito.
Dall’altro lato, la percezione dei costi dell’immigrazione dipende, oltre che da abili campagne di propaganda politica, anche dalle caratteristiche specifiche delle entrate e delle uscite. Mentre il gettito fiscale e quello contributivo (con l’eccezione dell’Irpef regionale e comunale) si indirizzano a Roma, divenendo quindi formalmente meno “visibili”, la spesa per il welfare e i costi sociali dell’integrazione sono sostenuti principalmente a livello locale.
Casa, sanità e asili nido
L’esempio più caratteristico è forse quello della casa, dove le risorse pubbliche impegnate sono tuttavia modeste: circa 400 milioni l’anno tra Fondo sociale per l’affitto ed Edilizia residenziale pubblica, e, in Italia, il patrimonio di alloggi popolari pubblici (circa ottocentomila appartamenti) è uno dei più modesti d’Europa. Tuttavia, proprio perché si tratta di un bene scarso, le polemiche in questo settore sono forse le più accese ed in questi anni si sono susseguiti numerosi provvedimenti nazionali e locali per limitare l’accesso degli stranieri agli alloggi pubblici.
Questi provvedimenti sono stati spesso motivati da supposti trattamenti di favore e da numeri superiori “alle percentuali dei residenti”, sorvolando sul fatto che si parte da una diseguaglianza effettiva: circa l’80% delle famiglie italiane possiede un alloggio di proprietà a fronte di circa il 20% degli stranieri. Essi risultano quindi circa la metà dei richiedenti e i dati reali di accesso ai servizi abitativi non paiono particolarmente anomali sotto un profilo di equità, se si tiene conto delle effettive condizioni di reddito, mediamente ben più basso per gli stranieri. Eppure una parte significativa dell’opinione pubblica ritiene di trovarsi di fronte ad ingiustizie nei criteri di assegnazione.
Ragionamenti analoghi si possono riscontrare nel settore degli asili nido: anche se, data l’elevata compartecipazione alla spesa richiesta agli utenti, la presenza dei bambini stranieri all’interno di questo tipo di servizio è quasi sempre inferiore alla percentuale degli stranieri residenti.
Anche nel settore della sanità si lamenta spesso una presenza eccessiva di stranieri, soprattutto nei pronto soccorso, ma i dati complessivi confermano che l’80% della spesa sanitaria è rivolta agli anziani, con un inevitabile alleggerimento della componente straniera.
Una prospettiva regionale
Per compensare questa diversa dimensione e poter quindi confrontare entrate e uscite a livello locale, i dati nazionali forniti dal Ministero delle Finanze sui redditi dichiarati e sull’Irpef versata dai nati all’estero sono stati riportati al numero di occupati con cittadinanza straniera (ufficialmente censiti dalla rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat nel 2012). Successivamente sono stati stimati i valori relativi al gettito fiscale (7,7 miliardi di euro) e ai contributi previdenziali (8,9 miliardi) versati dai lavoratori stranieri. Infine, i valori nazionali sono stati ripartiti a livello territoriale in maniera proporzionale al numero di occupati stranieri per regione (sempre riferiti al 2012).
Le regioni con più occupati stranieri sono Lombardia (22,6%), Lazio (13,2%), Emilia Romagna (10,8%) e Veneto (10,7%) (Tabella 1). In queste quattro regioni, che rappresentano il 57% degli occupati stranieri, si concentrano quasi 15 dei 25,9 miliardi di euro dichiarati.
Di conseguenza, in queste regioni si concentra la maggior parte delle risorse versate allo stato dagli immigrati (9,5 miliardi di euro su un totale di 16,6) (Tabella 2). In altri termini, i lavoratori stranieri in Lombardia contribuiscono con 3,7 miliardi alle casse dello stato, quelli del Lazio con 2,2 miliardi e così via.
Questi dati, presentati a livello regionale, possono essere utili per offrire una diversa prospettiva, secondo la quale i costi sostenuti dalla pubblica amministrazione per l’utenza immigrata (sanità, scuola, abitazioni, giustizia, ecc.) sono ampiamente compensati dalle tasse pagate e dai contributi versati dagli stessi lavoratori stranieri.

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