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Dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei. Una lista comune di paesi di provenienza sicuri per uniformare il sistema europeo d’asilo

Enrico Di Pasquale

Le istituzioni dell’Unione Europea faticano a trovare risposte comuni all’ondata di profughi che ha raggiunto l’Europa negli ultimi anni. Per far fronte ai flussi in arrivo nel prossimo futuro occorrerebbe una discussione più franca e trasparente su una questione importante: l’eventuale creazione di una lista europea di “paesi di origine sicuri”. Si tratta infatti di un nodo cruciale per migliorare la gestione delle domande di asilo ed evitare che 28 sistemi diversi per il riconoscimento dello status di rifugiato possano creare disparità di trattamento tra migranti e generare confusione.

Che cosa si intende per “paese di origine sicuro” in materia di asilo?

Il diritto internazionale (la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati) e il diritto comunitario (le Direttive Procedure del 2005 e del 2013) considerano un paese “sicuro” se dotato di sistema democratico e se non vi si riscontri nessun tipo di persecuzione, nessuna tortura o pene o trattamenti inumani o degradanti, nessuna minaccia di violenze, nessun conflitto armato.
E’ importante però notare come la definizione di paese sicuro si intrecci con il progressivo allargamento dell’Unione: quando gli Stati membri dell’UE decidono di considerare un paese come candidato all’adesione all’Unione, controllano che esso soddisfi i ‘criteri di Copenaghen’ stabiliti nel 1993, relativi alle garanzie democratiche, allo stato di diritto, ai diritti umani e al rispetto e tutela delle minoranze. I candidati per l’adesione all’UE sono quindi solitamente da considerarsi “paesi sicuri”.
Nell’estate del 2015 la Commissione europea ha proposto un nuovo Regolamento, finalizzato a stabilire un elenco comune a livello UE di paesi terzi considerati “paesi di origine sicuri”, modificando la Direttiva Procedure del 2013. Sarebbe una novità importante perché finora non esiste una lista di paesi sicuri comune a livello europeo, mentre dodici paesi membri hanno proprie liste nazionali. Poiché la domanda di asilo rimane naturalmente individuale, la provenienza da un paese definito “sicuro” non escluderebbe in via teorica una risposta positiva, ma certamente la renderebbe molto più difficile, dovendo il profugo ribaltare l’onere della prova e dimostrare fondati motivi di una persecuzione individuale. Una lista europea rafforzerebbe il concetto, rendendo più celeri le procedure ed omogenee le risposte.

Quali sono i nuovi Paesi nella lista comune dei Paesi sicuri?

La lista di paesi proposti comprende sei paesi balcanici (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia) più la Turchia. In effetti nel 2014, meno del 10% delle domande di asilo provenienti dai Paesi Balcanici aveva solido fondamento; mentre sono state accolte quasi un quarto delle richieste dei turchi. L’inserimento dei sei paesi balcanici nella lista dei Paesi sicuri è dovuta in parte alla consistente ripresa dei flussi da tale area geografica verso gli Stati dell’Unione nell’Europa centrale nel 2015: ad esempio, circa un terzo delle domande di asilo presentate in Germania proveniva proprio da questi paesi. Si ritiene tuttavia che siano perlopiù le crescenti difficoltà economiche acuite dalla corruzione politica a spingere i migranti balcanici. Poiché si tratta di paesi candidati ad entrare nell’Unione, inserirli nella lista dei paesi sicuri avrebbe il duplice scopo di rendere più difficile l’accoglimento delle domande di asilo, ma anche di una “moral suasion” nei confronti di questi paesi per un maggiore rispetto dei diritti umani, con la contropartita e la prospettiva di un loro ingresso nell’Unione.

La Turchia si può considerare invece un caso a parte, dove le motivazioni politiche che hanno portato all’accordo di marzo con l’UE svolgono invece un ruolo

fondamentale. La Germania è evidentemente intenzionata proseguire su questa strada, se è vero che in gennaio è stata presentata una proposta di legge nazionale per considerare paesi sicuri Marocco, Algeria e Tunisia.

Quali sono le implicazioni concrete per i flussi di migranti?

Se consideriamo i paesi di provenienza degli ultimi due anni sono evidenti le criticità in Medio Oriente di paesi come Siria, Iraq e Afghanistan così come in Africa quelle di Eritrea e Somalia. Sono questi infatti i cinque paesi per i quali l’Unione europea nel 2015 ha approvato oltre la metà delle domande.
Oltre ai paesi balcanici e a quelli del Maghreb, è inevitabile che l’attenzione delle autorità europee si concentrerà nei prossimi mesi sui paesi dell’Africa subsahariana ed in particolare dell’Africa Occidentale dai quali proviene la maggioranza dei migranti che arrivano in Libia attraverso lo snodo di Agadez in Niger.
Nel passato si era osservata una certa tendenza delle ex potenze coloniali come Francia e Regno Unito a considerare affidabili e sicuri appunto i rispettivi paesi delle ex colonie. Per fare due esempi: la Francia considera il Senegal un paese sicuro ma non la Nigeria, mentre per il Regno Unito è vero l’esatto contrario.

Più interessante notare che nella lista inglese quattro paesi – Gambia, Ghana, Liberia e Malawi – sono considerati sicuri, ma solo per gli uomini; ad esempio il Gambia è un paese a maggioranza musulmana che ha adottato la legge coranica. Il Gambia figura tra i principali paesi di provenienza in Italia nel 2015, ma la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo sono uomini.
Non è un mistero che quasi tutte le ONG europee siano contrarie alle liste dei paesi sicuri perché temono che esse rappresentino una scorciatoia per dinieghi (domande respinte) di massa. Ma di fronte ai grandi numeri degli arrivi in Europa, le Commissioni che esaminano le domande di asilo in quasi tutti i paesi europei, dalla fine del 2015 hanno cominciato ad operare come se la lista proposta in estate dalla Commissione fosse già ufficiale.

Ancora prima di entrare nel merito, sarebbe un importante passo in avanti se i 28 paesi dell’Unione riconoscessero che liste di paesi sicuri valide da parte dei singoli stati membri sono contraddittorie e si prestano a troppe diverse interpretazioni.
Il concetto di lista europea non dovrebbe quindi essere ostacolato ed avversato, ma discusso nel merito alla luce della situazione interna di ogni paese soprattutto quelli africani, favorendo trattative sugli accordi bilaterali gestite dall’Europa nel suo complesso.

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