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Diritti dei migranti: meno può significare più? (*)

Martin Rhus

Questo articolo è apparso sul sito “Openpop.org” dell’Università di Oxford, col quale Neodemos ha concluso un’intesa di collaborazione.
Ci auguriamo che l’intervento possa alimentare una discussione attorno al tema cruciale dei diritti non negoziabili dei migranti, confrontando le teorie con le esperienze concrete.

All’inizio dello scorso Ottobre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite  ha dibattuto il tema del governo globale delle migrazioni. Un dibattito particolarmente tempestivo dopo la notizia delle numerose morti tra i lavoratori  Nepalesi avvenute in Qatar, nei cantieri di costruzione degli impianti per i Mondiali di calcio. Ma ancora una volta, nella riunione di New York, i politici hanno trascurato di affrontare una delle questioni più difficili nel dibattito migratorio: come trovare un terreno di compromesso tra una maggiore apertura nell’ammissione dei migranti, e l’accesso dei migranti, una volta ammessi, ai diritti. Il Qatar e i Paesi del Golfo sono esempi di paesi che adottano il paradigma “alti numeri e pochi diritti”: hanno politiche di ammissione molto aperte, ma con severe restrizioni per quanto riguarda i diritti dei migranti. All’estremo opposto dello spettro si pongono alcuni paesi del nord Europa, che offrono ai migranti un ampio spettro di diritti, ma ne ammettono un numero relativamente esiguo.

Alla ricerca di un compromesso

Esiste sicuramente uno spazio intermedio tra questi due modelli, ma i policymaker che agiscono in campo internazionale non sono ancora riusciti ad elaborare una strategia guidata dal compromesso. A questa incapacità va posta la parola fine. La liberalizzazione delle politiche migratorie nei paesi ricchi è sostenuta da molti paesi a basso reddito, e dalle organizzazioni dello sviluppo come la Banca Mondiale o il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). In particolare, si sottolinea la necessità di allentare le regole che governano l’ammissione dei lavoratori meno qualificati. E’ questa la categoria di migranti che attualmente soffre delle maggiori restrizioni, ma è anche una di quelle da cui ci si possono attendere alti guadagni in termini di reddito e di sviluppo. La Banca Mondiale, per esempio, ritiene che un’accresciuta migrazione di lavoratori sia la strada più efficiente per aumentare il reddito dei lavoratori nei paesi poveri.

Allo stesso tempo, le organizzazioni per i diritti dei lavoratori, come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), spingono per una maggiore eguaglianza nell’accesso ai diritti da parte dei migranti. Gli attivisti di tutto il mondo premono perché un maggior numero di paesi ratifichi la Convenzione delle Nazioni Unite del 1990 sui Diritti dei Lavoratori Migranti, che esprime un vasto insieme di diritti civili, politici, economici e sociali per i migranti, inclusi coloro che risiedono e lavorano all’estero irregolarmente.  Ad oggi, non arrivano a 50 i paesi che hanno ratificato la Convenzione, e nessuno tra questi è a forte immigrazione.

Meno diritti…più migranti, e viceversa

Il problema è che non sempre è possibile avere, insieme, “più migranti” e “più diritti”. Dopo un’analisi delle politiche immigratorie in 45 paesi ad alto reddito, ho trovato una relazione inversa tra grado di apertura e accesso dei migranti ad alcuni diritti. Una maggiore eguaglianza nell’accesso ai diritti per i nuovi migranti tende ad essere associata con politiche di ammissione più restrittive, specialmente con riferimento all’accesso di lavoratori meno qualificati e provenienti dai paesi più poveri.

Il contrasto tra “accesso” e “diritti” riguarda pochi diritti considerati costosi dai paesi di immigrazione. In particolare, è l’accesso ad alcuni servizi e benefici del sistema di welfare per i lavoratori poco qualificati ad essere sacrificato.

Avviene così che l’insistenza affinché i nuovi immigrati abbiano gli stessi diritti dei cittadini determina politiche di ammissione più restrittive. L’uguaglianza dei diritti protegge i pochi immigrati che vengono ammessi, ma riduce le opportunità di molti altri di avvalersi del lavoro disponibile nei paesi più ricchi.

Pochi paesi di emigrazione insistono sulla piena uguaglianza di diritti per i loro lavoratori all’estero. Ne è un buon esempio la blanda reazione del governo del Nepal nei riguardi della morte dei propri cittadini in Qatar. Poiché la situazione attuale conviene agli interessi economici dei due paesi, i due governi hanno perfino organizzato una conferenza stampa congiunta per comunicare che i diritti dei migranti erano stati “pienamente rispettati”.

Nell’agenda internazionale

Il dibattito internazionale sul governo globale delle migrazioni ha completamente ignorato il dilemma tra “apertura” e “diritti”.  Sarebbe opportuno che il Global Forum on Migration and Development che si terrà in Svezia nel prossimo anno aprisse la discussione sul tema. C’è bisogno di un dibattito ragionato tra le organizzazioni che perseguono più migrazione per promuovere lo sviluppo, come la Banca Mondiale, e quelle che sono principalmente orientate alla protezione ed alla uguaglianza dei diritti, come la OIL.

E allora, se deve esserci un compromesso tra “apertura” e “diritti”, qual è la soluzione? Si tratta di una domanda che ammette più di una risposta.  Ci sono forti ragioni per auspicare una liberalizzazione delle migrazioni dei lavoratori, specialmente per i meno qualificati. Questo potrebbe avvenire per mezzo di programmi temporanei che allo stesso tempo garantiscano un insieme di diritti fondamentali ma che allo stesso tempo tenga in considerazione l’interesse del paese di immigrazione, ponendo restrizioni ad alcuni specifici diritti che creano costi netti e sono perciò un ostacolo ad un maggiore apertura.

Occorre perciò avviare la discussione su questo insieme di “diritti fondamentali” per i migranti, allo scopo di identificare questi diritti e di porsi al centro del dibattito sul governo globale delle migrazioni. Questi “diritti fondamentali” saranno meno di quelli previsti dalla Convenzione del 1990, ma più paesi potrebbero essere coinvolti. E, fatto assai significativo, tra questi ci potrebbero esserci anche paesi di forte immigrazione ma che hanno scarsi incentivi per migliorare seriamente la condizione dei migranti. In questo modo il grado di protezione dei migranti sarebbe accresciuto perché più migranti sarebbero coinvolti. Può apparire una conclusione paradossale, ma è fondata sui fatti: in tema di protezione dei migranti, risulta che “meno” significa “più”.

(*) Articolo pubblicato anche su “openpop.org

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