Evoluzione demografica e decisioni di politica scolastica

La testimonianza di Colombo
All’inizio degli anni ottanta, quando l’onda lunga del baby boom stava ormai finendo di attraversare le scuole italiane (Fig. 1), il demografo Bernardo Colombo fu chiamato a preparare una relazione sulle future ricadute delle trasformazioni in atto: «Analizzando i potenziali sviluppi con tecniche di uso comune in demografia, non mancai di mettere in evidenza il peso dell’esubero di personale docente. Il Ministro non gradì. Il successivo, in un nuovo governo, annunciò giulivo il bando di concorso per 50.000 nuovi posti di ruolo¹».

Schermata 2015-09-11 alle 11.44.53 Nel 2007, a un quarto di secolo di distanza da quell’episodio, il Quaderno bianco sulla scuola, curato dai ministeri dell’Economia e dell’Istruzione, ancora riconosceva “l’assenza da parte dello Stato di un sistema di programmazione a medio-lungo termine del fabbisogno di insegnanti”. E da allora la situazione non è migliorata: continuano a mancare meccanismi di previsione in grado di supportare le scelte di politica scolastica, anche quando esse sono destinate a dispiegare i propri effetti per decenni, come nei casi del reclutamento del personale docente o dell’edilizia scolastica.

Il divario tra gli orizzonti temporali della politica e della demografia – brevi i primi, lunghi i secondi – può in parte spiegare tale scarsa lungimiranza. Altre spiegazioni vanno ricercate nelle oggettive difficoltà di realizzare previsioni affidabili su scale molto piccole (un comune, un quartiere di una città) e nelle discrepanze che puntualmente emergono allorché si confrontano la popolazione residente e quella effettivamente frequentante le scuole di un determinato territorio; si tratta di discrepanze che tendono ad aumentare passando dagli ordini di studi inferiori a quelli più elevati.

Un esercizio locale: evoluzione prevista della domanda di istruzione primaria a Torino

 E’ attualmente in corso a Torino un modesto tentativo di ridurre il divario tra i momenti dell’analisi (demografica) e delle decisioni (di politica scolastica). Su sollecitazione dell’Assessorato ai Servizi Educativi della Città, diversi uffici comunali (Edilizia scolastica, Anagrafe, Servizi informativi, Urbanistica) stanno collaborando con la Fondazione Agnelli al fine di dotare i decisori di uno strumento semplice e innovativo di programmazione.

Il lavoro si è inizialmente concentrato sulle scuole primarie. Si sono ricostruiti i perimetri dei “bacini di utenza” relativi alle istituzioni scolastiche statali torinesi che dispongono di plessi (o punti di erogazione) di istruzione primaria. Il territorio cittadino è stato così suddiviso in 52 bacini, risultato di accordi intercorsi tra le autonomie scolastiche. Per ogni bacino si sono raccolte informazioni sul numero di classi formate e sulla dotazione massimale di spazi disponibili per didattica frontale (aule non destinate a laboratori); il rapporto tra i due dati ha fornito un indice di utilizzo degli spazi: in media l’indice è risultato pari all’87%, con un’escursione da un minimo del 59% a un massimo del 115%.

Una volta fotografata la situazione attuale si è provato a guardare al futuro. Grazie alla collaborazione dell’Ufficio di Statistica della Città, per ogni bacino di utenza si è ricavata dagli archivi anagrafici la popolazione residente di età compresa tra 6 e 10 anni, approssimazione della popolazione oggi frequentante². Si è poi considerata la popolazione tra 1 e 5 anni come approssimazione di coloro che frequenteranno le primarie torinesi nell’a.s. 2019-20³.

Schermata 2015-09-11 alle 11.45.48Il rapporto tra la popolazione scolastica futura (residenti di 1-5 anni) e quella attuale (residenti di 6-10 anni) fornisce un indice di pressione demografica: è superiore a 1 quando i “fratelli minori” sono localmente più numerosi dei “fratelli maggiori”, per cui le scuole primarie del bacino avranno presumibilmente un numero crescente di iscritti. Viceversa, quando è inferiore a 1 è lecito attendersi (a parità di altre condizioni) una contrazione locale della domanda di istruzione. La mappa riporta gli indici di pressione demografica per i 52 bacini: nel giro di un quinquennio in alcune zone della città l’utenza potrebbe contrarsi fino al 15% (aree verdi), in altre crescere anche oltre il 20% (aree rosse); l’indice medio per l’intera città di Torino – pari a 1,03 – segnala una lieve crescita complessiva delle iscrizioni.

Conclusioni

Quali indicazioni si possono trarre da un simile esercizio? Si deve innanzitutto constatare che dietro l’apparente stazionarietà complessiva della popolazione torinese – da anni oscillante intorno a quota 900.000 abitanti – si celano importanti cambiamenti nel modo di vivere la città da parte delle famiglie con figli piccoli: anche nell’arco relativamente breve di un quinquennio, i mutamenti nelle loro scelte (l’elezione o il cambio di residenza, da leggere entro più vaste trasformazioni urbane quali la riqualificazione di un quartiere, o il suo progressivo degrado) producono effetti tali da mettere in discussione l’attuale distribuzione territoriale dell’offerta formativa. Se poi guardassimo all’orizzonte decennale – come è stato fatto in un parallelo esercizio sulle scuole medie, qui non riportato – le tendenze risulterebbero ancor più accentuate.

Scendendo a livello di singolo bacino, una lettura congiunta dei dati sul grado attuale di utilizzo degli edifici scolastici e sull’evoluzione attesa della domanda di istruzione primaria dovrebbe consentire ai decisori locali di individuare con un certo anticipo le situazioni di prevedibile squilibrio: casi di sovraffollamento o di sottoutilizzo delle strutture scolastiche potrebbero così essere messi a fuoco, monitorati e pure discussi con la popolazione direttamente coinvolta al fine di adottare per tempo le risposte più sensate e condivise. Non è scontato che ciò avvenga, ma ci piace immaginare che l’esercizio qui presentato possa favorire la realizzazione di un simile scenario virtuoso.

 

Note
¹ Colombo B, Demografia per conoscere e per intervenire, p. 93, in De Sandre P e Ongaro F (a cura di), Demografia: presente e futuro, Padova, 2000.

² Parliamo di approssimazione perché i frequentanti comprendono anche una piccola quota di anticipatari (di 5 anni) e una quota più consistente di ripetenti (ragazzi di 11, 12 e pure di 13 anni); perché la scuola accoglie alunni stranieri non iscritti in anagrafe; perché è ovviamente possibile iscriversi a scuole fuori dal bacino e fuori dal comune di residenza; perché esistono casi di dispersione scolastica sin dalle scuole primarie; perché le scuole paritarie presenti sul territorio intercettano parte della domanda locale di istruzione.

³ Ai fattori di discrepanza già segnalati si aggiunge l’impossibilità di prevedere le diverse forme di mobilità (intra-cittadina, nazionale, internazionale) che interesseranno nei prossimi anni la popolazione di riferimento.