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Dieci anni dopo

Gustavo De Santis

Le popolazioni mutano lentamente, ma a distanza di dieci anni, quelli trascorsi tra il censimento del 2001 e quello del 2011 (l’ultimo che si è svolto, e forse che mai più si svolgerà in Italia), i cambiamenti si cominciano a apprezzare. La pubblicazione dei risultati definitivi, sia attraverso il comunicato di sintesi  sia attraverso il “datawarehouse I.stat ”, da confrontare con il software analogo creato per il censimento del 2001, consente alcuni confronti preliminari, pur se la disponibilità dei dati è ancora limitata.

Cosa già si è detto

I dati del censimento sono già stati commentati con riguardo in particolare alla crescita della popolazione residente (da 57 milioni a 59,4, +4,3%), e, anche su queste pagine (Massimo Livi Bacci, “Il Censimento del 2011: progressi e interrogativi ”, Neodemos, 15/01/2013,), alle ampie differenze (circa 1,2 milioni di persone) tra il dato censuario e le risultanze anagrafiche, sovrastimate. E’ forse bene ricordare che queste differenze sono sempre esistite, e con ordini di grandezza simili, ma che appaiono oggi più preoccupanti, perché l’orientamento per il futuro è quello di rinunciare al censimento tradizionale per spostarsi invece verso un censimento amministrativo, in linea peraltro con quel che già si fa in molti paesi dell’Europea, soprattutto del nord (Paolo Valente, “I censimenti del 2011 in Europa: panorama dei metodi utilizzati”, Neodemos, 12/10/2011,). Ma su alcuni altri risultati del censimenti, pur se non del tutto nuovi, può valere la pena fare qualche riflessione.

Stranieri

Negli ultimi dieci anni, gli Italiani “doc” sono diminuiti, di circa 300 mila unità, ma la popolazione nel suo complesso è invece cresciuta, grazie alla componente straniera, che è aumentata di 2,7 milioni, raggiungendo quota 4 milioni, e sfiorando così il 7% del totale dei residenti. Ovviamente, questo valore medio, del 7%, non è omogeneo, né sul territorio né per età. Sul territorio, il Cartogramma 1, che riprendo dalla citata pubblicazione Istat, conferma che gli stranieri sono concentrati nel centro-nord, cioè nelle aree più produttive del paese. Il loro stretto legame con li mondo del lavoro è del resto coerente con la loro distribuzione per età, che si traduce nei pesi relativi della Figura 1: la presenza straniera è forte (fino al 14%) nelle età centrali, diciamo intorno ai 30 anni, e, di conseguenza, anche nelle età molto giovani, fino a 10 anni, perché gli stranieri, fortunatamente, fanno anche figli, un po’ più e un po’ prima di noi. Ma, diciamocelo apertamente, le percentuali di stranieri nelle età giovani sono elevate per colpa di una legge che nega la cittadinanza a chi è nato e vive in Italia, parla italiano e frequenta le scuole italiane, ha amici italiani e si sente italiano. Ma, per legge, non lo è – e i giovani se ne accorgono, rudemente, al compimento del 18° compleanno, quando gli amici con cui hanno discusso di politica vanno a votare (in questi giorni, ad esempio), ma loro non possono. O quando cercano un lavoro, o vogliono iscriversi all’università, o, se meritevoli, si propongono per qualche borsa di studio, o cose simili: ecco allora che l’odiosa (e, nel caso dei giovani, totalmente arbitraria) demarcazione tra “noi” e “loro” comincia a trasformarsi da linea a solco, e poi diventare facilmente frattura. Non è chiaro quale governo si potrà formare dopo i risultati delle ultime elezioni (24/25 febbraio 2013). A chiunque tocchi, possiamo chiedere un immediato provvedimento legislativo che renda più rapido e facile (meglio ancora, automatico) l’accesso alla cittadinanza almeno per coloro che sono nati qui, o ci sono arrivati da molto giovani, e hanno frequentato le nostre scuole?

Invecchiamento

Che la popolazione che vive in Italia stia fortemente invecchiando lo sanno ormai anche i sassi. L’età media era di 41 anni nel 2001 ed è salita a 43 nel 2011 – e questo nonostante l’aumento degli stranieri che, con i loro 31 anni di età media, concorrono a rallentare il processo (per i soli italiani l’aumento dell’età media è stato da 41,6 a 44,2). Ma il concetto di età media è forse troppo astratto per il lettore medio (appunto!). Guardiamo allora i dati della Tabella 1. Come si vede, in 10 anni abbiamo perso 2,3 milioni di giovani adulti, e li abbiamo “barattati” con 2,7 milioni di adulti “maturi” e 1,7 milioni di anziani, che, in un numero crescente di casi, sono anche grandi anziani. Non sono variazioni di poco conto: senza opportuni aggiustamenti (di produttività, di età pensionabile, di stato di salute), questi sommovimenti sono tali da far saltare gli equilibri, anche economici, di qualunque sistema – e ancor più di un sistema fragile come quello italiano. All’interno di questo quadro, nel complesso fosco, l’unica nota positiva giunge dalla tenuta dei giovani, in età 0-14, che sono lievemente cresciuti nel periodo (di 220 mila unità), pur perdendo qualcosa in termini di peso relativo (dal 14,2 al 14%). E, ancora una volta, dobbiamo ringraziare gli stranieri per questo: senza di loro, con una fecondità “italiana” di soli 1,2 figli per donna (e quindi ben inferiore al livello di rimpiazzo, che è di circa 2), il peso dei giovani sarebbe calato molto di più. Ma di questi problemi strutturali, essenziali per il futuro di un paese, quanto si è parlato nella campagna elettorale appena conclusa?

Concentrazione della popolazione

L’Italia ha una pletora di comuni: circa 8100. Di questi, circa 2 mila (un quarto) non arriva a 1.000 abitanti, e ospita appena un milione di persone (un sessantesimo del totale), in calo, per giunta, rispetto a 10 anni fa (tabella 1). Non sarebbe forse il caso di ripensare all’organizzazione, anche amministrativa, del territorio, superando i mille (beh, in questo caso, i 2 mila) piccoli campanilismi? Nella tabella 2, le ultime due colonne, quelle delle variazioni, evidenziano in rosso i casi di diminuzione. Come si vede, le variazioni sono nel complesso modeste, ma si può notare che i comuni agli estremi, quelli molto grandi e quelli molto piccoli, perdono popolazione, mentre i comuni intermedi, soprattutto quelli tra i 5 e gli 80 mila abitanti, sono in crescita. Questo non ha inciso quasi per nulla sulla curva di concentrazione della popolazione italiana degli ultimi 10 anni (figura 2), che rimane molto lontana dalla retta teorica di equidistribuzione (che si avrebbe se in tutti i comuni si trovasse lo stesso numero di abitanti), e si apparenta piuttosto alla distribuzione prevista dalla legge (o modello) di Zipf, detta anche di rango-dimensione, secondo la versione più semplice della quale la popolazione teoricamente attesa in ogni città (qui: di ogni comune) Ti sarebbe legata al suo rango Ri (o posizione di graduatoria) dalla formula Ti = K/Ri , con K = costante da calcolare in modo che il totale della popolazione teorica coincida con il totale della popolazione vera. Insomma, rispetto alla distribuzione della popolazione per ampiezza dei comuni non è cambiato poi moltissimo, negli ultimi 10 anni, ma per tutto il resto sì: più anziani, più stranieri e certamente, quando i dati completi saranno disponibili, molte altre differenze ancora: più separati e divorziati, famiglie più piccole, persone più istruite, … Nel lontano 1970, Francesco Guccini temeva di ritrovarsi “... due anni dopo sempre quella faccia ”. Nel più recente 2011, invece, l’Italia scopre di ritrovarsi dieci anni dopo una faccia ben diversa. Ma forse non ha tanta voglia di guardarsi allo specchio.

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