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Due anni di unioni civili in Italia

Marzio Barbagli
unioni civili in Italia

Dal Giugno 2016 alla fine del 2017 si sono celebrate, in Italia, circa 6000 unioni civili, pari a 2 ogni 100 matrimoni. Marzio Barbagli osserva che queste cifre sono compatibili con quanto avvenuto in altri Paesi Europei e con la relativamente bassa proporzione di adulti che si definiscono “non eterosessuali” – inclusi quindi i bisessuali – che nei paesi occidentali è inferiore al 3%.

La svolta avvenne il 7 giugno 1989, quando il parlamento danese approvò, per la prima volta nel mondo, una legge che riconosceva alle coppie omosessuali il diritto di farsi registrare, acquisendo una parte dei diritti e degli obblighi del matrimonio, e il primo ottobre di quell’anno, nel municipio di Copenaghen, undici coppie gay si valsero di quel diritto. A farsi registrare per primi furono Axel Axgil, di 74 anni, e Eigil Axgil, di 67, due militanti del movimento omosessuale fidanzati da 40 anni, che si erano battuti per l’approvazione della legge. La cerimonia suscitò entusiasmo e commozione, ma alcuni giornalisti scrissero che le aspettative erano state in gran parte deluse, perché dopo tante discussioni e tante polemiche ben poche erano state le coppie che avevano chiesto la registrazione.

Unioni civili: L’Italia e gli altri paesi

Analoghi sentimenti di sorpresa e delusione sono stati espressi, ventotto ani dopo, in Italia, quando furono resi noti i dati delle unioni civili registrate nei primi otto mesi di applicazione della legge n.76 del 20 maggio 2016. Questa settimana, invece, analizzando le statistiche del 2017, fornite dal Ministero dell’Interno, alcuni osservatori hanno rilevato che il loro numero è fortemente aumentato. Ma è davvero così ? In realtà, l’anno scorso, la frequenza delle unioni civili (la percentuale sui matrimoni celebrati nel corso dello stesso periodo) è diminuita, soprattutto nelle regioni centro settentrionali, rispetto al 2016 (tab.1). E’ un fatto assolutamente normale (un vero e proprio “calo fisiologico”) dovuto alla presenza di un certo numero di coppie in attesa dell’approvazione della legge. Lo ricaviamo dalla storia dei numerosi paesi che hanno preceduto l’Italia in questa strada. L’esempio della Danimarca è stato seguito prima da alcuni paesi nordici (Norvegia, Svezia, Islanda), poi dall’Olanda e il Belgio, infine dalla Francia, il Regno Unito e la Finlandia, che hanno avuto, per un certo periodo di tempo, una legge non troppo diversa da quella approvata dal nostro parlamento nel maggio 2016, prima di introdurre il matrimonio per gli omosessuali. Ebbene, se analizziamo le serie storiche di otto di questi paesi (tab.2), vediamo che la diminuzione del numero di unioni civili dopo il primo anno è avvenuta ovunque. In alcuni (la Svezia, l’Islanda, la Finlandia) è durata un anno, in altri (Francia, Regno Unito, Danimarca) due o più anni. In alcuni, questo calo è stato molto forte, segno che il numero di coppie in attesa era considerevole, in altri invece piuttosto contenuto. I dati finora disponibili fanno pensare che l’Italia appartenga a questo secondo gruppo di paesi. Negli otto paesi considerati, dopo i primi due o tre anni, la frequenza delle unioni civili si è stabilizzata, è rimasta costante per un po’ di tempo, per poi crescere alla fine del periodo.

Le delusioni provati da alcuni osservatori in Danimarca, in Italia e in altri paesi europei dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili nasce da aspettative irrealistiche e dalla mancanza di informazioni precise sulle dimensioni della popolazione omosessuale. Le ricerche finora condotte nei paesi occidentali ci dicono che si definiscono non eterosessuali meno del 3% degli adulti . Ma una parte di questi (circa il 40%) si dichiara bisessuale e naturalmente tende a formare un’unione stabile meno di gay e lesbiche. E’ indubbio tuttavia che nel complesso la frequenza delle unioni civili celebrate è stata minore nei paesi nordici che in Francia, in Olanda o nel Regno Unito. E’ interessante comunque notare che, nel secondo anno di applicazione della legge n.76, il nostro paese ha avuto un numero di unioni civili minore solo a quello del Regno Unito.

Il divario territoriale e le migrazioni interne

La frequenza delle unioni civili varia considerevolmente a seconda delle zone del nostro paese. Questo divario è ancora più forte di quello esistente per altri aspetti dell’economia e della società. Nelle regioni centro-settentrionali, la frequenza di queste unioni è ben cinque volte maggiore che in quelle meridionali e insulari (tab.1). Ma anche all’interno di questi due aree vi sono vi sono rilevanti differenze. Da un lato, la Lombardia, l’Emilia e il Lazio sono le regioni nelle quali gay e lesbiche chiedono più spesso la registrazione della loro unioni, addirittura undici volte più che in Sicilia. Dall’altro lato, in Sardegna questo si verifica molto più frequentemente che nel resto del Mezzogiorno (tab.3).

Queste differenze sono almeno in parte dovute alle migrazioni interne. All’inizio del Novecento, il sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld osservava che molti omosessuali londinesi andavano a trascorrere alcuni giorni a Parigi, non perché “preferissero la Senna al Tamigi, ma perché si sentivano più sicuri con le leggi del Code Napoléon che con quelle del Regno Unito”. Da allora la situazione è profondamente cambiata. Le poche ricerche in proposito ci dicono che gli omosessuali non sono geograficamente più mobili degli eterosessuali, ma che si spostano più frequentemente dai piccoli comuni ai grandi centri, dal Mezzogiorno al Settentrione.

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