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Il Brasile nel club dei Paesi a bassa fecondità

Massimo Livi Bacci

Nel 2007, secondo l’indagine dell’IBGE (l’ente della statistica ufficiale brasiliana) sulle famiglie, la fecondità brasiliana risulta pari a 1,9[1], inferiore dunque al livello di sostituzione di due figli per donna: una contrazione rapidissima, dagli oltre cinque prevalenti appena una generazione addietro. Il Brasile aveva una popolazione poco superiore a quella italiana nel 1950 (53 milioni contro 47), ma conta oggi (2008) 190 milioni di abitanti, cioè più del triplo dell’Italia. Gli esperti dell’IBGE prevedono che la corsa al ribasso della fecondità sia destinata a continuare, raggiungendo i livelli medi europei (intorno a 1,5) verso il 2020. Il contenimento della fecondità significa anche riduzione del tasso annuo d’incremento della popolazione: 2,5 per cento l’anno nel 1970, 1 per cento nel 2008, e zero prima del 2040 (Tab. 1).

 

Tab. 1 – Popolazione del Brasile, 1980-2050: valutazione e previsione

Anno

Popolazione (milioni)

Tasso annuo incremento %

Speranza di vita e(0), M e F

Figli per donna TFT

Età media

1980

118.6

2.35

62.6

4.06

20.2

1990

146.6

1.79

66.6

2.79

22.4

2000

171.3

1.49

70.4

2.39

25.3

2010

193.3

0.92

73.4

1.76

28.8

2020

207.1

0.57

76.1

1.53

33.5

2030

216.4

0.31

78.2

1.50

37.9

2040

219.1

-0.02

79.9

1.50

42.0

2050

215.3

-0.29

81.3

1.50

46.2

Fonte: IBGE/Diretoria de Pesquisas, Rio de Janeiro, 2008

 

Paesi giganti: gli Stati Uniti tolgono al Brasile il record della fecondità 

Nella graduatoria dei paesi più grandi del mondo, il Brasile occupa il quinto posto con 8,5 milioni di chilometri quadrati; lo precedono Russia (17 milioni), Canada (10), Cina (9,6) e Stati Uniti (9,4). Solo negli Stati Uniti (il paese più ricco) la fecondità è rimasta, all’incirca al livello di rimpiazzo (2,0 nel 2007); gli altri paesi ne sono nettamente sotto: Brasile (1,9), Cina (1,7), Canada (1,5) e Russia (1,3). Se nelle specie animali c’è una buona correlazione tra spazio disponibile e riproduttività, così non è sicuramente per la specie umana. La densità umana è minima in Canada (3 abitanti per chilometro quadrato), seguita da Russia (8), Brasile (22), Stati Uniti (32) e Cina (140): a parte la Cina, si tratta di densità modeste, se paragonate, ad esempio, con quella italiana, di quasi 200 ab/kmq. E, ancora, sempre non considerando la Cina, densamente popolata da millenni, gli altri quattro grandi paesi hanno storicamente sostenuto il popolamento dei grandi spazi e l’apertura all’immigrazione. Il Brasile favorì e stimolò l’immigrazione fino agli anni ’20 del secolo scorso e ancora negli anni ’70 prevaleva l’opinione che la crescita demografica fosse un elemento essenziale per uno sviluppo generato dall’interno e non dipendente dai mercati esteri e dall’esportazione. Nel 1974 – in pieno regime militare – fu leader di quei paesi in via di sviluppo che, alla Conferenza sulla Popolazione (Bucarest), promossa dalle Nazioni Unite, sostennero che le politiche di sviluppo non dovevano appoggiarsi su politiche di controllo delle nascite, questo essendo una conseguenza (e non la causa) della crescita economica e dello sviluppo in generale.

Ma questa è storia: negli ultimi due decenni i temi della salute riproduttiva e della pianificazione delle nascite hanno cessato di essere temi di discussione teorica e si sono tradotti in politiche attive sostenute dal settore privato come da quello pubblico. La discesa della natalità è stata più rapida del previsto e stanno emergendo preoccupazioni circa la sostenibilità del declino qualora esso dovesse continuare, magari accelerando il passo. In particolare si comincia a temere che l’invecchiamento possa pesare su un sistema pensionistico sotto stress. Ciò può apparire paradossale, se si pensa che la proporzione degli ultrasessantenni è, oggi, in Brasile, pari ad appena il 10,5% contro il 25% dell’Italia: ma l’esperienza insegna che non è mai troppo presto per prepararsi ai lenti mutamenti della demografia.

 

Le modalità non europee del declino delle nascite

Il declino delle nascite – scese da 4 milioni nel 1984 (quando il Brasile contava 130 milioni di abitanti) a poco più di 3 milioni del 2008 (con una popolazione di 190 milioni) – è avvenuto con modalità diverse da quelle che hanno caratterizzato il declino in Europa.

 Il Brasile si differenzia dall’Europa perché quasi tutti i componenti di una qualsiasi generazione concludono un’unione stabile (o un matrimonio) durante il loro ciclo riproduttivo, con la conseguenza che la proporzione delle donne che rimangono senza figli è relativamente bassa. Un’altra differenza sta nel fatto che il declino della fecondità non è avvenuto in sintonia con l’accrescersi dell’età alla prima unione e alla nascita del primo figlio, che sono rimaste assai precoci. La terza particolarità brasiliana sta nei metodi di controllo delle nascite, e dalla preminenza che ha avuto la sterilizzazione rispetto agli altri metodi contraccettivi. Infine, rispetto ai paesi europei che, al loro interno (e comunque si suddivida il loro territorio – in regioni, distretti o province), mostrano comportamenti riproduttivi omogenei, in Brasile le differenze geografiche sono assai maggiori, in funzione dei forti divari socioeconomici esistenti – particolarmente tra le regioni del Nord e del Nord Est e quelle meridionali.

 

Uno sguardo al futuro

Quale futuro demografico per questo grande paese? Nel 2006, le Nazioni Unite stimavano in 254 milioni la popolazione del Brasile nel 2050 (“variante media”); nel 2008 l’IBGE, sulla base dell’evoluzione più recente delle componenti demografiche (tabella 1) ha proposto un valore sensibilmente più basso (-15%), e pari a 215 milioni. A partire dal 2039, i decessi supererebbero le nascite e la popolazione subirebbe un declino. Chi crede ciecamente nella “affidabilità” delle previsioni demografiche farà bene a fare un bagno di cautela. Secondo queste ultime proiezioni, la fecondità continuerebbe la sua discesa, stabilizzandosi su 1,5 figli per donna dal 2030 in poi; l’età media alla morte salirebbe da 70,4 anni (nel 2000) a 81,3 nel 2050, con un guadagno di circa due anni di vita ogni decennio di calendario. La prima delle due ipotesi è possibile, sia perché la tendenza in corso della fecondità è tuttora orientata a netto ribasso, sia perché esistono ancora differenze sensibili tra categorie sociali e aree geografiche che preludono ad ulteriore diminuzione della fecondità. Altri sviluppi, però, potrebbero essere parimenti possibili: per esempio, una stabilizzazione della fecondità a livelli più alti non è da scartare, dato che l’età media al parto rimane assai bassa. Per quanto riguarda la sopravvivenza, un guadagno di 2 anni per decennio è compatibile con l’esperienza degli ultimi decenni di paesi (come l’Italia) che già oggi hanno conseguito una speranza di vita analoga a quella prevista per il Brasile a metà secolo. Il processo d’invecchiamento sarà molto forte: l’età media della popolazione era ancora di 20 anni nel 1980, è pari a 28 oggi e potrebbe salire a 46 nel 2050. Un altro grande pezzo di mondo è entrato nella fase matura della transizione demografica; alcuni si interrogano perfino se l’ulteriore discesa della fecondità non preluda ad una situazione “europea” di depressione dell’offerta di lavoro e di immigrazione che però i relativamente piccoli paesi confinanti non potrebbero offrire. E si spingono a prefigurare un “ritorno” storico” e l’inizio di un flusso d’immigrazione dall’Africa, due secoli dopo l’abolizione della schiavitù. Ma questo è davvero guardare troppo lontano.

 

 


[1] Dati desunti dall’indagine PNAD (IBGE, Pesquisa Nacional por Amostra de Domicílios, vol. 27, Rio de Janeiro, 2008) sulle famiglie del 2007, basata su un campione all’1,8% dei nuclei familiari. Il TFT desunto dall’indagine è pari a 1,95. Da un’altra indagine campionaria (PNDS) riferita al 2006 si desume un TFT più basso e pari a 1,8. Nel testo il valore è stato arrotondato a 1,9 nel 2007.

 

 

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