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Il lavoro degli stranieri in tempo di crisi

Corrado Bonifazi, Cristiano Marini

Crisi economica e immigrazione

La crisi economica mondiale ha avuto effetti importanti sulle migrazioni internazionali, sulle variazioni dei flussi di popolazione straniera in entrata e in uscita dai paesi di destinazione, sul livello delle rimesse economiche dei lavoratori stranieri verso i paesi di origine e, non ultimo, sulla situazione occupazionale dei lavoratori stranieri nei mercati del lavoro dei paesi d’arrivo. La forza lavoro straniera, rispetto a quella autoctona, risulta maggiormente sensibile al ciclo economico, e quindi più penalizzata nelle fasi di recessione, per la presenza in settori più esposti alle fluttuazioni economiche, per la maggiore quota di lavoratori con contratti di durata prefissata, per la minore stabilità del posto di lavoro anche a parità di contratto e per la maggiore probabilità di essere soggetti a licenziamenti selettivi[1] . Tuttavia, intensità e caratteristiche degli effetti dipendono, ovviamente, dalla portata della crisi sui diversi sistemi produttivi nazionali e dal ruolo che nei vari mercati del lavoro svolgono i lavoratori stranieri. Ogni paese presenta, quindi, una sua situazione particolare e non fa certo eccezione l’Italia, dove la crescita straordinaria registrata nella presenza straniera nel decennio appena concluso è legata a una serie di rilevanti deficit strutturali che hanno alimentato la domanda di lavoro straniero[2].

L’andamento del fenomeno

Secondo i dati anagrafici, la popolazione straniera residente sta continuando a crescere anche in questi anni di crisi economica. A inizio 2013 gli stranieri residenti sono stimati in quasi 4,4 milioni di unità con un incremento di 334 mila unità nel corso del 2012. Parallelamente è anche aumentata, secondo le indagini sulle forze di lavoro, la presenza straniera nel mercato del lavoro. Gli stranieri nelle forze di lavoro sono, infatti, passati dagli 1,9 milioni del 2008 ai 2,8 del 2013 (media dei primi tre trimestri), per effetto di una crescita, nello stesso intervallo di tempo, di 590 mila unità tra gli occupati e di 3250 mila tra i disoccupati stranieri. Complessivamente gli stranieri sono arrivati così a rappresentare più dell’11% delle forze di lavoro, quasi l’11% degli occupati e il 16% dei disoccupati. In termini quantitativi, quindi, la crisi non sembra aver invertito la tendenza alla crescita del lavoro straniero, anche se i dati delle forze di lavoro vanno considerati con una buona dose di prudenza. Infatti, l’indagine sovrastima quasi sicuramente il fenomeno, visto che ancora non tiene conto delle risultanze censuarie cha hanno portato a una riduzione del numero di stranieri iscritto in anagrafe.

Ma queste distorsioni dovrebbero attenuarsi considerando misure relative della partecipazione al mercato del lavoro. In questo caso appare evidente (tab. 1) che la crisi ha colpito molto più i lavoratori stranieri di quelli italiani e poco più le lavoratrici straniere di quelle italiane. In particolare, nel quinquennio 2008-2013, i tassi di attività e quelli di occupazione sono diminuiti più tra gli stranieri che tra gli italiani, e il loro tasso di disoccupazione è quasi triplicato mentre quello degli autoctoni è raddoppiato. Tra le donne, le variazioni e le differenze sono più attenuate e, nel complesso, le straniere sembrano aver risposto alla crisi economica quasi come le italiane.

Le transizioni occupazionali

La struttura panel della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat permette di costruire matrici di transizione della condizione lavorativa delle persone intervistate a distanza di dodici mesi. I dati relativi alle transizioni avvenute tra il primo trimestre 2012 e il primo trimestre 2013 (tab. 2) mostrano per gli occupati stranieri, in confronto agli italiani, una minor frequenza di persone che rimangono nella condizione di occupato, una maggior probabilità di passare in stato di disoccupazione e una minore di uscire dal mercato del lavoro. Parallelamente, se consideriamo gli stranieri che nel primo trimestre 2012 erano disoccupati o inattivi, questi presentano, sempre rispetto agli italiani, una maggior quota di persone che nel primo trimestre 2013 trovano un lavoro o restano disoccupate, mentre più bassa la percentuale di transiti o permanenze in condizioni di inattività. Nel complesso, gli stranieri mostrano una minore capacità di mantenere il lavoro, ma anche una maggiore probabilità di trovarne uno se disoccupati o inattivi. Una situazione che appare legata alla maggior flessibilità del lavoro straniero e ai minori ammortizzatori sociali e familiari a disposizione degli immigrati, che hanno meno possibilità di transitare o restare in una condizione di inattività.

Le ragioni delle differenze tra italiani e stranieri

Tramite l’utilizzo di queste informazioni si è cercato anche di analizzare, per l’intervallo che va dal 2006 al 2009, la possibile relazione tra transizioni occupazionali e variabili strutturali. Queste relazioni sono state analizzate sia negli anni “normali” che in quelli di maggiore crisi economico-occupazionale[3]. La crisi ha comportato, come è ovvio, un netto peggioramento della situazione: complessivamente la probabilità di perdere il lavoro è aumentata del 30% tra il 2008 e  il 2009 rispetto a quanto avveniva due anni prima. Particolarmente toccata è stata l’industria, in cui la probabilità di passare dalla condizione di occupato a quella di disoccupato è aumentata molto più che negli altri settori produttivi. Non sembra invece peggiorare, in termini relativi, la situazione dei lavoratori stranieri: il loro svantaggio rispetto agli italiani, che era del 30% tra 2006 e 2007, è salito solo al 31% tra 2008 e 2009. Una differenza minima che mostra come sotto questo profilo la crisi economica non abbia comportato cambiamenti nelle modalità di funzionamento del mercato del lavoro italiano.

Nell’anno di crisi, gli stranieri presentano anche una minore probabilità relativa rispetto agli italiani di passare dall’occupazione all’inattività. Un risultato che conferma un altro aspetto della maggiore fragilità della popolazione straniera rispetto alla popolazione autoctona: quest’ultima può infatti contare, in caso di perdita del lavoro, su una più solida rete sociale e familiare a copertura di periodi di inattività. Nel complesso, invece, non si registrano differenze significative tra italiani e stranieri nel rischio di restare intrappolati nella disoccupazione. Un rischio che è molto più influenzato dall’età, dal livello di istruzione e dalla ripartizione di residenza che non dalla cittadinanza.

In definitiva, la crisi sembra aver colpito nello stesso modo italiani e stranieri e non aver modificato gli svantaggi di fondo che caratterizzano la condizione degli immigrati nel nostro mercato del lavoro. Tutto ciò è ovviamente avvenuto in un contesto che ha visto un forte e complessivo peggioramento della situazione occupazionale, con una crescita della disoccupazione e una maggior difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Quello che non è cambiato è la distanza che separa gli stranieri dagli italiani, rimasta sostanzialmente inalterata durante la crisi. Ciò è sicuramente dipeso dal particolare impatto che la crisi ha sinora avuto sul sistema produttivo italiano, ma anche dal ruolo strutturale che il lavoro immigrato ha ormai all’interno della nostra economia.

 

 

 


[1] Oecd (2010), International Migration Outlook: SOPEMI 2010.

[2] C. Bonifazi, L’immigrazione è solo un problema di sicurezza?, (Neodemos  17/09/2008)

[3] A questi scopi, si è fatto ricorso a modelli di regressione logistica multinomiale. Per i risultati completi si veda C. Bonifazi e C. Marini (2014) The Impact of the Economic Crisis on Foreigners in the Italian Labour Market, Journal of Ethnic and Migration Studies, 40:3, DOI: 10.1080/1369183X.2013.829710.

 

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