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E vissero per sempre precari e…

Elisabetta Santarelli

Il lavoro precario costituisce sempre più spesso la principale modalità d’ingresso nel mondo del lavoro e purtroppo l’instabilità lavorativa per i giovani è spesso un’esperienza di lunga durata. E’ evidente che ciò mal si concilia con i progetti di vita individuale, visto che vivere per conto proprio, sposarsi o avere dei figli sono “progetti di lungo termine”.
 
Secondo i dati Eurostat, in Italia la percentuale di lavoratori dipendenti di 25-74 anni con un contratto di lavoro a termine nel 2009 è stata pari al 10,2%. Dieci anni prima il valore era pari a 6,8% (Eurostat 2010). In termini assoluti, secondo i dati dell’indagine Forze lavoro dell’Istat, nel 2008 i precari di 15 anni e più erano quasi 2,8 milioni (Istat 2009). Se nella prima metà del 2008 il loro numero è aumentato, nella seconda parte dello stesso anno, con l’acuirsi della crisi, si è registrata una contrazione, dovuta per lo più al mancato rinnovo dei contratti temporanei con scadenza alla fine del 2008. La figura 1 mostra come a partire dalla seconda metà degli anni ‘90 la quota dei lavori subordinati a termine sia sempre aumentata – ad eccezione del periodo 2000-2003 e della citata flessione successiva al 2008. A partire dal 1998 tale andamento è stato accompagnato da una costante diminuzione della disoccupazione (interrottasi con la crisi nel 2008), speculare all’incremento dei lavori a termine.

 
Chi sono gli atipici?
I precari, gli instabili del lavoro, sono chiamati “atipici”, perché atipica è la forma contrattuale del lavoro che svolgono. L’Istat (2009) definisce “atipici” i lavori che prevedono una durata a termine del rapporto contrattuale. Rientrano in questa categoria numerose tipologie lavorative: il lavoro a tempo determinato, il lavoro a chiamata, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, a progetto, i contratti di apprendistato, di inserimento, occasionali, gli stages, le borse di studio o di ricerca. Questa classificazione non include fra gli atipici i lavoratori autonomi senza dipendenti (il cosiddetto “popolo delle partite IVA”) che tuttavia spesso nascondono forme di lavoro subordinato “travestito” (Salvini e Ferro 2006) e rischiano di risentire prima di altre categorie della contrazione della domanda di lavoro. I lavoratori atipici costituiscono l’aggregato più vulnerabile di fronte alla crisi economica (Istat 2009).
Il lavoro a termine costituisce la principale modalità di ingresso nel mondo del lavoro per i giovani. Tuttavia, analizzando i dati nel dettaglio, si scopre che solo un quarto dei precari è al primo lavoro: quasi la metà è presente nel mercato del lavoro da più di 10 anni e di essi l’80% ha almeno 35 anni (Istat 2009). In molti casi sembra quindi, purtroppo, innescarsi una spirale di precarietà. Nonostante la varietà delle forme contrattuali, i tempi dei lavori atipici sono scarsamente flessibili, così da rendere difficile la conciliazione lavoro-famiglia. La maggior parte dei lavoratori atipici, inoltre, non ha tutele contrattuali (congedi per malattia e parentali, ferie retribuite, liquidazione, contributi pensionistici) ed, inoltre, percepisce una retribuzione media mensile più bassa rispetto a quella di chi lavora stabilmente (Istat 2009).
 
Quale legame fra instabilità economica e scelte di vita individuale?
A partire da questi dati, è importante indagare sul legame esistente fra l’incertezza e la precarietà del lavoro e le prospettive di vita degli individui, in particolare dei giovani, per i quali un lavoro stabile è requisito fondamentale per l’ingresso nella vita adulta. Acquistare o prendere in affitto una casa, andare a vivere autonomamente, entrare in unione (coniugale o libera), avere dei figli sono indubbiamente impegni “di lungo termine” che richiedono un “qualche livello di sicurezza economica”. L’incertezza economica può agire sulle scelte di vita individuale provocando il protrarsi della ricerca di lavoro stabile e il rinvio delle tappe della vita da adulto; d’altra parte, invece, metter su famiglia può costituire una strategia per ridurre l’insicurezza causata dalla precarietà lavorativa (Mills e Blossfeld 2005). Naturalmente tali meccanismi possono agire in modi diversi a seconda del contesto (supporto istituzionale, sistema di genere, sistema scolastico, mercato del lavoro, abitativo).
Ad oggi gli studi a questo proposito non sono numerosi, ma la maggior parte di essi mostra che nel nostro paese l’instabilità lavorativa provoca il posticipo delle scelte di vita degli individui. Con riguardo alla formazione delle unioni, l’analisi di Salvini e Ferro (2006) mostra che chi ha un lavoro atipico ha una propensione ad entrare in unione inferiore del 50% rispetto a chi ha un lavoro stabile.
L’incertezza economica sembra avere un legame negativo anche con le intenzioni di fecondità: secondo le analisi condotte da Santarelli et al. (2010) le donne con un figlio che hanno una situazione economica precaria presentano una probabilità significativamente più bassa rispetto a quelle stabili di pianificare il secondo figlio.
Lo studio di Bernardi e Nazio (2001) – condotto su un campione di individui fra 14 e 35 anni – mostra che l’instabilità lavorativa riduce la probabilità di sposarsi e di avere il primo figlio per gli uomini, ma non per le donne. Gli autori spiegano questo risultato alla luce del tradizionale modello male breadwinner predominante nella famiglia italiana, secondo cui l’uomo provvede al sostentamento economico della famiglia e la donna alla crescita e cura dei figli. Analoghe analisi condotte su un campione di coppie sposate hanno mostrato che il fatto che anche uno solo dei due sposi abbia un lavoro a termine non è significativamente legato alla probabilità di avere il primo figlio (Santarelli 2009). Si tratta solo di un’apparente contraddizione con lo studio precedente. Infatti, in questo caso sono state analizzate le coppie sposate ed è noto che in Italia matrimonio e nascita di un figlio sono strettamente legati e, solitamente, ci si sposa solo dopo aver trovato un lavoro stabile, ovvero quando si è pronti a mettere su famiglia.
Queste ricerche tendono ad evidenziare, dunque, la presenza di un legame negativo fra instabilità lavorativa e scelte di vita individuale anche se ulteriori studi sono necessari per approfondire l’argomento. Per invertire la tendenza negativa da più parti si è proposto un approccio integrato di riforme nel mercato del lavoro e nelle politiche sociali che garantiscano una maggiore sicurezza economica e permettano ai giovani di realizzare e/o anticipare i propri progetti di vita autonoma (Mills e Blossfeld 2005). Si tratterebbe, certamente, di un beneficio significativo per tutto il paese.
 
Per saperne di più
Bernardi, F. e Nazio, T. (2001). Globalization and the transition to adulthood in Italy. In: Blossfeld H.-P., Klijzing, E., Mills, M. (a cura di) Globalization, uncertainty and youth in society. Capitolo 14. London & New York: Globalife: 349-374.
Eurostat (2010) [electronic resource] http://epp.eurostat.ec.europa.eu
Istat (2009) Rapporto annuale. La situazione del paese nel 2008.
Mills, M. e Blossfeld, H.-P. (2005). Globalization, uncertainty and the early life course. A theoretical framework. In: Blossfeld, H.-P., Klijzing, E., Mills, M., Kurz, K. (a cura di) Globalization, uncertainty and youth in Society. London & New York: Globalife: 1-24.
Salvini, S. e Ferro, I. (2006). Un difficile equilibrio: i giovani tra flessibilità del mercato del lavoro e scelte familiari. Atti dei Convegni Lincei 224, Roma, 28-29 aprile 2005, pp. 159 – 183.
Santarelli, E. (2009). Economic insecurity and entry into parenthood in Italy. Contributo presentato al workshop “Economic uncertainty and family dynamics”, Berlino, 3-4 Luglio.
Santarelli, E., Rinesi, F., Fiori, F. e Pinnelli A. (2010). Più soldi, più figli? Condizioni economiche e fecondità in Italia. Contributo presentato al workshop “Famiglia e figli fra costrizioni materiali e culturali”, Roma, 13 maggio.

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