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Debole demografia e debole politica: così non va

Gianpiero Dalla Zuanna

L’osservazione puntuale della dinamica demografica può aiutare a comprendere la direzione dei cambiamenti della popolazione. Inoltre, ragionando sulla stretta attualità è anche possibile incidere meglio sull’azione politica, o almeno è possibile tentare di farlo.

Nei primi cinque mesi del 2016, gli iscritti alle anagrafi in Italia sono diminuiti di 62 mila persone, a causa di un saldo naturale fortemente negativo (-84 mila) e di un saldo migratorio solo lievemente positivo (+22 mila, Tabella 1). tabella con numeriIl problema non è tanto il calo della popolazione, quanto l’accelerazione del suo invecchiamento: in appena quattro anni, gli ultrasettantenni sono aumentati di quasi 500 mila, passando dal 15 al 16% del totale. Nello stesso periodo (dal 2012 al 2016), i nati sono diminuiti del 16%. Metà di questo calo è dovuto alla diminuzione del numero di donne in età fertile, metà a una minor propensione delle coppie ad avere figli.

Pochi bambini, e più poveri

Gli Enti locali faticano a garantire, a costi ragionevoli, servizi alla prima infanzia e alle famiglie con figli, mentre le famiglie con bambini sono sempre più povere. Secondo l’Istat, nel 2015 il 18% delle famiglie con tre o più minori aveva grandi difficoltà a fare la spesa e a pagare le bollette, e lo stesso indicatore valeva ancora l’11% nel numeroso gruppo delle famiglie con due figli minori. Lo stesso vale per il 6% del complesso delle famiglie italiane, ma solo per il 4% per le famiglie dove vive almeno una persona con più di 65 anni.

Nell’ultimo biennio qualcosa è stato fatto a favore delle famiglie povere con bambini. In particolare, la misura principale del piano contro la povertà del governo Renzi si sostanzia in 320 euro al mese per 180-220 mila famiglie con figli poveri o in difficoltà, ovvero tra 800 mila e un milione di beneficiari, di cui la metà minori. Per ottenere il beneficio bisogna soddisfare determinati requisiti economici (Isee inferiore a 3 mila euro) e familiari (presenza di almeno un minorenne, oppure di un figlio disabile o ancora di una donna incinta). Inoltre, occorre aderire a un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa, una sorta di accompagnamento per uscire dalla condizione di povertà.

Sono misure importanti, il cui costo sfiora il miliardo di euro. Ma è ancora troppo poco: un abisso divide le politiche familiari dell’Italia da quelle di altri paesi, come la Francia e la Svezia, dove – non a caso – la natalità è molto più elevata. Nei lavori preparatori della nuova legge di bilancio si parla molto di pensioni, poco di aiuti alle famiglie con figli, anche se – proprio in questi giorni – il Presidente del consiglio ha annunciato di destinare almeno altri 400 milioni di euro alle famiglie di modesta condizione economica con almeno due figli: si tratterebbe di una misura-ponte, in vista di intervenire in modo strutturale, nel 2018, sull’Irpef, abbassandola in modo crescente con il numero di figli, ispirandosi al quoziente familiare alla francese. Valuteremo cosa resterà di questi annunci quando la legge di bilancio verrà pubblicata, perché già è partito il tradizionale “assalto alla diligenza” pre-natalizio … Si tratterebbe, comunque, di interventi che vanno nella giusta direzione: favorire una maggior equità fra i bambini, a prescindere dal numero di fratelli, e permettere alle coppie di realizzare i loro desideri di fecondità.

La carta, da giocare con accortezza, dell’immigrazione

Come già accennato, negli ultimi due anni il saldo migratorio non è riuscito a compensare le perdite della demografia naturale: l’Italia è diventata meno attrattiva per gli stranieri, e un numero crescente di giovani italiani va a cercare fortuna all’estero. La combinazione di queste due tendenze è negativa, perché nel prossimo ventennio, senza immigrazioni, la popolazione italiana in età lavorativa (20-69) diminuirebbe di 300 mila unità l’anno, e il calo sarebbe ancora più accentuato se i giovani italiani continuassero a emigrare. I pochi giovani e adulti farebbero sempre più fatica a sostenere il crescente numero di anziani.

Anche su questo versante, le sfide politiche sono imponenti. Da un lato, bisogna continuare a creare lavoro vero, di tutti i tipi: di alta tecnologia e specializzazione, ma anche più modesto: rilanciando l’edilizia, favorendo gli investimenti, rilanciando i servizi alla persona … Ma è prima di tutto il clima generale dell’Italia che dovrebbe cambiare, perché oggi molti italiani non se la sentono di scommettere sul futuro: preferiscono tenere i soldi sotto il materasso, in attesa di tempi migliori.

Inoltre, va invertito l’approccio alle politiche migratorie. Le migliaia di giovani che la sparizione dello stato libico spinge verso l’Italia andrebbero considerati una risorsa piuttosto che una minaccia, per irrobustire una popolazione in rapido invecchiamento. L’ha capito Angela Merkel (la demografia tedesca è compromessa almeno quanto la nostra) e dovremmo capirlo anche noi. Il divorante desiderio di questi giovani di migliorare la propria condizione economica andrebbe agevolato in tutti i modi: evitando di accatastarli in insensati campi profughi, stabilizzando rapidamente il loro status giuridico, accelerando l’apprendimento dell’italiano, creando (e non ostacolando) mille occasioni di lavoro. Perché tutti gli studi mostrano che gli immigrati non cannibalizzano il lavoro degli autoctoni: al contrario, dal lavoro nasce altro lavoro. E il lavoro dà dignità, oltre a permettere a questi giovani di mandare un po’ di soldi a casa, ricordando che le rimesse degli immigrati sono uno straordinario volano dello sviluppo dei paesi poveri.

Demografia e buona politica

La demografia può contribuire a costruire l’agenda alla buona politica. Tuttavia, questo può accadere solo se la politica ha a cuore lo sviluppo armonico delle generazioni, piuttosto che la ricerca del facile consenso. Perché la demografia prima o poi presenta il conto, e spesso si tratta di un conto salato. Lo sanno i lavoratori maturi italiani che – all’improvviso – hanno scoperto di dover continuare a lavorare per anni e anni prima di raggiungere la pensione. E lo sanno anche i numerosi docenti che hanno dovuto trasferirsi: i bambini di sei anni del Sud-Isole solo 25 mila in meno nel 2016 rispetto al 2002, mentre nel Centro-Nord sono 70 mila in più. Una sana attività di prevenzione è sempre preferibile a cure che possono essere anche molto dolorose.

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