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Dove emigrare è una necessità

Letizia Mencarini
Le nuove rotte migratorie dal cuore dell’Africa

Nell’ultimo decennio, nei paesi del sud Europa, i flussi di immigrati che provengono dall’Africa “nera” sub-sahariana sono sempre più intensi. L’Africa occidentale e saheliana, cioè quella dal Golfo di Guinea al Corno d’Africa[1], si sono progressivamente trasformate in bacino di partenza e transito di rotte che solcando il Sahara attraversano il Maghreb o il Machreck alla volta dell’Europa. Le misere barche che raggiungono le isole del sud Italia o delle Grecia o le “pateras” che attraversano lo stretto di Gibilterra sono piene di affamati e infreddoliti clandestini del colore dell’ebano. La domanda che sorge spontanea è cosa spinga tanti giovani a sottoporsi a tale estenuante “viaggio”. Poche cifre sulla situazione demografica ed economica attuale, e quella plausibile nel futuro prossimo, di questi paesi bastano per comprendere come per un numero crescente di africani la prospettiva di emigrare sia una vera e propria necessità.

I paesi più poveri e più giovani del mondo

L’Africa sub-sahariana è la regione più svantaggiata del mondo dal punto di vista economico e sociale e detiene molti record negativi. Tra i 40 paesi più poveri al mondo 34 provengono dall’Africa sub-Sahariana e nel 2005 il reddito pro-capite, in termini di parità di potere d’acquisto, era più basso di un terzo rispetto alle regioni sud asiatiche e addirittura tre volte inferiore nei confronti del Nord Africa e del Medio Oriente. È la regione del mondo con la popolazione più giovane: i paesi dell’Africa Occidentale e Saheliana hanno un’età media della popolazione che varia dai 15 anni del Niger ad un massimo di 19 del Gambia. Nel suo complesso, l’Africa sub-Sahariana continua a registrare la crescita demografica più alta del mondo pari al 2,3% nel quinquennio 2000-2005 (contro l’1,4% del resto del mondo in via di sviluppo): la Costa d’Avorio, la Liberia, la Mauritania e la Nigeria hanno registrato tassi d’incremento superiori addirittura al 3% annuo, valori che implicano un raddoppio della popolazione ogni 23 anni circa!
Tali tassi di crescita della popolazione dipendono dall’elevatissima fecondità e dalla mortalità – moderatamente – calante. La fecondità resta molto alta, e ogni donna mette al mondo in media 5,5 figli contro i 3 figli nelle altre regioni in via di sviluppo (il record è detenuto dal Niger con 7,9 figli in media per donna, seguito dalla Guinea Bissau – 7,1 –, Sierra Leone, Burkina Faso, Chad, Liberia e Mali presentano più di 6 figli per donna, mentre gli altri paesi registrano dei valori compresi fra i 4 e i 6 figli per donna, valori comunque superiori a quelli del 18° e 19° secolo nei paesi europei). La durata media della vita, il cui aumento è rallentato dal diffondersi dell’epidemia dell’AIDS, non supera i 46 anni: la mortalità e le condizioni di salute sono tra le peggiori al mondo, con un’elevata mortalità materna e infantile (meno di un terzo dei parti sono assistiti, quasi una donna ogni 100 nascite perde la vita durante il parto, frequenza di sette volte più alta rispetto al Nord Africa e la più alta di tutto il mondo, che si traduce di fatto nella morte di una donna su 16 per motivi legati alla vita riproduttiva; 100 bambini su 1000 nati vivi muoiono entro il primo anno di vita).
Il surplus demografico dei prossimi decenni

Nei paesi africani sub-sahariani la popolazione, in forte crescita e molto giovane, è destinata a costituire almeno potenzialmente, il fattore principale dell’offerta di forza di lavoro e di aumento della disoccupazione giovanile e, in mancanza di adeguate politiche di sviluppo economico, anche un potente motore di spinta alle emigrazioni. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite l’intera regione crescerà, in assenza di movimenti migratori, dai 309 milioni di persone nel 2005 ai quasi 730 milioni nel 2050. Paesi dell’area, quali la Guinea- Bissau e Capo Verde, vedranno moltiplicare la propria popolazione rispettivamente di cinque e sei volte. La sola crescita numerica della popolazione, aumentando la domanda di terra coltivabile, la densità della popolazione agricola e l’iper-sfruttamento delle risorse ambientali, si trasformerà in fattore di pressione emigratoria. Inoltre, la fascia d’età di popolazione compresa fra i 20 e i 40 anni aumenterà di oltre il 60% (mentre in Europa la stessa fascia d’età si ridurrà del 17%). Alla massiccia offerta di lavoro, creata da questo surplus demografico di giovani adulti, si aggiungerà quella d’origine economico-sociale dovuta al surplus di forza di lavoro agricola, all’auspicabile aumento dell’istruzione generale – ed in particolare di quella femminile che comporterebbe un’offerta addizionale delle donne sul mercato del lavoro – e all’aumento del reddito pro capite che renderebbe la soluzione migratoria ancora più accettabile e accessibile, all’instabilità politico istituzionale che provoca migliaia di rifugiati e di migranti forzati, all’inevitabile attivarsi di catene migratorie verso i familiari già emigrati.

Oltre l’opzione emigratoria?

Di fronte a tali scenari viene spontaneo chiedersi se la crescita futura della popolazione di questi paesi dell’Africa sub-Sahariana è evitabile o perlomeno mitigabile, e con questa anche il surplus di giovani e il “potenziale migratorio”. La risposta è in gran parte negativa per due ragioni: 1) le previsioni di popolazione, a patto che non oltrepassino la soglia di qualche decennio, hanno un elevato grado di affidabilità non solo perché sono costruite secondo le ipotesi ritenute più plausibili caso per caso, ma anche perché ad esempio la popolazione con oltre 20 anni nel 2025 apparterrà a generazioni nate prima del 2005 e quindi già note nel loro ammontare numerico, da cui occorrerà solo scontarne la mortalità.
2) La componente più difficile da prevedere è l’ammontare delle nascite future: considerando il ventennio tra il 2005 e il 2025, l’ammontare di giovani d’età inferiore ai 20 anni dipenderà sia da quello della popolazione in età riproduttiva nello stesso periodo, che sarà costituito dai sopravviventi dei contingenti di popolazione in età feconda dei prossimi 20 anni, che dalla propensione dei potenziali genitori nel fare figli. Ma la fecondità in questi paesi sta calando molto lentamente, e l’adozione di comportamenti familiari diversi, quali una più alta età al matrimonio e l’utilizzo di metodi contraccettivi per limitare il numero di figli, è strettamente legata a fattori culturali e alle preferenze e ai comportamenti volontari delle coppie. Per abbassare la “domanda” di figli il mezzo più efficace è aumentarne il costo: questo avviene ad esempio quando la madre è istruita e quindi meno disponibile a rinunciare ad un reddito regolarmente retribuito in favore dell’attività domestica di allevamento della prole; quando l’obbligo scolastico ritarda l’inizio dell’attività lavorativa; quando si diffonde un maggiore benessere generale, che di solito comporta maggiori investimenti nei figli; quando vengono istituiti meccanismi di protezione sociale che riducono l’aspettativa di sostegno da parte dei figli in vecchiaia. In paesi saheliani come il Mali, il Niger e il Burkina Faso, solo il 20% della popolazione adulta è in grado di leggere e di scrivere e del resto la diffusione di una scolarizzazione di livello intermedio si scontra contro i numeri stessi di previsione della futura popolazione e i costi crescenti che ne deriverebbero.
Ovviamente è impossibile prevedere quale sarà l’effettiva emigratorietà, ma proprio quei fattori di sviluppo economico e di modernizzazione delle società che condurrebbero ad un più deciso declino della fecondità – quali l’innalzamento del livello d’istruzione e il miglioramento della condizione femminile – risultano gli stessi fattori che favoriscono la creazione di forza lavoro addizionale (soprattutto femminile) e che quindi possono condurre ad un più accentuato surplus di mano d’opera considerata l’elemento determinante dell’offerta di lavoro all’estero e della pressione migratoria.
L’unica soluzione, difficilmente realizzabile, sarebbe quella di creare milioni di posti di lavoro nell’Africa sub-sahariana stessa, necessari anche solo per mantenere costanti i livelli d’attività attuali.


[1] L’Africa saheliana, cioè la regione di confine a sud del Sahara comprende nove paesi che sono, da est a ovest, Ciad, Niger, Burkina Faso, Mali, Mauritania, Gambia, Guinea Bissau, Senegal, Capo Verde, gli altri paesi dell’Africa Occidentale di provenienza delle nuove rotte migratorie sono Nigeria, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone e Guinea, e anche Sudan, solitamente incluso nell’Africa dell’Est.
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