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Il benessere umano: non solo reddito, non solo medie*

Andrea Brandolini

In una conferenza tenuta a Madrid nel 1930, nel pieno della grande depressione, John Maynard Keynes profetizzava che l’umanità fosse avviata a risolvere il proprio problema economico, la perenne lotta per la sussistenza: “di qui a cento anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno”[1]. “Per la prima volta dalla sua creazione”, aggiungeva, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero… per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Era una previsione che si sarebbe rivelata in gran parte corretta. Se misurato con il prodotto interno lordo pro capite, negli ottantacinque anni dal 1930 e al 2015 il benessere materiale è aumentato di 4,5 volte nel Regno Unito, di 5 volte in Francia e negli Stati Uniti e di 6 volte in Germania e Italia, paesi che partivano da livelli di sviluppo più bassi[2].

I tempi del lavoro

Grazie all’enorme progresso tecnologico, questo miglioramento ha anche consentito di ridurre drasticamente i tempi di lavoro. In Italia, dal 1950 al 2015 le ore mediamente lavorate da un occupato in un anno sono scese di un sesto, da 2.107 a 1.736, un valore ancora molto superiore a quello coerente con la settimana lavorativa di 15 ore preconizzata da Keynes. La diminuzione delle ore di lavoro annue coglie però solo in parte il minor carico di lavoro lungo l’intera vita di una persona. La diffusione della scolarizzazione e l’allungamento del periodo dedicato all’istruzione hanno portato a ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. L’età media al primo impiego è passata da 16 anni per gli italiani nati negli anni Dieci del secolo scorso a 18 per i nati negli anni Quaranta e 20 per i nati negli anni Ottanta. Lo stesso è avvenuto per le donne, in parallelo con l’aumento della loro partecipazione al mondo del lavoro. All’estremo opposto del ciclo di vita, per effetto dell’incremento della longevità e della generosità dei sistemi previdenziali, è cresciuto il numero di anni trascorsi come pensionati. Gli italiani nati negli anni Dieci sono andati in pensione in media a 61 anni quando si potevano attendere altri 16 anni di vita; per i nati negli anni Quaranta l’età media di pensionamento è scesa a 56 anni, mentre la loro speranza di vita residua saliva a 24 anni. Questi sono numeri indicativi, perché le storie individuali sono diverse e molti sono morti prima di giungere alla pensione, ma suggeriscono che gli anni dedicati al lavoro sono diminuiti da quasi tre quinti di quelli mediamente vissuti per le classi maschili del decennio Dieci a meno della metà per quelle del decennio Quaranta[3].

Non solo reddito

La crescita del reddito è una buona misura del progresso economico: le condizioni di vita delle persone dipendono crucialmente dalla disponibilità materiale di beni e servizi. Il dibattito sul “declino” che si è avviato in Italia nei primi anni Duemila ha preso spunto dalla constatazione che l’economia non appariva più in grado di crescere come in passato, o come in altri paesi avanzati. Allo stesso modo, è oggi diffusa la preoccupazione che il reddito reale pro capite degli italiani sia tornato ai livelli della fine degli anni Ottanta. Non v’è dubbio, tuttavia, che il reddito sia solamente uno strumento “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. I dati citati sui tempi di lavoro ci rammentano la necessità di considerare altri aspetti nel valutare il benessere.

Nonostante la sua rilevanza per le nostre vite, il reddito non può dar conto di tutte le molteplici sfumature della qualità della vita. Essenzialmente esso ne riduce la valutazione a ciò che le persone possono acquistare, senza tener conto che esse differiscono per la capacità di “convertire” i beni nelle cose che realmente valgono per loro: è del tutto plausibile che questo processo di conversione sia diverso per un giovane e per un anziano, che sia più dispendioso per un disabile che per una persona in buona salute. D’altro canto, il benessere che deriva dal consumo di una certa quantità di beni non dipende solo da quanto contribuisce alla sopravvivenza fisica, ma anche dal processo decisionale che porta a quel risultato. Come ci ricorda Amartya Sen, vi è una profonda differenza tra chi non mangia perché non ha la possibilità di comprare il cibo e chi invece ha liberamente scelto di digiunare[4]. Infine, numerosi altri aspetti, non economici, hanno grande importanza, come lo stato di salute o la rete di relazioni interpersonali.

Che il benessere umano vada concepito come multidimensionale è un’opinione ormai largamente condivisa, anche se tutt’altro che condivisi sono i metodi per giungere a una misurazione convincente[5]. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha avviato il progetto “Better Life” per descrivere gli ingredienti essenziali che costituiscono il benessere delle persone e ha raccolto un insieme di statistiche relative ad aspetti materiali, come reddito e abitazione, e immateriali, come salute, istruzione, ambiente o impegno civico[6]. Un’analoga iniziativa è stata lanciata in Italia dall’Istat e dal CNEL con il progetto “BES: benessere equo sostenibile”[7]. Un primo problema che si pone in un approccio multidimensionale è la definizione delle dimensioni rilevanti del benessere e dei relativi indicatori statistici. Un secondo problema è se sia opportuno giungere a una misura sintetica, che sacrifichi la varietà e ricchezza dell’informazione a favore dell’immediatezza del messaggio, e quale sia in questo caso il peso da dare a ciascuna dimensione. Il “Better Life Index” risolve il problema proponendo una pagina interattiva sul sito dell’OSCE in cui si permette all’utilizzatore delle statistiche di pesare 11 diverse dimensioni secondo la propria scala di valori[8]. L’Italia si colloca al 23° posto tra i 36 paesi considerati quando si attribuisca identico peso a tutte le dimensioni, ma salirebbe al 21° se si desse la massima importanza alla dimensione “salute”, in cui presenta risultati relativamente migliori.

Non solo valori medi

La valutazione del benessere di una comunità non può ignorare che le risorse materiali e immateriali non sono distribuite equamente e che questa distribuzione varia nel tempo. Il progresso del reddito pro capite in Italia dagli anni Trenta si è associato, per esempio, a una forte riduzione della disuguaglianza della sua distribuzione. L’indice di Gini, una misura che varia tra 0 quando vi è perfetta uguaglianza e 1 quando tutto il reddito è concentrato nelle mani di una sola persona, si è ridotto da 0,45 nel 1931 a circa 0,35 negli anni più recenti[9]. Questa diminuzione della disuguaglianza amplifica la portata del progresso economico, perché segnala come esso abbia beneficiato in misura relativamente maggiore le classi meno abbienti. Se si considera una distribuzione diseguale dei redditi come una perdita di benessere, il prodotto del reddito medio pro capite per il coefficiente (1–Gini) rappresenta un indicatore sintetico di benessere sociale che guarda non solo alla media. Secondo questo indicatore, dagli anni Trenta il benessere economico è aumentato in Italia di 7 volte invece delle 6 indicate dal reddito pro capite. Nell’ultimo quarto di secolo questo progresso di lungo periodo è tuttavia venuto meno, sia per la frenata dell’economia sia per l’aumento della disuguaglianza dagli anni Ottanta, pur avvenuto in misura meno pronunciata che in altri paesi avanzati.

In sintesi

La nozione di benessere è complessa. Non è certamente riducibile ai soli indicatori monetari, nonostante che il reddito e la ricchezza ne siano determinanti fondamentali. Anche altre cose sono importanti “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Nello stesso tempo, occorre dar conto di come tutti i cittadini partecipino del benessere collettivo. Il dibattito su come misurare il benessere è intenso: negli istituti di statistica, nelle organizzazioni internazionali, nel mondo accademico, nelle agenzie del terzo settore, spesso tra i semplici cittadini[10]. I prossimi anni ci diranno se altre metriche riusciranno a scalfire la preminenza che il PIL ha avuto per oltre mezzo secolo.

[1] “Prospettive economiche per i nostri pronipoti (1930)”, in Esortazioni e profezie, Milano, 1975.

[2] A. Maddison, “Historical Statistics of the World Economy: 1-2008 AD, 2010” e The Conference Board Total Economy Database™, January 2015.

[3] Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie e Istat, Tavole di mortalità.

[4] La diseguaglianza. Un riesame critico, Bologna, 2010.

[5] S.S. Morgan, “Misurare il benessere: indici e giocattoli”, Neodemos, 7 luglio 2015,

[6] www.oecd.org Better Life Initiative: Measuring Well-Being and Progress

[7] www.misuredelbenessere.it

[8] www.oecdbetterlifeindex.org

[9] A. Brandolini e G. Vecchi, “Il benessere degli Italiani”, in L’Italia e l’economia mondiale. Dall’Unità a oggi, a cura di G. Toniolo, Venezia, 2013.

[10] A. Rinaldi e R. Zelli, Misurare il benessere. La sfida degli indicatori alternativi al Pil, Roma, 2014; R. Aaberge e A. Brandolini, “Multidimensional Poverty and Inequality”, in Handbook of Income Distribution, Volume 2A, a cura di A.B. Atkinson e F. Bourguignon, Amsterdam, 2015.

 

*Testo apparso in “Il benessere possibile”, supplemento speciale al numero 66 de il punto, periodico della Comunità di San Martino al Campo, Trieste, marzo 2016.
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autore e non impegnano la Banca d’Italia.

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