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Gescal: fondi inoperosi e case che non ci sono

Raffaele Lungarella

A vent’anni dal momento in cui lavoratori e imprese cessarono di versarli, i contributi Gescal non sono ancora stati tutti spesi. Una situazione paradossale, considerata l’assoluta carenza di finanziamenti pubblici per accrescere l’offerta di case a canoni più bassi di quelli di mercato favorendo l’autonomia per le nuove generazioni e la formazione di nuove famiglie. Assieme a quello del lavoro, il tema dell’abitazione è una delle preoccupazioni maggiori dei giovani italiani, come risulta da varie indagini.
Cos’era la Gescal
Gescal è l’acronimo di “gestione case lavoratori”. Fu istituita dalla legge 60/1963, che pose fine al piano Fanfani (avviato da una legge del 1949 per combattere l’enorme disoccupazione del dopoguerra aumentando la disponibilità di alloggi), con l’obiettivo di realizzare un programma decennale di case per i lavoratori. Esso era finanziato con contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro (rispettivamente nella misura dello 0,35 e dello 0,70 per cento delle retribuzioni mensili) e dello stato (4,3% delle somme versate da lavoratori e imprese più un 3,2% del costo di costruzione degli alloggi). La contribuzione doveva terminare nel 1973, ma proseguì fino a metà degli anni ’90 del secolo scorso, cioè per circa 20 anni oltre il termine inizialmente previsto. Una parte dei fondi raccolti fu usato, dai governi di volta in volta in carica, anche come un salvadanaio al quale attingere per fronteggiare emergenze ambientali o di finanza pubblica (una prassi poi censurata dalla Corte Costituzionale), con l’impegno a restituire nel tempo quanto ricevuto. Nella tabella 1, quelle somme compaiono sotto la voce “giro fondi”.
Agli inizi di questo secolo, quando furono fatti i conti per attribuire alle regioni i fondi dell’edilizia sovvenzionata (quella con cui gli enti pubblici finanziavano la costruzione delle cosiddette case popolari), come previsto dal DLgs 112/1998 di decentramento amministrativo, l’ammontare complessivo dei fondi Gescal era di 5,4 miliardi di euro, dei quali 2,6 allora già disponibili e 2,8, da giro fondi, sarebbero stati restituiti alle regioni nel corso degli anni.
Un tesoretto dormiente?
Ancora oggi i fondi Gescal costituiscono un ricco “tesoretto” ripartito tra le regioni e custodito nei forzieri della Cassa deposti e prestiti, che li gestisce in un unico conto corrente come un fondo globale, nel quale, pertanto, si compensano le posizioni di cassa negative con quelle positive delle singole regioni.
La tabella 1, che riporta la situazione di ogni regione al 31 marzo scorso (la Cdp rendiconta la situazione trimestralmente), è divisa in due parti. Nella seconda parte sono raggruppate le regioni con giacenze di cassa negative: esse hanno speso cifre superiori alle risorse a loro disposizione e nei prossimi anni pareggeranno i conti –con il fondo globale della cassa depositi e prestiti- con le somme che ognuna di esse riceverà dallo stato con la restituzione del giro fondi.
Le regioni elencate nella prima parte della tabella dispongono ancora di 1.137 milioni di euro sul conto corrente della cassa deposito e prestiti, cui si dovrebbero aggiungere, entro il 2020, i 384 provenienti dal giro fondi. Come si vede, la gran parte della liquidità è concentrata nelle quattro più grandi regioni del sud e nel Lazio, che nell’insieme dispongono di 1.060 milioni di euro (ai quali dovrebbero aggiungersene 150 per il giro fondi). L’importo disponibile per cassa per la regione Puglia tocca i 350 milioni di euro, si avvicina a 275 per la Sicilia e ai 200 per il Lazio.
Per le regioni con giacenza di cassa positiva (sia a marzo scorso che nel 2001) è stato definito un indicatore della velocità con cui sono stati spesi i fondi disponibili dal 2000 ad oggi (per la struttura dell’indicatore si veda la nota al grafico 1). Esso misura, sostanzialmente, la velocità di realizzazione da parte di comuni e Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari) degli interventi costruttivi (nuovi alloggi e ristrutturazioni) programmati dalle regioni. Il livello dell’indicatore è particolarmente basso in Puglia, dove è stata spesa meno della metà dei fondi a disposizione; nel Lazio, in Sicilia e in Calabria questa quota si attesta intorno a due terzi. Puglia, Sicilia e Calabria non hanno speso l’intera somma liquida già a loro disposizione nel 2001 (Colonna D della tabella 1).
Un monitoraggio necessario
Sono, dunque, ancora disponibili somme ingenti, soprattutto per alcune regioni. L’accelerazione del loro utilizzo può dare un contributo rilevante all’economia e, ancor più, al settore dell’edilizia residenziale sociale. È, perciò, importante, avere un quadro dettagliato dello stato del loro impiego, per velocizzare la spesa o per valutarne impieghi alternativi.
La procedura di utilizzo dei fondi Gescal si sviluppa in due fasi. La regione li programma, cioè decide gli interventi da realizzare, dove farli, chi deve farli e con quante risorse finanziarie. I comuni, gli Iacp e gli altri soggetti attuatori beneficiari dei finanziamenti provvedono alla costruzione dei nuovi alloggi o al recupero di quelli esistenti, progettando gli interventi, selezionando le imprese alle quali affidare i lavori eccetera, fino alla liquidazione delle fatture.
Le regioni che, dal monitoraggio, dovessero risultare inadempienti alla programmazione –intesa come attribuzione dei fondi a soggetti ben individuati per interventi ben individuati- potrebbero venire escluse dalla ripartizione di eventuali finanziamenti statali destinati all’edilizia residenziale sociale e ai piani di interventi in ambito urbano, fino al completo impegno dei fondi Gescal.
Anche verso i comuni deve operare un meccanismo di deterrenza. Nei confronti di quelli che, passati un numero ragionevole di mesi dal momento in cui sono stati ad essi attribuiti, non aprono i cantieri si potrebbe procedere alla revoca dei finanziamenti ed alla loro assegnazione ad altri comuni, magari con un criterio che premi anche la velocità di spesa. Le regioni che non assolvono a questo compito – politicamente sgradevole, forse- dovrebbe incorrere nella stessa sanzione di quelle che non hanno programmato.
L’accelerazione dell’impiego dei fondi GESCAL potrebbe fornire un contributo a soddisfare la domanda di abitazioni dei nuclei familiari in lista per l’assegnazione di una casa popolare, e a ridurre, anche se in misura minima, l’enorme scarto tra il numero abitazioni che si liberano  per essere riassegnate  e il numero della famiglie collocate nelle graduatorie. Le abitazioni si liberano quasi esclusivamente per la morte di assegnatari soli: in quelle case, la quota di abitanti con almeno 65 anni si attesta a livello nazionale attorno ad un quarto del totale. E le graduatorie sono spesso molto lunghe, in particolare quelle dei comuni capoluoghi di provincia, in alcuni casi proprio nelle regioni con grande disponibilità di fondi GESCAL: a Roma sono circa 30.000 le famiglie che aspettano una casa popolare, a Palermo 9.500, a Catania quasi 11.000, a Bari circa 3.300, a Napoli 8.000 e a Reggio Calabria più di 2.500 (Federcasa, un alloggio sociale).
Per aumentare il numero di alloggi da assegnare, i fondi GESCAL potrebbero essere destinati a coprire le spese per gli interventi di ripristino di case popolari sfitte per i quali i comuni non dispongono di risorse, lasciando, eventualmente, libertà ai sindaci di riservare quote delle abitazioni a particolari categorie di soggetti: giovani, anziani, mamme sole ecc.

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