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I bilanci delle famiglie italiane dopo due pesanti recessioni (*)

Andrea Brandolini

Tra il 2007 e il 2013, il reddito disponibile reale delle famiglie italiane è diminuito del 13% in termini pro capite, tornando ai livelli del 1988, mentre la loro spesa per consumi è scesa del 10% (Fig. 1). Fino al 2012, la ricchezza reale netta ha registrato un calo del 10%. Un peggioramento dei bilanci familiari così forte per intensità e durata non ha precedenti dal secondo dopoguerra.
Durante la crisi finanziaria globale del 2008-09, il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto meno del PIL, grazie anche al sostegno dei trasferimenti netti ricevuti dalle amministrazioni pubbliche. Questo sostegno, pur inferiore a quello osservato nella maggior parte dei paesi avanzati nello stesso periodo[1], è venuto a mancare durante la crisi dei debiti sovrani del 2011-13, segnata dal considerevole consolidamento delle finanze pubbliche. Oltre al calo dei redditi, le famiglie hanno subito considerevoli perdite in conto capitale sul valore della loro ricchezza, finanziaria e reale. Questo peggioramento delle finanze familiari e, di conseguenza, delle condizioni di vita è stato diffuso o ha colpito alcuni più di altri?

La distribuzione dei consumi si è complessivamente spostata verso il basso, colpendo tutte le classi di spesa. Le indagini dell’Istat sui bilanci familiari indicano che, tra il 2002 e il 2007, la spesa per consumi equivalente (ovvero comparabile in termini di benessere tra famiglie di numerosità diversa) è aumentata in media del 4%, in maniera abbastanza uniforme tra i vari decili (Fig. 2)[2]. Nel quinquennio 2008-12 è invece diminuita assai più agli estremi della distribuzione che nella parte centrale: a fronte di un calo medio del 10%, il primo decile è diminuito del 14% e il nono del 12%, mentre il sesto scendeva del 7%. Per effetto di questa sostanziale simmetria, l’indice di Gini, una misura sintetica della disuguaglianza compresa tra 0 e 1, è rimasto stabile intorno al 31%. Si può ipotizzare che tra i più poveri il calo dei consumi abbia riflesso soprattutto l’inadeguatezza della rete di protezione sociale e la debolezza del mercato del lavoro, mentre tra i più ricchi abbia particolarmente risentito della caduta dei rendimenti del patrimonio, effettivi e in conto capitale.

Il peggioramento nella parte alta della distribuzione della spesa per consumi si è manifestato in una riduzione degli indici di agiatezza: la quota di persone con una spesa reale equivalente superiore a quattro volte il valore pro capite è diminuita dall’8% nel 2007 al 7% nel 2012, al 5% se lo standard di riferimento è la spesa reale del 2007. Il peggioramento nella parte bassa della distribuzione si è riflesso in un aumento degli indici di povertà relativa, soprattutto nell’ultimo biennio, quando la quota di persone povere è aumentata dal 14% nel 2011 al 17% nel 2013. Il deterioramento degli indicatori di povertà relativa è però attutito dalla continua riduzione di uno standard di riferimento commisurato alla spesa media. Se si fissa questa soglia di riferimento in termini reali, il peggioramento delle condizioni di vita per i ceti meno abbienti appare in tutta la sua gravità: l’incidenza della povertà assoluta raddoppia dal 4% delle persone residenti nel 2007 all’8% nel 2012. I dati appena diffusi dall’Istat indicano un ulteriore, notevole aumento al 10% nel 2013[3].
Le statistiche dell’indagine della Banca d’Italia confermano l’intensità dell’aggravamento dei bilanci familiari nel periodo recente, ma suggeriscono come l’aumento dei tradizionali indicatori di disuguaglianza sia stato complessivamente contenuto, se raffrontato alla contrazione dei livelli di reddito. In termini reali, dopo essere aumentato dell’11% dal 2000 al 2006, il reddito equivalente è diminuito del 14% dal 2006 al 2012 (Fig. 3); in questo secondo periodo, la ricchezza netta equivalente è scesa di quasi il 6%. Tanto per i redditi quanto per la ricchezza, la contrazione è stata più sostenuta per le classi più povere che per quelle centrali e più ricche. Ne è derivato un aumento dell’indice di Gini, modesto per il reddito e più forte per la ricchezza. La considerazione congiunta di reddito e ricchezza mostra che si è molto ampliata una fascia di popolazione particolarmente vulnerabile perché non ha risorse patrimoniali sufficienti per far fronte alla modestia delle loro entrate. È cresciuta dall’8% nel 2006 all’11% nel 2012 la quota degli individui per cui sia il reddito sia la ricchezza non raggiungono un livello minimo per permettere una vita decorosa.

L’aumento della povertà, relativa e assoluta, non si è associato a mutamenti sostanziali della composizione socio-demografica della popolazione povera: il peggioramento è stato generalmente maggiore per le categorie che già mostravano un’incidenza più alta, come per esempio i residenti nel Mezzogiorno e chi vive in un’abitazione in affitto. Con una eccezione: la recessione ha colpito i giovani assai più degli adulti e, soprattutto, degli anziani. Le persone di 65 e più anni che vivono sole e le coppie senza figli in cui il capofamiglia ha almeno 65 anni sono le uniche due tipologie familiari a non aver registrato un incremento degli indici di povertà tra il 2007 e il 2012. Nello stesso tempo, si è ulteriormente accentuata la presenza di famiglie giovani (in cui il capofamiglia ha meno di 40 anni) nel quinto più povero della distribuzione del reddito equivalente, a scapito della loro presenza nel quinto più ricco; un’analoga tendenza si osserva per la distribuzione della ricchezza netta equivalente. Ciò non sorprende, dato che gli anziani risentono meno delle condizioni avverse sul mercato del lavoro e sono relativamente meglio protetti da un sistema di protezione sociale come quello italiano in cui manca uno strumento di sostegno alle famiglie non anziane in condizioni di povertà.

Il diffuso peggioramento dei bilanci familiari è la conseguenza del duraturo e pronunciato rallentamento dell’economia italiana. L’arretramento delle condizioni di vita dei più poveri riflette la debolezza delle politiche sociali italiane; dipende in larga misura dall’erosione della capacità delle famiglie italiane di generare reddito, più che da un aumento della diseguaglianza durante la crisi. Questa considerazione non deve però farci dimenticare che la disuguaglianza dei redditi è, da tempo, molto più alta in Italia che negli altri paesi dell’Europa continentale e settentrionale, né soprattutto attenua la preoccupazione per le sorti delle famiglie più deboli.

(*) Questo articolo riassume risultati discussi più estesamente in A. Brandolini, “Il Grande Freddo. I bilanci delle famiglie italiane dopo la Grande Recessione”, in Politica in Italia. I fatti dell’anno e le interpetazioni. Edizione 2014, a cura di C. Fusaro e A. Kreppel, Bologna, Il Mulino, 2014. Le opinioni qui espresse sono soltanto quelle dell’autore e, in particolare, non riflettono necessariamente quelle della Banca d’Italia.

Articolo pubblicato anche su lavoce.info


[1] Cfr. S.P. Jenkins, A. Brandolini, J. Micklewright e B. Nolan, The Great Recession and the Distribution of Household Income, Oxford, Oxford University Press, 2013.

[2] Un decile è un valore di spesa equivalente che separa due successivi decimi della popolazione classificata in ordine crescente per spesa equivalente: il 10% più povero spende in consumi meno del primo decile, mentre il rimanente 90% spende di più, e così per i decili successivi.

[3] Istat, La povertà in Italia. Anno 2013, Statistiche Report, 14 luglio 2014.

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