MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Effetti duraturi di separazioni e divorzi sui rapporti genitori-figli

Marco Albertini, Chiara Saraceno

Sin dalla metà degli anni Sessanta l’instabilità matrimoniale è aumentata considerevolmente in tutta Europa, sebbene in misura assai diversa nei vari Paesi. Anche in Italia, nonostante il divorzio sia stato introdotto relativamente tardi, l’aumento di separazioni e divorzi è stato considerevole. Il rapporto tra separazioni e matrimoni celebrati è passato dal 9% del 1980 al 26,6% del 2003; mentre nello stesso arco di tempo il rapporto tra divorzi e matrimoni celebrati è passato dal 3,7% al 13,9%.

E’ quindi in aumento il numero di figli che, durante la crescita, vive l’esperienza di una separazione residenziale da uno dei due genitori – nella maggior parte dei casi dal padre. La sfida per questi figli e genitori è perciò anche quella di mantenere contatti e relazioni durature e ricche, nonostante la non coresidenza.

La letteratura sui (pochi) contatti tra genitori e figli nei primi anni dopo la rottura coniugale è abbastanza estesa: molto meno invece sappiamo sugli effetti a lungo termine. Dato che le reti di sostegno sociale e affettivo degli anziani sono prevalentemente costituite da familiari, si può ipotizzare che l’indebolimento dei rapporti tra i figli e i loro genitori separati/divorziati abbia effetti negativi anche sulla possibilità dei genitori divenuti anziani di ricevere sostegno e di instaurare rapporti significativi con la generazione successiva, quella dei nipoti.

Legami più deboli a distanze maggiori

I dati dell’indagine ISTAT “Famiglie e Soggetti Sociali” del 2003 mostrano che, tra la popolazione di genitori ultra-sessantacinquenni, la probabilità di avere almeno un figlio coresidente è molto più bassa tra i genitori separati/divorziati (21%) e tra i risposati (28%), che tra quelli sposati (32%) o vedovi (37%). Inoltre, i figli di genitori separati/divorziati che vivono fuori di casa tendono a risiedere più lontano dalla casa dei genitori.

Ma la maggior debolezza dei legami intergenerazionali degli anziani separati/divorziati non è visibile solo nelle scelte residenziali. Se si considerano i figli non coresidenti, si nota un forte effetto negativo del divorzio sulla frequenza di contatti con i figli, pur tenendo sotto controllo altri fattori rilevanti. Questo effetto, però, è diverso tra padri e madri. È per gli anziani padri separati/divorziati che si osserva un maggiore deterioramento delle relazioni intergenerazionali. Per esempio, nel caso ipotetico di una donna e un uomo sposati di età tra i 70 e i 75 anni, la probabilità di avere contatti regolari e frequenti con i figli non conviventi è, rispettivamente, dell’86 e 87%. In caso di divorzio o separazione, però, questa probabilità scende al 71% per i padri, mentre per le madri rimane all’85%. Per entrambi, inoltre, la probabilità di non avere contatti – se non sporadici – con il figli è, rispettivamente, del 12 e 8% contro il 2% dei genitori sposati.

Se la rottura coniugale ha un effetto “contenuto” sui legami madri-figli, nuove nozze hanno invece effetti assai forti. Nel nostro caso ipotetico, “solo” il 73% delle madri ultra-sessantacinquenni risposate ha un contatto regolare con i figli non coresidenti. È peraltro interessante notare che a questo indebolimento dei contatti lungo l’asse verticale della famiglia non corrispondono contatti più intensi con fratelli e sorelle. In altre parole, non sembra esserci per gli anziani separati/divorziati una compensazione tra legami verticali e orizzontali all’interno della famiglia.

Gli effetti di lungo termine della rottura coniugale sulle relazioni genitore-figlio si riflettono anche sulle relazioni dei nonni con i nipoti, perché l’indebolimento delle relazioni con i figli – che chiaramente mediano i rapporti tra prima e terza generazione – rende più difficile l’accesso dei nonni ai nipoti, e viceversa. Gli effetti della rottura coniugale sui contatti tra generazioni non sono quindi solo duraturi – permanendo fino all’età anziana dei genitori – ma sono anche “lunghi” – coinvolgendo le relazioni nonni-nipoti.

La diversa logica dell’aiuto di cura

Considerato l’indebolimento nella frequenza dei contatti che consegue alla rottura del legame coniugale, ci si potrebbe attendere che anche l’aiuto di cura risulti indebolito. In fondo, se la distanza residenziale e/o la problematicità della relazione provocano uno sfilacciamento delle relazioni tra genitori e figli (e nipoti), soprattutto tra padri e figli, è logico attendersi che lo stesso avvenga laddove la relazione implica un onere di cura. Così non è.

Di fatto se la vedovanza ha un ruolo di “attivazione” delle reti di aiuto di cura – gli anziani vedovi ricevono aiuto di cura dai propri figli più probabilmente rispetto alle persone sposate – è altrettanto vero che la probabilità per un anziano separato/divorziato di ricevere aiuto di cura non è significativamente inferiore a quella di un anziano sposato. In entrambi i casi, inoltre (vedovanza e separazione), l’effetto di “attivazione” delle reti di aiuto è maggiore per gli uomini che per le donne.

Sembra cioè che, in presenza di un maggiore bisogno di cura – quale quello che caratterizza gli anziani, divorziati o vedovi, che vivono soli – i figli sentano una obbligazione nei confronti dei genitori a prescindere dalla frequenza dei contatti e dalla qualità della relazione genitore-figlio.

I “legami forti” delle famiglie italiane in prospettiva comparata

Presi nel loro insieme, questi risultati non sono molto diversi da quanto riscontrato in studi riguardanti altri Paesi europei, con culture familiari e storie di instabilità familiare diverse. Tuttavia, una prima comparazione con quanto avviene in Danimarca e Svezia sembra indicare che, in questi due Paesi, che hanno una storia del divorzio più “consolidata”, l’effetto negativo della rottura coniugale sia meno forte che in Italia. In altre parole, i legami forti delle famiglie italiane sembrano essere più vulnerabili alla rottura del matrimonio. Questo riguarda soprattutto gli uomini, vero anello debole delle relazioni intergenerazionali e in forte difficoltà quando divengono privi della possibilità di demandare il lavoro relazionale familiare ed extrafamiliare alla propria partner.

 

 

Per approfondire

Albertini, M. e Saraceno, C. (2007, in corso di pubblicazione) Contacts between adult children and their divorced parents: Italy in comparative perspective. WZB Discussion Paper

 

 

* European University Institute e Universitat Pompeu Fabra

** Università di Torino e Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung

 

image_pdfimage_print