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Il tempo è denaro: un’analisi della produzione e del consumo di tempo all’interno della famiglia

Marina Zannella

“Il tempo è denaro”: questo detto popolare è particolarmente efficace per comprendere a fondo il valore del tempo prodotto all’interno della famiglia per la soddisfazione dei bisogni e dei consumi dei suoi membri. Il lavoro domestico non retribuito, nonostante la sua rilevanza sociale ed economica, non è rilevato dai conti economici nazionali che, come noto, rappresentano uno dei più importanti strumenti informativi per la pianificazione e l’attuazione delle politiche pubbliche. Il sistema dei conti economici nazionali (SNA), sviluppato dalle Nazioni Unite per la definizione di standard comuni in ambito di statistiche economiche, considera come attività produttive solamente quelle che si inseriscono nelle transazioni di mercato, cui si associa un valore monetario. L’esclusione del lavoro domestico non retribuito dai conti economici porta a sottovalutare il valore della produzione totale e in particolare quella generata dalle donne, che, seppur con significative differenze tra paese e paese, tendono ad investire maggior tempo in attività produttive dedicate alla cura della casa e della famiglia. Ciò può esercitare una notevole influenza sulle politiche pubbliche dato che “l’assenza di visibilità del contributo delle donne all’economia porta a politiche che perpetrano l’ineguaglianza economica, sociale e politica tra uomini e donne. Si tratta di un’equazione molto semplice: se sei invisibile come produttore nell’economia di una nazione, lo sei anche nella distribuzione dei benefici” (Waring, 1999)
Quanto vale il nostro tempo? Identificare e quantificare la produzione domestica
Individuare e quantificare la produzione domestica è, dunque, una questione di fondamentale importanza che pone diversi problemi concettuali e di misurazione. Un primo aspetto, al quale è dedicata una vasta letteratura, riguarda la definizione di “produzione domestica”. Nel 1934, Margaret Reid fornisce un significativo contributo in tale direzione, specificando il criterio della terza persona in base al quale se lo svolgimento di una determinata attività può essere delegato ad un’altra persona dietro compenso economico (ad esempio, pulire la casa e preparare i pasti), allora è possibile definire tale attività come produttiva. Una volta identificata la produzione domestica, si pone il problema della sua quantificazione in termini monetari. I principali metodi utilizzati sono quelli del costo opportunità (“quanto potrei guadagnare se svolgessi un’altra attività, anziché pulire casa”) e del rimpiazzo, generico o specialistico (“quanto dovrei pagare per farmi pulire casa da qualcun altro”).
In entrambi i casi, la stima di queste attività produttive è stata resa possibile grazie all’introduzione di un importante strumento, l’Indagine sull’Uso del Tempo, e di alcuni progetti a livello sia mondiale sia europeo per l’armonizzazione di queste statistiche. In Italia, l’indagine condotta periodicamente dall’Istat prevede la compilazione di un diario giornaliero in cui il rispondente indica, ad intervalli di dieci minuti, la principale attività svolta e un’eventuale attività contemporanea, il luogo dove si trovava e la presenza o meno di altre persone. L’elevato dettaglio di questa rilevazione fornisce delle preziose informazioni per l’analisi della produzione domestica permettendo, tra le altre cose, di stimare ed analizzare la produzione domestica per genere e per età.
Per la famiglia: donne sempre full-time ma uomini attivi solo dopo i 50
Il tempo dedicato alla cura della casa e della famiglia, oltre a rappresentare una significativa attività produttiva, è anche un’importante forma di trasferimento intergenerazionale. Basti pensare al tempo trasferito dai nonni ai nipoti, senza il quale i genitori sarebbero costretti a rinunciare ad altre attività o a pagare una baby-sitter. Per meglio valutare questo tipo di trasferimenti occorre avere informazioni, oltre che sulla produzione, anche sul consumo di tempo all’interno della famiglia[1].
La stima della produzione di tempo è direttamente desumibile dai dati di indagine come tempo medio dedicato alle attività considerate come produttive[2]. Più complessa è invece la stima del consumo di tempo, sulla quale non è disponibile alcuna informazione e che richiede, quindi, l’introduzione di ipotesi sulle modalità di ripartizione tra i componenti della famiglia. Zagheni e Zannella (2012), ad esempio, ipotizzano che, per ogni famiglia, il consumo e la produzione di tempo si eguaglino e che il consumo non dipenda dal genere dei suoi componenti ma solamente dalla loro età. Distinguono, inoltre, tra due tipi di attività. Le prime sono attività indirizzate a particolari gruppi di età, come ad esempio la cura dei bambini e degli anziani, il cui tempo viene quindi distribuito tra i componenti della famiglia che si trovano in quella fascia di età. Le seconde sono attività più generiche, come ad esempio la pulizia della casa e la preparazione del cibo, il cui tempo viene distribuito tra tutti i componenti della famiglia sulla base di un apposito modello.
L’analisi comparata della produzione di tempo per alcuni paesi europei[3] evidenzia che il contributo delle donne è sempre maggiore di quello degli uomini, ma con differenze sostanziali da paese a paese (Figura 1). In particolare, gli uomini svedesi e tedeschi sono quelli che dedicano più tempo al a lavoro domestico alle età giovani e centrali (superati da quelli inglesi alle età più mature), mentre gli uomini italiani e spagnoli sono quelli che contribuiscono meno a tutte le età, con una prevalenza degli spagnoli alle età giovani e adulte e degli italiani a partire dai 45 anni. Questa situazione si rispecchia nel contributo fornito dalle donne italiane e spagnole che risulta essere significativamente più elevato rispetto a quello delle altre donne a partire dai 25 anni. In particolare è interessante notare come per la fascia di età dai 45 ai 64 anni il lavoro domestico sia pari a circa 40 ore settimanali (quasi un lavoro full-time) e come questo tenda a ridursi di poco per i gruppi di età più giovani (25-44) e più anziani (65-85).
La differenza tra il consumo e la produzione domestica fornisce una misura del deficit (o del surplus) di tempo. In Italia le donne producono più tempo di quello che consumano a partire dai 20 anni per tutto il corso della loro vita, mentre gli uomini sono in deficit fino ai 50 anni circa (Figura 2). Probabilmente gli uomini durante le età giovani e centrali tendono ad investire più tempo nel raggiungimento di obiettivi lavorativi e, solamente una volta raggiunta la stabilità professionale, iniziano ad investire anche nella produzione domestica: una disparità tra generi che si deve in parte alla persistenza di alcune norme sociali, ma anche, in buona misura, all’assenza di efficaci politiche di sostegno familiare, e in particolare di quelle per facilitare la riconciliazione tra il ruolo genitoriale e quello di lavoratore.
Per saperne di più:
Abraham, K. and Mackie C. (2005). Beyond the Market: Designing Nonmarket Accounts for the United States. Washington, D.C.: The National Academies Press.
Landefeld, J.S., Fraumeni, B.M. and Vojtech, C.M. (2009). “Accounting for household production: A prototype satellite account using the American Time Use Survey.” The Review of Income and Wealth, 55 (2): 205-225.
Reid, M. (1934). Economics of Household Production. New York, Wiley.
Waring, M. (1999). Counting for nothing: what men value and what women are worth. University of Toronto Press.
Zagheni E., Zannella M. (2012). A comparative analysis of European transfers of time between generations and genders, European Population Conference, 13-16 June, Stockholm, Sweden.


[1] Per la stima dei profili per età del consumo e della produzione di tempo è stata utilizzata la metodologia proposta dal National Transfer Accounts (http://www.ntaccounts.org), un progetto di ricerca internazionale (a cui l’Italia ha recentemente preso parte) che si occupa di stimare i trasferimenti economici intergenerazionali per gli oltre 30 paesi partecipanti. I risultati qui presentati sono parte di un lavoro di ricerca attualmente in corso in collaborazione con Emilio Zagheni.
[2] Le attività prese in considerazione sono quelle relative alla cura della propria casa e della propria famiglia, rispondenti al criterio della terza persona, e più specificatamente: cucinare, lavare e riordinare le stoviglie; pulizia e riordino della casa; lavorazione, manutenzione e riparazione di abiti, biancheria, ecc; giardinaggio e cura degli animali; costruzione e riparazione; acquisto di beni e servizi; gestione della famiglia; cura di bambini e ragazzi della propria famiglia; cura e aiuti ad adulti della famiglia.
[3] La scelta dei paesi europei utilizzati per la comparazione è stata effettuata in base alla  disponibilità ed omogeneità in termini di tempo delle loro indagini

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