MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Dateci un asilo e vi daremo un figlio

Beppe Ruggiero

In gran parte dei paesi europei la bassa fecondità è sempre più legata al crescente numero di donne infeconde: in Paesi come Austria, Germania, Italia, Finlandia e Svizzera addirittura una quarantenne su cinque resta senza figli. La maggiore infecondità è ancora legata al mancato accesso delle donne al matrimonio (o ad un rapporto di coppia stabile), così come ad un aumento della sterilità, dovuta al fatto che le coppie iniziano a cercare di avere figli ad età sempre più elevate. Esistono, tuttavia, anche altre ragioni che possono portare una donna a scegliere di non procreare. Ci si chiede, ad esempio, quale sia il ruolo del contesto istituzionale.

Le donne del XXI secolo e l’infecondità

Il costante processo di crescita delle donne verso posizioni economico-sociali più elevate (livelli di istruzione più alti, maggiore partecipazione alla forza lavoro) non sembra aver avuto un’influenza sulla quota di donne senza figli a livello macro. Il livello d’infecondità (childlessness), infatti, cresce a tutti i livelli di istruzione e si riscontrano alti livelli di donne senza figli sia in paesi in cui c’è una forte percentuale di donne lavoratrici (Regno Unito, Svizzera), sia dove l’occupazione femminile è inferiore al 50% (Italia, Spagna).

Ma in un contesto sociale in cui il lavoro femminile è sempre meno un’eccezione, a fare la differenza sulla scelta di avere o no un

figlio possono essere le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia e i benefici e i servizi messi a disposizione dallo Stato per facilitare la crescita di un figlio, soprattutto nel periodo di prima infanzia. Nonostante il lavoro domestico degli uomini, soprattutto tra i padri più giovani e istruiti, sia notevolmente aumentato nell’ultimo decennio, infatti, è ancora la donna occuparsi della dose di lavoro più massiccia nelle faccende di casa e nella cura dei figli.

Soprattutto quando la donna lavora, un sistema istituzionale più sviluppato, che favorisca la parità uomo-donna in ogni ambito e sostenga le politiche familiari può essere un fattore decisivo e influire sull’abbassamento dell’infecondità.

L’infecondità e le politiche familiari

graficoruggieriAi giorni nostri, infatti, si passa almeno un decennio della vita adulta senza figli, e per avere un’idea dell’infecondità definitiva bisogna considerare le donne che hanno raggiunto la fascia d’età dei 40-45 anni, oltre la quale le nascite sono rare – soprattutto se si considera il primo figlio. I dati più recenti a disposizione riguardano quindi le coorti delle donne nate tra il 1968 e il 1972

Se si mettono in associazione le spese in politiche familiari e i livelli di infecondità degli stati europei, viene fuori l’immagine di un’Europa a diverse velocità, soprattutto sul campo dei servizi. E’ evidente che dove la spesa pubblica per le politiche familiari in proporzione al PIL è più alta, si riscontrano anche i livelli di infecondità più bassi (Fig. 1). Infatti, nei paesi con livelli di spesa più elevati, ad esempio la regione scandinava e la Francia, i livelli di infecondità sono più contenuti. Al contrario Spagna e Italia, le cui spese in benefici alla famiglia sono molto limitate, mostrano anche alti valori di childlessness.

Diversamente da quanto si possa immaginare, non sono però i benefici puramente economici ad avere una forte relazione con l’infecondità (Fig. 2). C’è una associazione molto più forte (si noti la pendenza della linea di regressione) con la spesa per servizi offerti alla famiglia (Fig. 3).

Anche qui, i livelli di infecondità sono bassi dove i servizi garantiti alla famiglia sono maggiori (l’area scandinava e la Francia) e livelli di infecondità sono più alti laddove la spesa pubblica in servizi è limitata (Italia, Spagna, Germania, Svizzera).

Più asili per tutti?

I servizi (che comprendono asili nido e strutture per la formazione primaria, assistenza e supporto – anche a domicilio – per le famiglie e più in generale la spesa pubblica a sostegno dei bambini) sono quindi fattori in grado di svolgere un ruolo importante nell’abbassamento dell’infecondità, anche perché a differenza dei benefici monetari – che solitamente interessano per lo più le famiglie numerose – possono svolgere un ruolo decisivo nella scelta di diventare genitori per la prima volta.

È chiaro che l’assunzione “dateci un asilo e vi daremo un figlio” è semplicistica, soprattutto perché si tratta di uno studio che associa valori macro, quindi non si può dare per scontata la relazione di causa-effetto. È però interessante notare come la quota di donne senza figli cambi a seconda della spesa pubblica nelle politiche familiari degli stati europei più sviluppati. In questi contesti, se lo Stato agevola la gestione del periodo di prima infanzia (con una spesa maggiore per i servizi, più che con assegni familiari), c’è un evidente calo dell’infecondità generale.

image_pdfimage_print