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Il Trattato Italia-Libia e il controllo dell’immigrazione

Massimo Livi Bacci

La ratifica del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” tra Italia e la Grande Giamahiria (Libia) avvenuta nello scorso febbraio è l’approdo di una trattativa lunga un quindicennio, che ha coinvolto cinque governi di colori diversi. Ci si augura che segni l’inizio di normali rapporti con quella che fu chiamata la “quarta sponda” e che la sostituzione del “giorno della vendetta” con il “giorno dell’amicizia italo-libica” da celebrarsi il 30 agosto (art. 23 del Trattato) non sia solo un atto simbolico, ma chiuda un conflitto iniziato nel 1911 che ha avuto pagine drammatiche e tragiche. L’Italia ammette le responsabilità storiche del colonialismo: le vicende dell’aggressione-conquista iniziale, la repressione successiva della resistenza in Cirenaica e Tripolitania con decine di migliaia di vittime, deportazioni e internamenti di massa, sono stati troppo a lungo rimossi dalla memoria del paese, rimanendo consegnate alle pagine degli studi specialistici. Il nostro paese se ne fa carico ufficialmente e questo è un bene. Se col Trattato l’Italia s’impegna ad un risarcimento per i danni inflitti, allo stesso tempo rafforza il rapporto privilegiato con un paese ricchissimo di fonti energetiche e acquisisce la Libia all’azione internazionale per il controllo delle migrazioni africane. Sono, questi, aspetti positivi dell’intesa che, però, non è priva di ombre.

 

Il costo dell’amicizia ritrovata

Il prezzo del risarcimento può apparire molto alto: 5 miliardi di dollari (3,8 miliardi di euro) per dotare la Libia di nuove infrastrutture (in massima parte la costruzione dell’autostrada litoranea dal confine tunisino a quello egiziano) più una serie di “iniziative speciali” (200 unità abitative, un fondo per borse di studio, cure specialistiche in Italia, restituzione di beni culturali). Tuttavia questa ingente somma verrà spalmata su 20 anni, sarà gestita dall’Italia ed i lavori verranno effettuati da imprese italiane. Alla copertura delle risorse finanziarie necessarie provvederà un’addizionale del 4 per cento sul reddito societario dei soggetti che operano nella ricerca di idrocarburi (cioè l’ENI) con probabile ricaduta su prezzi e tariffe in capo al consumatore. La normalizzazione dei rapporti con un paese dalle immense risorse energetiche e con buone potenzialità di crescita potrà alla lunga compensare – almeno in parte (se non con vantaggio) questi indubbi sacrifici economici. Restano però questioni aperte – sulle quali occorrerà vigilare attentamente – circa criteri, le modalità e la correttezza delle procedure nell’espletamento di questo impegno ventennale.

 

Una sentinella affidabile?

L’aspetto più delicato, e controverso, del Trattato, riguarda l’impegno al controllo dell’immigrazione irregolare (art. 19) – quella che arriva via mare – e che negli ultimi tempi proviene da imbarchi avvenuti sulla costa libica. Si rinnovano gli impegni già sottoscritti, per quanto riguarda il coordinamento italo-libico con centrali operative e di monitoraggio comuni ed il pattugliamento in mare (di prossimo inizio, con sei unità con equipaggi misti) per l’intercettazione dei natanti in acque libiche e per il loro respingimento nei porti di partenza. Si promuove anche “la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche” (4400 chilometri!), da affidare ad aziende italiane – con un costo previsto di 300 milioni nel triennio 2009-2011, la metà a carico dell’Italia e l’altra metà dell’Unione Europea. Questa intesa si integra nella politica Europea di estensione a sud della frontiera effettiva del continente per ostacolare i flussi di immigrazione irregolare. Questa politica ha dato frutti di sapore misto in Spagna, dove il sistema SIVE (Sistema Integrato di Vigilanza Esterna) ed il rinforzo del pattugliamento marittimo ha concorso alla riduzione degli sbarchi sulla penisola in provenienza dal Marocco, attraverso lo Stretto di Gibilterra, e dalla costa Africana verso le Canarie. Ma ciò è avvenuto perché il controllo – sia quello fisico, sia quello virtuale attraverso monitoraggi aerei od elettronici – è stato integrato da un’abile azione diplomatica e cooperativa mirata con i paesi di provenienza dei flussi.

Gli aspetti critici del Trattato riguardano – oltre alla discutibile affidabilità del Colonnello Gheddafi – l’efficienza del contrasto all’immigrazione irregolare e la tutela dei diritti umani dei migranti. Quanto all’efficienza, va ricordato che i flussi migratori transahariani hanno radici lontanissime nella storia; che tra i 100 e i 150mila migranti si spingono ogni anno verso il nordafrica da provenienze meridionali, attraverso molteplici e variabili itinerari; che la rete organizzativa di supporto all’immigrazione illegale è ramificata e solida; che nei paesi nordafricani esistono comunità molto numerose di immigrati provenienti dal resto del continente che forniscono appoggio e protezione. Le autorità libiche valutano gli immigrati regolari in 600.000 unità, e stimano gli irregolari tra 1 e 1,2 milioni – in provenienza da Egitto, Sudan, Tunisia, Chad, Niger, paesi del Corno d’Africa: un numero notevole per un paese di 6 milioni di abitanti.

L’esperienza poi insegna che il rafforzamento del controllo delle frontiere – terrestri, come per quella tra Messico e Stati Uniti, o marittime – viene costantemente aggirato con itinerari alternativi e maggiori rischi per i migranti. Le politiche di contrasto, respingimento, rafforzamento dei controlli sono scarsamente efficaci senza robusti accordi di riammissione con i paesi di origine, che la diplomazia italiana appare meno capace di concludere rispetto a quelle spagnola o francese. Soprattutto in assenza di robuste politiche di cooperazione, ridotte al lumicino nell’attuale legislatura.

 

Diritti umani in grave pericolo      

Infine, i diritti umani. Se ciò che è avvenuto ultimamente a Lampedusa ha sollevato fondatissime critiche (come distinguere le posizioni – numerosissime – di coloro che legittimamente chiedono asilo e protezione, dagli altri?), le condizioni in Libia sono tremende, come attestato da inequivocabili testimonianze. Lo sono per le condizioni di vita nei campi di detenzione, la sommarietà delle procedure di espulsione, l’inosservanza delle convenzioni internazionali (alcune non sottoscritte dalla Libia), la corruzione e il ricatto delle autorità, la chiusura del paese agli osservatori esterni. La politica migratoria è stata strumento ed oggetto di politica estera: nel nome del panarabismo prima, e del panafricanismo, la Libia aveva aperto le porte agli immigrati senza visto, ma nel 2007 sia per le sfavorevoli prospettive economiche, sia per le pressioni europee, ha introdotto l’obbligo di visto trasformando in un attimo in irregolari – a rischio di deportazione – centinaia di migliaia di migranti. Deportazioni di massa di migranti sono avvenute nel 1995 e tra il 2003 e il 2005, e nuove deportazioni sono state minacciate nel 20081.

Spingere la frontiera a sud significa, per l’Europa e per l’Italia, volgere il capo dall’altra parte sulla sorte di centinaia di migliaia di migranti. A meno di non pretendere vigorosamente – ma il Trattato è quasi muto in proposito – il rispetto dei principi umanitari. Realismo politico, convenienza e memoria storica hanno consigliato la firma del Trattato. Ma impongono al Governo una leadership in Europa per politiche migratorie inclusive, cooperazione rafforzata, rispetto assoluto dei diritti umani. La pagella, per ora, è del tutto insufficiente.

 

1 – Philippe Fargues, Irregularity as normality among immigrants South and East of the Mediterranean, CARIM Analytic and Synthetic Notes, n. 2, European University Institute, Firenze, 2009.

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