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ICPD

La Redazione

 Il 7 marzo 2014 è uscita l’ultima versione del Rapporto “Beyond 2014” della ICPD, che è poi  l’International Conference on Population and Deveopment . Per capirne il significato, bisogna risalire un po’ indietro, alla ICPD del 1994, tenutasi al Cairo. Quella conferenza produsse un “Programma di Azione” ventennale, che ha costituito il volano per l’operato dell’UNFPA (United Nations Population Fund ) in questo ultimo periodo. La Conferenza dopo trattative e compromessi tra governi, varie agenzie UN (United Nations), e numerose ONG (Organizzazioni Non Governative), e nonostante l’opposizione di molti (paesi islamici e Vaticano, in primo luogo), trovò un accordo su numerosi obiettivi da raggiungere entro il 2015, tra cui:

1) Istruzione. Garantire a tutti almeno a quella a livello elementare. Ma l’attenzione era qui soprattutto alle donne, alle quali si voleva (e si vuole) assicurare più spazio anche nei livelli superiori di istruzione, ivi compresa l’istruzione professionalizzante e tecnica;

2) Mortalità. Compressione della mortalità infantile (nel primo anno di vita) al di sotto del 35‰ e della mortalità giovanile (prima del 5° compleanno) al di sotto del 45‰. Raggiungimento di almeno 75 anni di durata media della vita in tutti i paesi del mondo. Forte riduzione, almeno dimezzamento, della mortalità per parto (donne che muoiono per parto in rapporto al numero dei parti).

3) Sessualità, salute riproduttiva e contraccezione. Accesso libero e a prezzi contenuti all’informazione e ai servizi relativi a questa sfera, con forte attività di scoraggiamento delle mutilazioni genitali femminili.

Alziamo ancora il tiro!

Gli obiettivi della ICPD sono passati attraverso verifiche periodiche, le più importanti delle quali sono state ogni 5 anni. Ma, non contenti, nel settembre del 2000, 191 Capi di Stato e di Governo hanno unanimemente sottoscritto la Dichiarazione del Millennio, da cui sono nati otto obiettivi (i cd. MDGs, o Millennium Development Goals) da raggiungere entro il 2015, che in gran parte si sovrappongono e rafforzano (o precisano) quelli già fissati:

1 Sradicare la povertà estrema e la fame

2 Rendere universale l’educazione primaria

3 Promuovere l’eguaglianza di genere e l’empowerment delle donne

4 Ridurre la mortalità infantile

5 Migliorare la salute materna

6 Combattere l’AIDS, la malaria e le altre malattie

7 Assicurare la sostenibilità ambientale

8 Sviluppare una partnership globale per lo sviluppo

Ognuno di questi obiettivi generali è articolato poi in uno o più sotto-obiettivi specifici.

E mo’?

Ma ora il 2014 è arrivato, e, con esso, il momento di tirare un po’ le fila e vedere che cosa si è raggiunto e cosa ancora resta da fare di tutto questo ambizioso programma. Proprio su questo si incentra la prossima Sessione, la 47^, della UN Commission on Population and Development , in corso in questi giorni, dal 7 all’11 aprile, a New York.

La sessione è stata preceduta da molti documenti preparatori, che consentono di valutare lo stato della situazione e le tendenze in atto. Di questi, il migliore è probabilmente il Rapporto del Segretario generale , che richiama i principali elementi in gioco: a che punto si era nel 1994 (o qualche anno dopo), cosa ci si riprometteva di ottenere e cosa si è effettivamente ottenuto.

Risultati

Come era è prevedibile, i risultati sono eterogenei: in generale la situazione è migliorata, ma non tanto quanto si sarebbe voluto, e il progresso è stato poco omogeneo portando anche, in alcuni casi, a un ampliamento delle differenze tra il mondo ricco e il mondo povero.

La durata media della vita, per esempio, che era di circa 64 anni nel 1994, è di circa 70 oggi. Bene, anche perché la crescita c’è stata i tutti i paesi. Peccato però che l’obiettivo fosse di arrivare a 75 anni (o almeno a 70 per i paesi che partivano dai livelli più bassi), e che oggi solo 76 paesi su 201 superino questa soglia. Per giunta, di questi 76 paesi, 33 avevano già, nel 1994, un livello di partenza superiore all’obiettivo, e quindi solo 43 paesi ci sono arrivati in questi 20 anni.

La mortalità giovanile sarebbe dovuta scendere sotto il 45‰ (su mille nati, non devono essere più di 45 quelli che muoiono prima del raggiungimento del 5° compleanno). Nel mondo, dall’86‰ del 1994 siamo oggi scesi al 52‰, e il maggior declino è avvenuto in Africa (dal 168 a 101‰). Bene, certo, ma l’obiettivo non è stato ancora raggiunto, e forse, soprattutto guardando alla situazione dei paesi oggi più arretrati, si sarebbe potuto fare di più.

Donne e fecondità: non tutto è sotto controllo

Anche per la fecondità si possono registrare successi e fallimenti. Dai tre figli per donna del 1994 siamo oggi scesi a 2,5 circa. E visto che il valore “obiettivo” è di circa 2 figli per donna (quello che assicura il rimpiazzo generazionale) si può dire che si è percorsa una metà del cammino. D’altro canto, se si scende più in dettaglio, si scopre che mentre il mondo sviluppato fa pochi figli, forse anche troppo pochi (1,7), i paesi  in via di sviluppo ne fanno troppi invece (2,6), e quelli più poveri (tipicamente nell’Africa subsahariana) ne fanno ancora di più (4,2).

Qui c’è un doppio problema: da una parte le donne che vorrebbero ridurre la fecondità non sempre hanno adeguato accesso ai sistemi di prevenzione delle nascite. Una insufficienza che si cerca di misurare con il concetto di “bisogno non soddisfatto di contraccezione” (unmet needs of family planning), misurata con la percentuale di donne in unione (e quindi a rischio di concepimento) che dichiara di non volere figli ma che non fa uso di contraccezione. Questa percentuale è pari a circa il 10% nei paesi sviluppati (un valore che si può considerare fisiologico), ma oscilla tra il 20 e il 40% in Africa.

Il secondo problema è che le donne non sempre si rendono conto che sarebbe meglio, per loro e per le loro famiglie, ridurre la fecondità, e, quando se ne rendono conto, non sempre hanno sufficienti diritti e potere all’interno delle famiglie (del clan, del villaggio) per imporre la propria volontà. Le donne sono ancora spesso escluse dal sistema formativo, o, se ci entrano, non di rado devono poi abbandonarlo a causa della precoce fecondità; si sposano spesso quando ancora sono minorenni; partecipano meno degli uomini al mercato del lavoro e, quando lo fanno, sono relegate ai lavori più marginali, e sono comunque pagate meno, anche a parità di lavoro (il che poi si traduce in un loro minor potere all’interno della famiglia e della società). E sono spesso vittime di violenza, anche sessuale, che raramente viene denunciata, e quasi mai dà seguito a azioni penali e meno ancora a condanne. Nel 2013, ad es., un’indagine UN su 10mila uomini dell’area est Asiatica ha rivelato che tra il 26 e l’86% degli uomini (a seconda dei paesi) aveva picchiato almeno una volta la propria compagna; e quasi un quarto di essi (10-62%, dipende dai paesi) aveva commesso uno stupro, nella stragrande maggioranza dei casi senza subire alcuna conseguenza legale.

Insomma, in questi campi, come in altri di cui qui non trattiamo per ragioni di spazio, molta strada si è fatta, ma molta ne resta ancora da fare. Parlarne nei consessi internazionali, però, e avere il coraggio (con il dovuto tatto) di evidenziare, paese per paese, le situazioni che hanno più urgente bisogno di intervento e di progresso è già di per sé un buon segnale.

Certo se fosse possibile farlo con un sistema meno farraginoso e paludato, meno costoso, con documenti dal tono meno burocratico, con meno acronimi, e via dicendo, beh, diciamocelo: sarebbe ancora meglio.

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