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Il Rapporto Istat aggiorna il quadro sull’immigrazione(*)

Corrado Bonifazi

Anche quest’anno l’Istat ha opportunamente dedicato uno dei capitoli del suo Rapporto Annuale all’immigrazione[1]. Oltre all’analisi delle tendenze più recenti, il Rapporto presenta alcuni interessanti approfondimenti su aspetti chiave del fenomeno: dalle specifiche dinamiche che caratterizzano le diverse comunità alla stabilizzazione dei regolarizzati del 2002, dalla situazione delle seconde generazioni al rapporto tra stranieri e sicurezza. Tutti contributi che migliorano sicuramente la nostra conoscenza del fenomeno migratorio ma che, almeno a una prima lettura del Rapporto, sono destinati a passare in secondo piano di fronte alla forte crescita che la presenza straniera regolare ha fatto registrare durante il 2007.

Il boom degli immigrati
Infatti, secondo le stime ancora provvisorie dell’Istat, all’inizio del 2008 il numero di stranieri residenti era ormai prossimo ai 3,5 milioni, pari al 5,8% dell’intera popolazione. L’aumento rispetto all’anno precedente è stato di 523 mila unità, a cui ha contribuito per 60 mila unità il saldo naturale e per 516 mila quello migratorio. Il saldo migratorio del 2007 è quindi persino superiore a quelli del 2003 e del 2004 (412 mila e 381 mila unità), gli anni in cui il dato anagrafico ha registrato gli effetti della grande regolarizzazione seguita all’approvazione della Bossi-Fini (L. 189/2002).
Le stime dell’Eurostat, anch’esse provvisorie, danno per il nostro paese nel 2007 un saldo migratorio complessivo (italiani e stranieri) di 455 mila unità. Un valore che, alla luce delle stime dell’Istat, appare destinato quasi sicuramente ad aumentare nel passaggio da provvisorio a definitivo, ma che già ora ci colloca al secondo posto nell’Unione europea, subito dietro la Spagna con le sue 685 mila unità (v. “Gli ingredienti del sorpasso: immigrazione e crescita economica in Spagna” – Claudia Finotelli). Se consideriamo, invece, le dimensioni relative della crescita (Fig. 1) l’Italia si trova al quinto posto con un tasso del 7,7 per mille, preceduta oltre che dal paese iberico (15,3 per mille), anche da Cipro (18,5), dall’Irlanda (14,3) e dal Lussemburgo (9,0). Anche altri paesi dell’Unione mostrano, comunque, tassi di migrazione tra il 4 e il 6 per mille, a dimostrazione dell’elevata capacità attrattiva che caratterizza buona parte di questa area del continente.Sono però Spagna e Italia a fare la parte del leone, arrivando insieme in un solo anno a un saldo migratorio di 1.140.000 unità. A rigore i due dati non sono completamente assimilabili, perché quello spagnolo comprende anche gli irregolari, che, in quel paese, possono iscriversi nei registri di popolazione. Colpisce, però, che insieme questi due paesi abbiano un saldo migratorio di sole 126 mila unità inferiore non al saldo ma addirittura al numero di ingressi regolari registrato negli Stati Uniti nel 2006, un paese che oltre a vantare una tradizione secolare di immigrazione è per numero di abitanti tre volte più grande di Italia e Spagna messe insieme.

Nuove forme di immigrazione
Una bella fetta dell’incremento degli stranieri residenti è attribuibile all’iscrizione nelle anagrafi comunali di circa 300 mila rumeni, per effetto dell’ingresso del paese balcanico nell’Unione e anche della semplificazione della normativa in tema di circolazione dei cittadini comunitari tra i paesi membri. E’ possibile che una parte di questi nuovi iscritti sia costituito dai 161 mila cittadini rumeni che avevano presentato domanda di prima assunzione nel 2006 e che, con ogni probabilità, erano già in Italia. Bisogna poi considerare che la maggiore facilità di ingresso tende a favorire l’affermarsi di modelli migratori articolati che, come nota il Rapporto dell’Istat, potrebbero dar vita a forme di mobilità circolare, con l’alternarsi di periodi di soggiorno nel paese d’emigrazione e in quello di immigrazione. Uno sviluppo che renderebbe meno significativo il dato sugli stranieri residenti, in quanto l’iscrizione anagrafica potrebbe non comportare la presenza (continuativa) sul territorio nazionale, rendendo ancora più marcata la distanza tra dato anagrafico e situazione reale che già oggi sconta la tendenza di questa fonte statistica a sovrastimare la presenza straniera. Proprio per questi motivi sarebbe opportuno che, in prospettiva, la rilevazione degli stranieri iscritti in anagrafe, unica fonte rimasta per misurare la mobilità interna all’Unione, fosse potenziata e adeguata in modo da poter contabilizzare nel modo migliore i diversi flussi migratori.

Una politica non all’altezza?
Alla luce di questi dati appare, invece, preoccupante il passo indietro che sembra aver fatto il dibattito politico sull’immigrazione, ormai quasi esclusivamente centrato sul problema della sicurezza, certamente importante ma ben lontano dall’esaurire tutte le problematiche del fenomeno. Di fronte a ritmi di crescita della popolazione immigrata che si registrano ormai da qualche anno, sarebbe utile che il paese iniziasse a interrogarsi seriamente sulle cause e sugli effetti del fenomeno, cercando di predisporre canali di ingresso regolare finalmente rispondenti alle esigenze del paese (v. “Una nuova legge sull’immigrazione” – Corrado Bonifazi e Massimo Livi Bacci) e valutando, al contempo, se sia opportuno e conveniente continuare ad affrontare i numerosi problemi strutturali del paese (invecchiamento della popolazione, welfare inadeguato, bassa partecipazione femminile al lavoro, persistente ritardo del Mezzogiorno, ecc.) facendo leva quasi esclusivamente sull’immigrazione o se, invece, non sia più opportuno mettere in cantiere interventi di più ampia portata. Perché una cosa appare chiara: gli immigrati, anche quelli in condizione di irregolarità, rispondono in larga maggioranza a precise esigenze del nostro mercato del lavoro, come dimostra il fatto che quasi l’80% dei regolarizzati dopo l’approvazione della Bossi-Fini dopo tre anni sono ancora presenti in Italia e hanno un regolare permesso di soggiorno. Sono i limiti della legislazione italiana a confinare nell’irregolarità centinaia di migliaia di persone che già stanno dando un contributo importante alla nostra economia e alla nostra società.

 

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