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Gli stranieri, il censimento e l’anagrafe: un terzetto imperfetto

Corrado Bonifazi

Secondo i dati anagrafici, all’inizio del 2011 gli stranieri residenti in Italia erano 4,57 milioni e, in base alle stime dell’Istat, sarebbero arrivati a fine anno a 4,86 milioni. Il primo dato provvisorio del censimento del 9 ottobre 2011 si è, invece, fermato a 3,77 milioni, con una differenza di 801 mila unità con il primo valore e di 1,09 milioni con il secondo[1]. In termini percentuali, lo scostamento è stato pari, rispettivamente, al 17,5 e al 22,4%. Una differenza ampia, anche se si ridurrà con il passaggio al dato definitivo, ma che, a conti fatti, è meno sorprendente di quanto sembri a prima vista ed era largamente prevedibile tenendo conto delle caratteristiche delle due rilevazioni.

Due dati che non possono coincidere

In generale, l’esistenza di uno scarto tra popolazione censita provvisoria e popolazione anagrafica è un risultato scontato. In quest’ultima tornata censuaria la differenza è risultata di dimensioni più ridotte rispetto alle due precedenti rilevazioni (Tab. 1). Nel 1991, infatti, lo scarto tra i due valori è stato del 2,3%, è salito al 2,7% nel 2001, mentre nel 2011 si è fermato all’1,9%.

 

Tab. 1 – Popolazione calcolata (inizio anno) e censita, 1991-2011. (Valori assoluti in migliaia)

Popolazione residente Differenza rispetto alla

popolazione calcolata

Valore assoluto %
Popolazione calcolata al 1.1.1991 57746,2  
Censimento 1991, dato provvisorio 56411,3 -1334,9 -2,3
Censimento 1991, dato definitivo 56778,0 -968,1 -1,7
 
Popolazione calcolata al 1.1.2001 57844,0  
Censimento 2001, dato provvisorio 56305,6 -1538,4 -2,7
Censimento 2001, dato definitivo 56995,7 -848,3 -1,5
 
Popolazione calcolata al 1.1.2011 60626,4  
Censimento 2011, dato provvisorio 59464,6 -1161,8 -1,9

Fonte: Istat, 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, 9 ottobre 2011. Sintesi dei primi risultati, in rete a www.istat.it.

 

Nelle rilevazioni precedenti la differenza si è sensibilmente ridotta passando dal dato provvisorio a quello definitivo, ma le nuove modalità di svolgimento del censimento, basato sulle liste anagrafiche comunali, fanno ritenere probabile che questa volta il recupero sia inferiore a quello dei censimenti passati. Un primo aggiornamento del dato censuario[2] è stato pubblicato dall’Istat a metà giugno e ha riguardato soprattutto dodici grandi comuni e ha già permesso il recupero di 106 mila censiti, di cui 96 mila sono stranieri.

A prescindere dal recupero che avviene passando dal dato provvisorio a quello definitivo, la rilevazione anagrafica e quella censuaria danno inevitabilmente due misure diverse della popolazione e ciò avviene soprattutto per effetto di due fattori: l’imperfetta misurazione delle migrazioni da parte delle anagrafi comunali e l’errore di copertura del censimento. La vera novità dell’ultimo censimento è che, per effetto della fortissima immigrazione dello scorso decennio, lo scarto è soprattutto concentrato tra gli stranieri, che ne rappresentano circa il 70%. In termini percentuali, confrontando il dato provvisorio del censimento con la situazione anagrafica ad inizio 2011, la differenza è appena dello 0,6% per gli italiani ma arriva al 17,5% per gli stranieri. Con punte, per questi ultimi, del 35,6% nel Lazio, del 26,7% in Sardegna e del 25,8% in Campania.

Le difficoltà nella misurazione della popolazione straniera

Nonostante la forte immigrazione dello scorso decennio la differenza complessiva è risultata, comunque, più contenuta rispetto agli altri censimenti e questo, con ogni probabilità, è un merito che va attribuito alle nuove modalità di rilevazione utilizzate nel 2011. Tornando alla popolazione straniera, il più elevato scarto che questa registra tra dato anagrafico e dato censuario è da attribuire, da un lato, alla sottostima dei flussi d’emigrazione degli stranieri e, dall’altro, alla maggiore difficoltà di censirli. Il primo fattore determina un rigonfiamento del dato anagrafico, che continua a conteggiare persone non più in Italia; il secondo determina, invece, un più ridotto numero di stranieri censiti. La sovrastima della rilevazione anagrafica è, in realtà, comune a tutti i paesi con registri di popolazione: la cancellazione per emigrazione è un inutile adempimento burocratico per gli stranieri che non hanno alcuna intenzione di tornare nel paese d’immigrazione ed è, invece, da evitare assolutamente per quelli che, volendo rientrare, hanno tutto l’interesse a mantenere la residenza per poterlo fare regolarmente.

Anche il secondo punto è comune a tutti i paesi d’immigrazione. Nel caso italiano, questa maggiore difficoltà si è tradotta nel censimento del 2001 in un più basso tasso di copertura per gli stranieri (89,7% contro il 98,6% riferito all’intera popolazione) ed è legata alla maggiore precarietà (anche abitativa), ai più alti livelli di mobilità interna (nel 2010, ad esempio, il 16,8% di tutti i trasferimenti di residenza ha riguardato proprio gli stranieri) e alla più elevata probabilità che, tra questi, la situazione di fatto differisca da quella anagrafica. In linea generale, questi fattori tendono a pesare di più nelle prime fasi del processo migratorio, ma è anche probabile che la libertà di movimento garantita ai cittadini dei paesi di nuova adesione all’UE (si pensi per esempio ai rumeni) possa aver favorito lo sviluppo di forme di mobilità circolare che potrebbero aver contributo ad allargare la differenza tra i due dati. Come è possibile che ad ampliare lo scarto abbia anche contribuito la crisi economica di questi ultimi anni.

Il dato censuario problema o risorsa?

Bisognerà, comunque, attendere il dato censuario definitivo per avere una misura precisa dello scarto con la rilevazione anagrafica e, in particolare, di quello relativo agli stranieri, per i quali il recupero sarà sicuramente più sostanzioso[3]. Sarà importante dedicare particolare attenzione alla popolazione straniera nell’indagine di copertura del censimento. E’ un’occasione da sfruttare per operare un miglioramento complessivo della capacità del nostro sistema statistico di misurare con precisione sempre maggiore questa componente ormai strutturale della popolazione. Il confronto tra censimento e anagrafe può tradursi in un miglioramento dell’informazione anagrafica, in una riduzione della sovrastima della popolazione straniera e, in prospettiva, determinare anche un miglioramento delle indagini che utilizzano il dato anagrafico come base di partenza (in primis quella sulle forze di lavoro).


[2] Istat, “Aggiornamento dei Primi risultati di alcuni grandi comuni”, Comunicato stampa, 19 giugno 2012 (www.istat.it).

[3] G.C. Blangiardo, “Un esercito di 1,3 milioni di fantasmi sparito dal censimento”, Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2012, www.ilsole24ore.com.

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