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I piedi d’argilla della famiglia “tuttofare” (*)

Maria Letizia Tanturri

Nel documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro” un intero paragrafo è dedicato a “La centralità del sostegno alla famiglia e alla maternità”. Il tema è davvero cruciale per il nostro Paese, che non si è ancora dato un insieme organico di politiche per sostenere le famiglie nelle scelte riproduttive e lavorative.
 
Il Documento parte da due presupposti corretti. Primo: la bassa natalità rappresenta un freno alla produttività del lavoro e alla crescita economica, e mina, inoltre, la sostenibilità futura del sistema assistenziale e previdenziale. Secondo: le italiane desiderano più figli di quanti ne hanno attualmente, ma non vogliono per questo rinunciare al lavoro. Si profila così una situazione ideale in cui il bene pubblico (più bambini e più donne lavoratrici per sostenere il nostro stato sociale e la crescita economica) coincide totalmente con i desideri dei singoli. Dunque, dal documento, ci aspetteremmo una serie di azioni coerenti, volta a facilitare la conciliazione, sostenendo al tempo stesso occupazione femminile e genitorialità. E invece no.
 
Alle buone premesse, fanno subito seguito due affermazioni sorprendenti: l’offerta di servizi serve a poco e l’occupazione femminile non è un fattore decisivo per aumentare le nascite.
 Nel Documento, infatti, si legge che: “Questa divaricazione tra il desiderio di maternità e la sua realizzazione si imputa spesso alla carenza – di per sé innegabile ed evidente nel confronto comparato – di servizi per l’infanzia, ma se si esaminano con attenzione le percentuali di natalità nelle regioni in cui vi è il numero più alto e la migliore qualità di asili nido non si notano significative differenze percentuali nelle nascite.” Dunque, i Ministri da una parte riconoscono l’insufficiente offerta di servizi per l’infanzia, dall’altra ritengono che una loro maggiore disponibilità sarebbe ininfluente. Una simile presa di posizione ignora completamente i risultati – ormai consolidati – di autorevoli ricerche sul tema: l’offerta di servizi da sola non basta ma è sicuramente utile (oltretutto la sua efficacia dipende dalla maggiore o minore flessibilità degli orari dei servizi e dai loro costi). Non mi è chiaro, tra l’altro, quali indicatori abbiano utilizzato i Ministri per trarre questa conclusione (che vuol dire “differenza percentuale delle nascite?”).  In realtà, si riscontra un debole, ma diretto legame tra il numero medio di figli per donna per regione (indicatore più adatto per i confronti) e i tassi di accoglienza dei servizi educativi per la prima infanzia (nidi e servizi integrativi) (cioè il numero di bambini nei servizi educativi su 100 bambini sotto i tre anni). Come si può vedere nella Figura 1, negli ultimi anni la fecondità è aumentata di più proprio nelle regioni dove i tassi di accoglienza erano più alti.
Ma c’è una seconda considerazione che desta perplessità: “Anche l’occupazione femminile, che alcuni analisti indicano come un fattore correlato all’incremento della natalità, non sembra un elemento decisivo, visto che in alcune regioni del Nord del Paese le percentuali di donne che lavorano sono al livello europeo, ma questo fatto non sembra influire in modo evidente sulle nascite”.
Da anni ormai nei Paesi dove le donne sono presenti sul mercato del lavoro in proporzione maggiore, il numero medio di figli è più elevato. La relazione ovviamente non è meccanica, ma mediata da diversi fattori (es. dall’efficacia degli strumenti di conciliazione, dal diverso grado parità di genere). L’Italia nel suo insieme si distingue per avere un modesto livello di partecipazione lavorativa femminile accompagnato da una bassa fecondità. Tuttavia negli ultimi dieci anni, l’occupazione femminile cresce e il numero di figli aumenta proprio nelle regioni del Nord Italia (1,45 figli per donna nel 2008), mentre nel Mezzogiorno  – dove l’occupazione delle donne resta sotto la media – la fecondità cala (1,36) (Del Boca e Rosina 2009. p. 75).
Curiosamente, qualche riga dopo, il  documento ministeriale sembra ravvedersi e tra le molteplici cause per la rinuncia ai figli, cita anche la “ la difficoltà di accesso ad un lavoro regolare e di qualità delle donne, la ancora insufficiente diffusione del lavoro a tempo parziale e dei contratti di inserimento al lavoro, il tardivo ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e, in generale, l’impermeabilità tra tempi di lavoro e di cura come pure la persistente rigidità degli orari delle città e l’insufficienza di alcuni servizi”. Ma allora servizi e occupazione contano oppure no? E se contano perché non potenziarli entrambi? E renderli un po’ più flessibili?
 
Un altro fattore legato alla bassa fecondità, citato solo en passant nel Documento è la “scarsa propensione degli uomini italiani alla condivisione dell’impegno domestico”. Questo elemento è tutt’altro che marginale: diversi studi condotti nel nostro Paese, infatti, mostrano che le culle non si riempiono più dove prevale un modello di famiglia “vecchio stile”, caratterizzato da una rigida differenziazione di genere, ma piuttosto dove le donne sono occupate, dove i servizi per la conciliazione sono disponibili e funzionano (pubblici e privati), e dove gli uomini fanno la loro parte contribuendo attivamente alle faccende domestiche e alla cura dei loro figli (Mencarini e Tanturri 2004, Mills et al. 2008). Il cambiamento culturale – già in atto in molti Paesi – potrebbe essere incoraggiato anche in Italia da misure appropriate. Perché non proporre allora un vero e proprio congedo di paternità e/o un aumento della retribuzione dei congedi parentali?
 
Il sistema di welfare dovrebbe prendere coscienza delle nuove relazioni osservate per  elaborare interventi mirati a sostegno di queste famiglie (Tanturri 2010). Il documento ministeriale, al contrario, decide di puntare ancora una volta sulla solidarietà intergenerazionale (Si veda l’articolo di Daniela Del Boca su Ingenere). I forti legami familiari sono senza dubbio una risorsa preziosa, ma il ricorso agli aiuti familiari è già la soluzione adottata dalla maggior parte delle famiglie italiane con figli piccoli: più della metà dei bambini è affidata ai nonni, quando la madre lavora. Questo, però, non impedisce che il 18% (il 25% nel Mezzogiorno) delle madri occupate all’inizio della gravidanza non lavori più 20 mesi dopo il parto o che il 40% di quelle che continuano a lavorare sperimentino difficoltà di conciliazione (Istat 2006). E poi come può fare chi ha i nonni lontani, malati, indisponibili, o, addirittura, non ha i nonni? Oltretutto il sistema della solidarietà generazionale tiene abbastanza bene oggi perché in linea di massima i nonni sono già in pensione, e molte nonne non sono mai entrate nel mercato del lavoro (solo una donna su cinque è occupata tra i 55 e i 64 anni). Che succederà nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo – in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri – innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma soprattutto per le donne?
 
Nel 2020, la famiglia italiana “tutto-fare” rischia di diventare un gigante dai piedi di argilla, che può facilmente sgretolarsi se non puntellato da politiche coerenti e magari creative per la conciliazione. Il paragrafo dedicato alla centralità del sostegno alla natalità si conclude, invece, ponendo l’accento sulla leva fiscale come strumento principe per sostenere la natalità ed evitare le “inefficienze insopportabili dell’offerta monopolistica pubblica”. Questa è una possibile azione, su cui si può discutere, ma per poterlo fare i Ministri dovrebbero meglio illustracela. In realtà cosa intendono per “leva fiscale”? L’introduzione del quoziente familiare (che rischia di scoraggiare ulteriormente il lavoro femminile nel contesto italiano, come osserva su Ingenere Carlo d’Ippoliti), la deducibilità delle spese per i figli (e quali, per l’istruzione, per la cura, per la sanità?)?. A parte le agevolazioni fiscali e i trasferimenti monetari riservati alle famiglie in cui gli anziani si occupano di minori (e le altre?), e la flessibilità lavorativa per uomini e donne che assistono malati o disabili, i Ministri non fanno proposte specifiche. A noi resta la curiosità: quali misure saranno adottate? Il gigante dai piedi d’argilla inizia a scricchiolare: non possiamo permetterci il lusso di perdere tempo.
 
 
Riferimenti
Del Boca D. e A. Rosina (2009), Famiglie sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente, Coll. Contemporanea, Bologna, Il Mulino.
Istat (2006), Avere un figlio in Italia. Approfondimenti tematici dall’indagine campionaria sulle nascite Anno 2002, Coll. Informazioni n. 32, Roma, Istituto nazionale di Statistica.
Mencarini, L. e Tanturri, M.L. (2004), Time use, family role-set and childbearing among Italian working  women, Genus, vol. LX, n.1, pp. 111-137.
Mills M., Mencarini L., Tanturri M.L. e Begall K. (2008), Gender Equity and Fertility Intentions in Italy and the Netherlands, Demographic Research, XVIII, 1, pp. 1-26; http://www.demographic-research.org/Volumes/Vol18/1/18-1.pdf 
Tanturri M.L. (2010), Demografia e lavoro femminile: le sfide della conciliazione, in Livi Bacci M. (a cura di), La demografia del capitale umano, Bologna, il Mulino.
 
 
* Articolo pubblicato anche su www.ingenere.it

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