Il futuro incerto della popolazione italiana

Marcantonio Caltabiano, Alessandro Rosina
popolazione italiana: pedoni che attraversano strada in varie direzioni

La popolazione italiana ha superato i 60 milioni di abitanti nel corso del 2013. Ha raggiunto quota 60 milioni e 800 mila circa al primo gennaio 2015. Poi non è più cresciuta. Secondo le previsioni con base 2011 (scenario centrale) avremmo dovuto essere oggi già oltre i 62 milioni. Tali previsioni erano, per la verità, partite da un ammontare della popolazione rivelatosi sovrastimato rispetto ai dati effettivi del censimento del 2011. In ogni caso, anche al netto di ciò, l’andamento atteso della popolazione era di continua crescita fino al 2042 (con un ulteriore aumento di quasi due milioni di abitati rispetto ad oggi). Detto in altre parole, il processo di riduzione della popolazione è di fatto iniziato molto prima rispetto a quanto si poteva immaginare. Il declino è già qui, insomma, almeno quello demografico.

La demografia italiana rivista al ribasso

Vengono alla mente le parole di Marco Revelli nel frontespizio di “Poveri Noi” (Einaudi, 2010): “L’Italia non è come ce la raccontano: abbiamo creduto di crescere e stiamo declinando, la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”. La demografia è strettamente (anzi, sempre più) intrecciata con i fattori di crescita economica e benessere sociale.

I margini per crescere c’erano ancora cinque anni fa ed erano di fatto considerati il percorso più verosimile. L’Istat nelle previsioni del 2011 metteva in conto anche la diminuzione, ma era lo scenario più pessimistico, che si è però, alla prova dei fatti, rivelato quello più realistico. Nella distanza che va dalle previsioni del 2011 a quelle del 2016 i comportamenti demografici italiani – complice una crisi lunga, prostrante e mal gestita, che ha agito come una scossa su un edificio già poco solido – si sono avvitati drammaticamente verso il basso. In particolare le nascite sono precipitate a livelli del tutto inattesi. Nelle previsioni del 2011 si prefigurava un andamento dei nati che mai, nello scenario centrale, sarebbe sceso sotto le 500 mila unità.

In una popolazione che invecchia i decessi aumentano, questo è facile prevederlo, ma la differenza la fanno gli ingressi e qui, come vedremo, pesa la maggiore incertezza.

Le nuove previsioni con base 1.1.2016

L’Istat, con le nuove previsioni, stima l’evoluzione futura della popolazione attraverso un approccio semi-stocastico che permette di fornire una misura dell’incertezza per ciascuna delle componenti della struttura e della dinamica della popolazione (Istat 2017, p. 16).

Al di là delle importanti novità metodologiche, le nuove stime delineano un percorso di forte riduzione della popolazione nel prossimo cinquantennio. Più si avanza verso il futuro più si entra in un terreno sconosciuto e di conseguenza l’incertezza aumenta. Attorno allo scenario mediano si amplia infatti quello che l’Istat indica come “intervallo di confidenza”, costruito in modo che “il presunto valore cada tra i due estremi con probabilità pari al 90%” (Istat 2017, p. 2). Nel 2065 il valore mediano è pari a 53,7 milioni, l’estremo più basso è posizionato sui 46,1 milioni, quello più alto sui 61,5 milioni. All’interno quindi di un’incertezza crescente la popolazione italiana tenderà quasi certamente a diminuire.

Il peso dell’incertezza

L’incertezza risulta dominante sulla stima della fecondità. Ipotizzare che il numero medio di figli per donna entro il 2045 possa scendere fino a 1,26 o salire fino a 1,8 significa non dare alcuna vera indicazione (Tab.1). Ovvero ci dice che non sappiamo davvero cosa succederà alla fecondità italiana: potrebbe diminuire in modo drammatico o potrebbe salire verso i valori dei paesi europei più prolifici. Il range è ampio sia per il Nord che per il Sud, con il primo che tenderebbe a rimanere sopra al secondo ma con margini non irrilevanti sulla possibilità che anche il viceversa possa prodursi.

A questo si aggiunge l’elevata incertezza sul saldo migratorio con l’estero. Il limite più basso dell’intervallo è vicino allo zero e quello più alto al 5 per mille. Potrebbe quindi non esserci quasi contributo netto dell’immigrazione o potrebbe invece essere molto rilevante.

Nella sostanza queste previsioni lasciano un grande punto di domanda su ciò che sostiene “in entrata” la crescita della popolazione. La popolazione è come un organismo che per crescere ha bisogno di nutrirsi e lo fa attraverso le nascite e le immigrazioni. Senza tale contributo va a declinare inesorabilmente. Sui processi che producono le entrate nella popolazione italiana esiste, quindi, una nebbia abbastanza fitta.

Più solide sono, invece, le previsioni sulle uscite. In una popolazione che invecchia i decessi tendono fatalmente ad aumentare. Se le nascite possono sia aumentare che diminuire, sul lievitare dei decessi le previsioni non presentano dubbi, quantomeno fino all’orizzonte qui considerato. Questo nonostante la durata media di vita sia destinata con buona sicurezza a migliorare.

Uno dei maggiori pregi di queste nuove previsioni è che nonostante le incertezze sulle ipotesi relative alle entrate per nascite e immigrazione, gli indicatori sulla struttura (in particolare sull’invecchiamento) rimangono stabili. Circa una persona su tre a metà secolo sarà over 65 con un ridotto margine di oscillazione. Il rapporto tra over 65 e under 15 (indice di vecchiaia) pari a 165% nel 2016 supererà con quasi certezza il 240%. Dal momento che ciò che nutre la crescita della popolazione tenderà ad essere più debole al Sud (andamento di nascite e immigrazioni), l’invecchiamento inciderà maggiormente in tale area del Paese (come da tempo avevamo anticipato su Neodemos).

Visioni e revisioni del futuro

La complicazione del percorso demografico e la revisione al ribasso risultano evidenti anche nel confronto con le previsioni precedenti. Su tutti gli indicatori principali presentati in Tabella 2, riferiti all’orizzonte del 2045, il valore mediano delle ultime previsioni risulta più basso rispetto agli scenari centrali con base 2007 e 2011, tranne che per l’invecchiamento che invece è ritoccato sensibilmente al rialzo.

In ogni caso, quale delle tre previsioni qui confrontate sia quella più vicina al vero, nei prossimi decenni andremo incontro ad un contesto demografico fortemente negativo, con saldo naturale sempre più in rosso e struttura per età fortemente sbilanciata verso la popolazione anziana, soprattutto nel Mezzogiorno.

L’unica buona notizia a cui aggrapparsi è l’incertezza sulle nascite e sul saldo migratorio che lascia aperto qualche spiraglio di rinforzo. Ma se anche su questi due fronti dovesse realizzarsi il percorso più pessimistico – esito sicuro se non si mettono le nuove generazioni al centro di un processo di sviluppo socialmente e territorialmente inclusivo – l’Italia non avrebbe più alcuna speranza non solo di evitare il declino demografico, ma nemmeno di renderlo minimamente sostenibile.

La revisione al ribasso delle previsioni demografiche è anche (e soprattutto) frutto della mancanza di visione nella costruzione collettiva del nostro futuro.

Bibliografia

Istat (2017). Il futuro demografico del paese. Previsioni regionali della popolazione residente al 2065.

Revelli M. (2010). Poveri Noi. Einaudi.

image_pdfimage_print