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Gli Ultimi Nomadi

Massimo Livi Bacci
Un orrendo delitto – come quello consumato nell’immediata periferia della capitale da un giovane Rom nello scorso novembre – sicuramente sconvolge le coscienze. Ma non dovrebbe, come invece è avvenuto, spingere a frettolosi provvedimenti legislativi. Ed infatti, il decreto legge sulla sicurezza (rivolto ai cittadini comunitari) immediatamente varato dal Governo, con alcune formulazioni imprecise, è stato interpretato come un decreto “anti-romeni”, provocando un’allarmata reazione di Bucarest (il premier è volato a Roma per consultazioni con Prodi), fermento nelle comunità rumene regolarmente presenti in Italia (quasi 600 mila persone), sconcerto nelle centinaia di imprese italiane che operano in Romania. Il decreto, di cui si è forzata l’approvazione al Senato (con l’introduzione di misure antidiscriminatorie, del tutto fuori contesto), è stato poi ritirato alla Camera, e sostituito con un altro (migliore) la cui conversione in legge dovrebbe avere navigazione tranquilla.
I Rom: cittadini europei

L’infortunio, tuttavia, dovrebbe far riflettere non tanto sui problemi dell’immigrazione di cittadini comunitari (i cui spostamenti intraeuropei sono fin troppo tenui, anche perché le barriere effettive alla mobilità del lavoro sono ancora assai alte), ma su quello delle comunità Rom in provenienza dai paesi dell’Europa balcanica, e dalla Romania in particolare. I Rom, come cittadini comunitari, godono del diritto di libera circolazione nello spazio europeo. Ma la loro resistenza all’integrazione, al radicamento, all’inclusione ha oramai una storia millenaria. Il nucleo più numeroso – e più arretrato – d’Europa ha cittadinanza rumena: ufficialmente erano 535.000 secondo il censimento del 2002, ma si dà per sicuro che la cifra vera sia almeno doppia, se non tripla. Le indagini censuarie indicano il numero di 370.000 in Bulgaria, 110.000 in Serbia, 190.000 in Ungheria, 93.000 in Slovacchia, 54.000 in Macedonia; tuttavia è opinione comune che la reale numerosità dei Rom sia notevolmente più alta. Le ragioni dell’inadeguatezza dei censimenti ad enumerare i Rom sono molteplici: primo tra tutti i timori di discriminazioni (la storia li giustifica appieno); ma anche la difficoltà di enumerare collettività poco radicate e la difficoltà dell’identificazione etnica. Un’indagine ILO/UNDP del 2003 offre un quadro comparativo disastroso delle comunità Rom di Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. La scolarità è bassissima; lo stato di salute pessimo; le capacità professionali tradizionali senza mercato nell’Europa prospera; le regole di vita spesso in contrasto col codice civile; il grado di povertà elevatissimo; il livello d’integrazione con le comunità maggioritarie quasi nullo.

Una demografia da terzo mondo

Sotto il profilo demografico alto è il numero di figli per famiglia (Fig. 1), frutto di una fecondità poco controllata e di una giovane età al matrimonio (la metà delle Rom ungheresi di 16-19 anni sono sposate – Tab. 1).

L’alta natalità, la struttura per età molto giovane (tra il 60 e il 65% della popolazione ha meno di 30 anni, una proporzione doppia di quella dell’Italia – Tab. 2) e l’endogamia fanno crescere rapidamente le comunità con tassi tipici di alcune popolazioni in via di sviluppo.


Tab.1. Donne Rom già sposate, per età

Paese

16-19 anni

20-24 anni

Rep. Ceca

16

53

Slovacchia

45

74

Ungheria

48

79

Romania

41

69

Bulgaria

32

69

Tab.2. Popolazione giovane, in complesso e tra i Rom (%)

Paese

0-14 anni

15-29 anni

Totale

Rom

Totale

Rom

Slovacchia

19.8

33.5

24.9

31.7

Romania

17.8

33.9

24.1

31.7

Bulgaria

15.0

33.0

21.1

29.4

La salute materna e infantile è precaria: la comunità Rom rumena ha una mortalità infantile quasi tripla rispetto alla media del paese (73 contro 27 per mille) in conseguenza del difficile accesso al sistema sanitario, delle deteriorate condizioni abitative, delle pessime condizioni igieniche. L’inchiesta ha anche rilevato un’alta proporzione di persone che hanno dichiarato di aver trascorso periodi più o meno lunghi di deprivazione alimentare, particolarmente in Romania e in Bulgaria. Non desta sorpresa, perciò, che la propensione ad emigrare verso i paesi più ricchi sia elevata.
Una convivenza da inventare: radicati e nomadi

Da un punto di vista generale è giusto ritenere che un’Europa prospera, con mezzo miliardo di abitanti, possa essere in grado di gestire nei prossimi anni migrazioni Rom di qualche centinaio di migliaia di unità, ma le cose cambiano a livello nazionale o locale. In Italia, si stima che i Rom siano più di 150 mila, di cui forse la metà di nazionalità italiana. Assai meno che in Francia e in Spagna, più o meno come in Germania, più che in Gran Bretagna. Tuttavia l’afflusso continuo di migliaia o decine di migliaia di nomadi dalla Romania o da altri paesi, concentrato (come sta avvenendo) nelle periferie delle grandi città, dove i campi autorizzati sono pochi e strapieni, è sicuramente un alto rischio per l’ordine sociale che non può essere addossato esclusivamente alle amministrazioni locali. Un rischio da prevenire con un piano comunitario volto alla stabilizzazione, allo sviluppo e all’integrazione dei Rom in Romania (e in altri paesi nuovi membri dell’Unione) da proporre al più presto. Un rischio da minimizzare con un forte coordinamento nazionale (quanti, e dove sono, e di cosa hanno bisogno?), una messa a comune delle esperienze locali e delle buone pratiche, e, manco a dirlo, adeguate risorse.

Il tema è delicatissimo: in che misura, e a quali condizioni le società moderne possono accettare il nomadismo? Può una comunità porsi al di fuori delle comuni regole della convivenza? Rifiutare l’istruzione per i figli? La prevenzione per la salute? Le regole dei codici per la soluzione dei conflitti familiari o di clan? Un tema risolto a fatica (e con molti compromessi) negli Stati Uniti per comunità radicate, prospere e ordinatissime, come i Mormoni o gli Amish. Ma poco discusso da noi, se non tra gli specialisti.

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