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Giovani in dissolvenza: un caso di “neocidio”?

Vittorio Filippi

L’ultimo Rapporto annuale dell’Istat (2014) stima per il 2013 la nascita di appena 515 mila bambini, 12 mila in meno del 1995, l’anno in cui si ebbe lo storico pavimento minimo della natalità. Il tasso di fecondità totale è uguale a 1,42 figli per donna, un dato sensibilmente inferiore alla media dell’Unione Europea (1,58 con la Francia che sfiora il 2.00).

Un’emorragia demografica difficile da contrastare
La tendenza denatalistica ha radici antiche ma già produce sensibili conseguenze sui segmenti giovani della popolazione italiana, fotografate ad esempio dal censimento del 2011, secondo il quale la classe di età 25-29 anni perde, nel confronto con il 2001, circa 971 mila unità (pari ad un meno 23%) e quella successiva (30-34 anni) circa 762 mila individui, pari ad un meno 17%. Questi valori sono il risultato della natalità calante degli anni a cavallo tra i settanta e gli ottanta, che si è tradotta in un calo delle fasce “strategiche” di una popolazione, quelle che costituiscono la nuova offerta di lavoro, creano famiglia e prolificano. Più complesse sono le cause di tale declinante fecondità, che dipendono in parte dalla sfavorevole congiuntura economica e in parte dalla stessa demografia, oltre che alla mutata mentalità.

L’Italia ha già mostrato di avere correlazioni più sensibili della media europea tra fecondità e indicatori come Pil, consumi, disoccupazione e fiducia dei consumatori (Lanzieri 2013). Ma ora il rischio è che il protrarsi della recessione o la “ripresa senza sviluppo” facciano posticipare sine die i progetti riproduttivi dei giovani, già numericamente ridimensionati, azzerandoli del tutto. A ciò si deve aggiungere la doppia criticità (strutturale) delle donne in età feconda. Le italiane fino a 30 anni (nate dal 1998 al 1983) sono oggi poco più di metà delle donne con oltre 30 anni (nate dal 1982 al “mitico” 1964). Quindi c’è una vistosa contrazione dello stock di donne potenzialmente feconde, a cui si aggiungono le due tendenze alla minor fecondità ed al parto in età più elevate. Il contributo delle donne straniere, d’altro canto, non può bastare a compensare quanto avviene rispetto alla fecondità delle donne italiane.

Non solo un problema di quantità, ma anche di qualità
La diminuzione dei giovani ha una base per così dire demografica, ma passa anche attraverso la crisi o l’affievolimento di quelle tappe sociali e biografiche che danno identità e competenze significative alle nuove generazioni (Alessandro Rosina, “Il degiovanimento uccide la società italiana”, Vita e Pensiero, 2/2012). C’è un problema di povertà economiche e di esclusioni sociali (che interessano ben il 34% dei bambini e degli adolescenti italiani, pari a più di tre milioni e mezzo di minori), di povertà educative (Save the Children 2014; Chiara Saraceno “C’è anche la povertà educativa”, Neodemos, 21/05/2014), ma anche di deficit formativi e di ampie insufficienze del lavoro. Appare ancora basso il numero dei giovani diplomati e comunque lontano dall’obiettivo di Lisbona mentre è alto (soprattutto al Sud) il numero di coloro che abbandonano la scuola. Per l’università pesano ancora molto le influenze di classe sulle scelte e rimane insufficiente (e lontano dall’obiettivo di Europa 2020) il numero dei giovani laureati specie negli indirizzi tecnico-scientifici. Basse anche le competenze di literacy (lettura, matematica, scienze) degli studenti quindicenni di cui all’indagine Pisa (Istat, 2010). E poi c’è il grande spreco (antropologico perfino) dei cosiddetti Neet (Not in Employment, Education or Training – Cecilia Pennati, “I Neet in Italia: chi sono e perché non lavorano?”, Neodemos, 26/09/2012), il cui numero ha superato i due milioni di unità, pari al 24% dei giovani tra i 15 ed i 29 anni, una percentuale seriamente più alta di quella media europea (15,9%) e con una sensibile accentuazione al Sud, specie in Sicilia e Campania. Qui non gioca un ruolo solo l’insufficiente domanda di lavoro: pesano anche gli abbandoni scolastici precoci, gli svantaggi familiari, la scarsa mobilità sociale ed un modello di welfare che scarica sulla famiglia il ruolo di affettuoso (ma esclusivo) supporto ai giovani.

Nessun segnale positivo dal mercato del lavoro
La partecipazione dei giovani al mercato del lavoro è un elemento di grave preoccupazione: ad aprile (Istat, 2014) il loro livello di disoccupazione ha raggiunto il  tasso del 43,3% con punte altissime nel Mezzogiorno, mentre anche l’occupazione giovanile (oggi pari al 15%) tende a contrarsi sotto i colpi della recessione calando di 1,4 punti negli ultimi dodici mesi. Nonostante, quindi, il ridimensionamento (demografico) dell’offerta giovanile, si contrae l’occupazione e cresce la disoccupazione, che oggi mediamente interessa più di un giovane su dieci. A ciò si aggiungano due caratteristiche penalizzanti. La prima è la precarietà, dato che – secondo l’Ocse – il 52,9% dei giovani che lavorano ha una occupazione temporanea o instabile. Inoltre sovente si tratta di lavori sotto inquadrati (o con lavoratori over educated rispetto al posto) e tale realtà, secondo il Cnel, interessa il 35,2% degli occupati sotto i 35 anni, con particolare ampiezza tra le giovani laureate. Ciò spiega anche l’emorragia di giovani della nuova emigrazione intellettuale (temporanea?) stimata dall’Istat in quasi 100 mila unità negli ultimi cinque anni (v. anche Massimo Livi Bacci, Italiani verso la Gran Bretagna, Neodemos, 18/06/2014).

Il “neocidio” passa attraverso le dimensioni di una generazione doppiamente perduta. Perduta demograficamente perché “insufficientemente nata”; perduta (o sprecata) dal punto di vista sociale e formativo carente, e abbondantemente sottoutilizzata nel mercato del lavoro, con tutte le relative conseguenze in termini di reddito, di cittadinanza e di identità psicosociale. Tale meccanismo, per di più, tende ad autoalimentarsi, perché i giovani non formano famiglia e rimandano le scelte procreative, riducendo ulteriormente le nascite (v. dati e analisi su: Neodemos, Per un’Italia che riparta dai giovani. Analisi e politiche ). Rimane da chiedersi se il paese può permettersi un silenzioso “neocidio” di tali dimensioni senza ipotecare il suo futuro.

Per saperne di più

–       Neodemos, Per un’Italia che riparta dai giovani. Analisi e politiche

–       Istat, Rapporto annuale 2014, cap. quarto, 2014;

–       Lanzieri G., Towards a “baby recession” in Europe?, Eurostat, 13/2013

–       Save the Children, La lampada di Aladino, 2014;

–       Istat, La difficile condizione dei giovani in Italia: formazione del capitale umano e transizione alla vita adulta, 2010;

–       Istat, Occupati e disoccupati, 2014.

 

 

 

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