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Il Sol Levante e la demografia declinante: sette proposte

Massimo Livi Bacci

La demografia del Giappone è assai simile a quella dell’Italia: alta speranza di vita (la più alta al mondo), bassa natalità, alta età al matrimonio e alla nascita dei figli, rapido invecchiamento, supero dei decessi rispetto alle nascite. Ma con una differenza sostanziale: il Giappone ha una politica fortemente restrittiva per quanto riguarda l’immigrazione. A fine 2010, erano poco più di mezzo milione gli stranieri occupati ufficialmente registrati, e poco più di due milioni l’insieme degli stranieri, e questo in una popolazione di 127 milioni, più che doppia di quella italiana. C’è diffusa preoccupazione sulle implicazioni dell’involuzione demografica in corso (è previsto che la popolazione scenda sotto i 100 milioni nel 20461) che costringe la crescita, deprime la produttività, minaccia il sistema di protezione sociale e rischia di compromettere il ruolo del Giappone nella scena internazionale. Diamo conto, in questo articolo, di un Rapporto fresco di stampa, redatto sotto la leadership di Yasushi Akashi, un personaggio molto influente, già Under-Secretary delle Nazioni Unite. Il titolo del rapporto è eloquente circa i suoi contenuti2 e ancora più rilevante è il fatto che le “Sette Proposte”  che contiene abbiano tutte una grande rilevanza – diretta o indiretta – per la demografia.

 

Due proposte di principio: uscire dall’isolamento, sviluppare una società modello per le popolazioni in declino.

            Le prime due proposte sono di natura generale e programmatica. La prima invoca un cambiamento radicale della prospettiva pessimistica che dentro e fuori del Giappone si ha del Paese come una società in crescente isolamento per il suo declino demografico. “Il mutamento demografico deve essere visto come fonte di opportunità e non solo di rischi…e così il Giappone potrà uscire da quello stato di ripiegamento su se stesso nel quale si trova e ripartire di nuovo come un Paese capace di dare un contributo positivo alla comunità internazionale”. Ma perché questo avvenga – ed ecco la seconda proposta – occorre che il Giappone elabori politiche che possano servire da modello per gli altri Paesi che stanno seguendo le orme del Giappone in tema di riduzione della fecondità. Ricordato che in Giappone le politiche familiari (come in Italia) attirano un modesto 1,1% del PIL (un quarto rispetto alla Francia e ai Paesi Scandinavi), “occorre puntare alla costruzione di una società nella quale le donne abbiano una vita ricca, avendo una famiglia e lavorando; una società nella quale i giovani abbiano speranza nel loro futuro; una società nella quale gli anziani possano lavorare e condividere i benefici della loro esperienza fin quando sono in buona salute; una società nella quale gli anziani incapaci di lavorare ricevano la migliore assistenza e la più alta considerazione”.

 

Proposta 3: aprire il Giappone alle risorse umane

            L’immigrazione e le sue politiche sono argomenti “circondati da numerosi tabù” nella società giapponese, che ha un numero di stranieri registrati pari a 2,2 milioni, pari ad  1,7% della popolazione. Quasi un terzo di questi sono coreani, in maggioranza discendenti di immigrati nei decenni anteriori alla seconda guerra mondiale, quando la Corea era stata annessa dal Giappone. “Il Giappone ha necessità di internazionalizzarsi, aprendo le porte a nuove risorse umane. Molte sono le imprese giapponesi multinazionali e dobbiamo ammettere apertamente che il nostro sistema manifatturiero non può rimanere esclusivamente basato sul lavoro autoctono. La politica attuale di non ammettere manodopera non qualificata è irrealistica e deve essere modificata. C’è ricca prova di come un aumento di studenti stranieri altamente motivati possa rivitalizzare le università e le altre istituzioni educative. Proponiamo l’istituzione di una Legge sull’Immigrazione e l’istituzione di un’Agenzia per l’Immigrazione cosicché tutte le questioni riferibili all’immigrazione possano essere trattate in modo esauriente ed integrato. In termini concreti, dobbiamo prepararci ad accettare [altri]  10 milioni di stranieri domiciliati in preparazione di un futuro che prevede una popolazione di 90 milioni tra mezzo secolo. In parallelo occorre iniziare una vasta campagna educativa per cambiare quegli atteggiamenti ristretti di superiorità connaturati ad una società chiusa e preparare il terreno per lo sviluppo di una società armoniosa e multiculturale”. Naturalmente, l’immigrazione ha un costo sociale, e occorre assicurare che il meglio della cultura tradizionale giapponese sia trasmessa alle generazioni successive. E “dobbiamo anche confrontarci da subito con le questioni di ordine pubblico, lingua, sviluppo delle comunità locali connaturate ad una società multietnica, come si apprende dall’esperienza di altre società occidentali.”

 

Proposta 4: investire di più su donne e giovani

            Come in Italia e più che in Italia, numerose inchieste e ricerche indicano che le donne giapponesi desiderano avere figli, ma nel 2008 il TFT è stato pari appena a 1,27 (contro 1,41 in Italia). “Il declino della fecondità non è perciò la conseguenza necessaria del fatto che le donne non desiderino avere figli. I tassi di fecondità continuano a scendere perché lo stato della donna rimane svantaggiato e – particolarmente nel lavoro – esse incontrano molti pregiudizi e ostacoli. La conseguenza è che le donne godono di assai minore libertà degli uomini. …Ogni seria politica dovrà porre un’attenzione particolare alle questioni di genere e all’empowerment delle donne nella società. E’ tempo di cambiare il modello dalla famiglia con a capo un uomo, sola fonte di reddito, alla famiglia senza ruoli di genere”. Un’altra priorità è un aumento di investimento sui figli, il cui livello formativo è oggi proporzionale alle risorse della famiglia ed è quindi ulteriore fonte di disuguaglianza. Ma è anche una delle cause della bassa fecondità, perché le spese d’istruzione sono una delle ragioni per le quali le coppie rinunciano ad avere un figlio. Va anche tolta ogni discriminazione verso i figli nati fuori del matrimonio. E per quanto riguarda le giovani generazioni, occorre prepararle alle sfide della globalizzazione, e occorre sviluppare processi formativi che offrano un ampio ventaglio di capacità e conoscenze. In particolare occorre rafforzare l’istruzione nelle lingue straniere e sulle questioni internazionali e dello sviluppo”. C’è preoccupazione per il fatto che il numero degli studenti giapponesi nelle università straniere stia diminuendo rapidamente: in America, oggi, studia appena la metà degli studenti rispetto agli anni ’90. Altre indagini mostrano che una proporzione assai ridotta di giovani è disponibile a perseguire carriere lavorative all’estero, nonostante l’alto numero di imprese globali.

 

Proposte 5 e 6: rafforzare la cooperazione, con idee e con soldi

            Nel dopoguerra, il Paese, in ginocchio per le devastazioni belliche, per le perdite umane, per il rientro di 6 milioni di giapponesi dai territori occupati, lanciò una incisiva campagna di controllo demografico, che negli anni ’50 dimezzò la natalità e che valse un “bonus demografico” fino agli anni ’80: basso rapporto tra popolazione dipendente di giovanissimi e anziani e forza di lavoro, alta occupazione, maggiori risorse da investire in capitale umano. Un bonus durato un trentennio, fino agli anni ’80, a sostegno del rapidissimo sviluppo. E allora (Proposta 6) “il Giappone, che è stato capace di utilizzare positivamente questo bonus demografico come trampolino dello sviluppo, è in grado di essere di esempio al mondo. Nel prossimo futuro, molti paesi in Asia e in Africa godranno del bonus demografico. E’ importante sostenerli nello sviluppo e nel pieno sfruttamento delle loro risorse umane. Il Giappone, che in questo campo ha conseguito un notevole successo, è capace di fornire sostegno, sul piano internazionale, al pieno sviluppo delle risorse umane. Tanto il settore pubblico, come quello privato, sono capaci di dare assistenza soprattutto in tema di aumento della produttività con istruzione, formazione e organizzazione tecnica. Questi paesi non vanno considerati nostri concorrenti, ma nostri partner ai quali possiamo offrire il modello giapponese di sviluppo delle risorse umane.”

            Quanto sopra deve anche basarsi su un generoso contributo finanziario: il Giappone negli anni ’90 era diventato una superpotenza nel campo dell’aiuto allo sviluppo. Questa posizione è stata progressivamente abbandonata, e va riconquistata (Proposta 6). Il Giappone si è “ritratto” dal campo diplomatico e da quello della cooperazione, ed è perciò incapace di mantenere un ruolo adeguato nel mondo. “Il Giappone ha ridotto i contributi allo sviluppo (ODA) per 14 anni consecutivi dopo il 1997” dimezzandone l’ammontare ed abbandonando il primo posto al mondo e slittando al quinto, con tendenza ad una ulteriore perdita di terreno”.

 

Proposta 7: riaprirsi al mondo

            La modernizzazione del Giappone avvenuta dopo la “restaurazione Meji”3 e il grande sviluppo dopo la Seconda Guerra Mondiale, avvennero di pari passo con l’apertura del paese al mondo. Adesso, a 65 anni dalla disfatta del 1945, dopo decenni di vigoroso sviluppo, ci sono segni di stanchezza, di ristagno, di ripiegamento su se stesso. Le politiche – quelle demografiche in testa – vanno rinnovate. Una “terza apertura” è necessaria. Una società matura e responsabile deve “considerare fenomeni come la bassa fecondità e l’invecchiamento anche sotto i profilo delle opportunità che offrono, e disegnare e adottare complesse politiche che guardino a 50 o 100 anni di distanza”.

            L’Italia non ha i tabù del Giappone per quanto riguarda l’immigrazione; non corre rischi di isolamento, non foss’altro per la sua appartenenza all’unione Europea; non è schiacciata dalla tradizione – anche se questa pesa ancora – per quanto riguarda il ruolo della donna. Ma per il resto, le “Sette Proposte” giapponesi si attagliano assai bene al caso italiano.

 

 

1 – National Institute of Population and Social Security Research, Population Projections for Japan: 2006-2055, Tokyo, December 2006 

2 – Council of Population Education and Akashi Research Group,  Seven Proposals for Japan to Reestablish Its Place as a Respected Member of the International Community: Taking a Global Perspective on Japan’s Future, Tokyo, 2010

3 – Avvenuta nel 1868, con l’abbandono di un sistema di governo medievale e l’adozione di un modello istituzionale di tipo occidentale.

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