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Emigreremo nei “BRICS”?

Andrea Stuppini

L’analisi di Alessandro Rosina dell’aprile scorso su Neodemos, ha affrontato un tema di grande attualità, quello della circolazione dei talenti. E’ un tema di cui si parla ormai apertamente in tutta Europa. Ad esempio nel dicembre 2011, il quotidiano britannico “The Guardian” ha dedicato due servizi al nuovo fenomeno dell’emigrazione di giovani europei dai paesi mediterranei più colpiti dalla crisi verso le economie emergenti dell’ emisfero meridionale. Ne è uscito un quadro abbastanza impressionante: decine di migliaia di giovani europei sono emigrati negli ultimi anni alla ricerca di un lavoro, che non riescono più a trovare nel loro paese. La maggioranza degli spostamenti è avvenuta indubbiamente all’interno dell’Unione Europea, come nel passato, ma la vera novità è costituita da una emigrazione che sembra ripercorrere le rotte di un secolo fa.

In fuga dall’Europa Meridionale

Nel paese europeo più colpito dalla crisi, la Grecia, che ancora ospita un milione di immigrati, cresce l’emigrazione verso la Germania, ma anche verso Australia, Canada e Turchia. Si stima che circa cinquantamila giovani abbiano lasciato l’Irlanda (che negli anni novanta era stata soprannominata “la tigre celtica”) nel 2011, e nel 2012 si prevede che questo numero salirà a settantacinquemila. Dal Portogallo si emigra verso le ex-colonie: Brasile innanzitutto, ma anche Angola e Mozambico. E, per quanto riguarda la Spagna, nella recente campagna elettorale, il candidato del partito popolare Rajoy che poi è divenuto primo ministro, aveva denunciato l’esodo di circa 1.200 spagnoli ogni mese verso l’Argentina.

Che il fenomeno in questione riguardi anche il nostro paese, non ci sono dubbi: i blog di Sergio Nava  e Aldo Mencaraglia  lo monitorano da qualche anno. Il sistema delle piccole imprese italiane riesce a creare solo un piccolo numero di posti di lavoro qualificati: importiamo badanti e muratori, ma assistiamo da tempo a una fuga di cervelli.

Negli ultimi anni l’anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), gestita dal Ministero degli Interni ha evidenziato circa trentamila nuovi emigrati l’anno, ma i numeri reali sono sicuramente superiori, perché molti non segnalano lo spostamento di residenza, almeno in una prima fase.

Nella maggioranza dei casi, questi spostamenti avvengono senza avere la certezza del nuovo posto di lavoro nel paese di destinazione: si utilizza quasi sempre il metodo del visto turistico di tre mesi per cercare lavoro, contando anche sulla permissività del paese ospitante e, ove possibile, lavorando in nero, esattamente come fanno gli immigrati in Italia.

Nella filosofia dei nuovi “overstayers”, l’Ipad ha sostituito la valigia di cartone e i voli “low cost”, le traversate oceaniche. Come in passato, hanno un peso rilevante il ‘passaparola’ e le catene migratorie di parenti, amici e conoscenti che sono già all’estero. Ma un importante ruolo di amplificazione lo svolgono adesso internet e i progetti Erasmus.

Verso L’Europa, e oltre

La maggioranza degli spostamenti avviene ancora all’interno dell’Unione Europea, soprattutto verso la Germania. Ma anche per i giovani italiani non è preclusa nessuna meta. Ad esempio alcuni dei giovani che stanno concludendo progetti di cooperazione internazionale in paesi africani, decidono poi di restare a svolgere una attività autonoma o dipendente (o almeno ci provano): si segnalano casi non sporadici in Marocco ed in Senegal.

Nel corso degli ultimi dieci anni sono aumentati i paesi che sono stati contemporaneamente fonte di emigrazione e di immigrazione, per il sommarsi di fattori economici e demografici.

In Europa si può citare il caso della Polonia, dalle cui province occidentali si è emigrato verso la Germania mentre contemporaneamente, le più povere province orientali sono state una meta per chi proviene dall’Ucraina o dalla Bielorussia.

In America si può citare il Messico: fonte di emigrazione verso gli USA e di immigrazione dal Guatemala, dall’Honduras e da altre repubbliche centroamericane.

Il Pew Research Center di Washington   ha calcolato recentemente che tra il 1995 ed il 2000, 2.940.000 messicani sono emigrati negli USA e 670.000 hanno fatto il percorso inverso. Mentre tra il 2005 ed il 2010 i due valori sono quasi equivalenti: 1.390.000 messicani sono tornati in patria, ma 1.370.000 si sono diretti ancora verso nord.

L’ascesa delle economie emergenti è uno degli aspetti cruciali della globalizzazione, ma non annullerà i flussi migratori: aggiungerà delle componenti circolari in un mondo nel quale le distanze sono sempre meno un problema.

In questi giorni è stato tradotto in italiano l’ultimo libro di Jim O’Neill “The growth map” uscito in dicembre. L’inventore del fortunato acronimo BRICS, e cioè Brasile, Russia, India e Cina, individua altri undici paesi (quasi tutti asiatici) che saranno i probabili nuovi protagonisti dell’economia del ventunesimo secolo. Speriamo solo che non diventi una sorta di “trova lavoro” per i giovani europei ed italiani in particolare.

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